19 marzo 2016

Mr Gwyn.

Io sono convinta che alla fine Jasper Gwyn ce la faccia. Credo che davvero riesca ad oltrepassare in qualche modo quel confine cartaceo - in fondo è un essere speciale - per "portare a casa" il lettore. Le pagine non sono troppe ma ognuno potrebbe avere la propria, con un po' di fortuna. Il proprio libro. Forse è così.



Jasper Gwyn è uno scrittore che, ad un certo punto della sua vita, decide di non voler più scrivere. Non deve però passare molto tempo perchè scopra - da persona precisa e pignola qual è - che l'atto dello scrivere è qualcosa che gli manca terribilmente. Ha a che fare con il riordino di pensieri e la stesura di idee conseguentemente ordinate, e lui non ne può fare a meno, dice.
Qui accade il primo di tanti atti poetici che caratterizzano questa storia e la scrittura di Baricco in generale: Gwyn decide di voler fare il copista. Copiare persone. Non nel senso di ritratti dipinti, no. Ritratti scritti.
Lui sostiene infatti che eseguire un ritratto coincida con il "riportare a casa" quella persona. Farle compiere una peregrinazione.


Qui è lecito pensare che a Gwyn sia saltata una rotella. Alcuni lo verbalizzano anche, chiedendosi cosa potrebbe inventarsi a quel punto. Non è semplice spiegarlo in poche e semplici parole, ma ci proverò.
Dunque: si parte dall'assunto che chiunque richieda un ritratto veritiero di se stesso (sia esso tramite un quadro, una seduta di analisi o un prodotto scritto) deve possedere una certa apertura. Una volontà mettersi in gioco che non è propria di nessuno, se stiamo bene a riflettere. Chi si mettebbe a nudo davvero con uno sconosciuto e poi lo pagherebbe per aver scandagliato i fondali del suo animo? Beh.
Mr Gwyn i suoi clienti li mette davvero a nudo, in senso letterale, e per lungo tempo. Li conduce in un luogo strano ma organizzato sin nel minimo dettaglio, e li osserva finché non nota quello che lui definisce "uno spostamento laterale"; allora, proprio in quell'istante, riesce ad intravedere quello che sarà il ritratto.

Non crediate si tratti di una descrizione fisica, no. Il ritratto per Gwyn è un pezzo di storia, un frammento di un libro che non si è mai letto. Ha a che fare con l'idea, l'immagine che ognuno possiede di se stesso. E se si può ipotizzare di poter essere un aereo ad alta quota, una scala della metropolitana o una mela nel cesto della frutta sul tavolo, allora ci si potrebbe spingere oltre e capire di poter essere il brusio lontano in quella scena, una sfumatura di colore, un odore che entra repentino dallo spiraglio aperto della finestra. Si potrebbe essere un capitolo di quel libro, anzichè soltanto una sua scena; forse - addirittura - si potrebbe pensare di poter essere tutto libro. Un libro mai scritto, di cui Jasper Gwyn stende qualche pagina giusto per farlo intuire al destinatario. Un po' come per dirgli: "Questo è il tuo sentiero". E il fatto di riportare a casa si svela terribilmente sensato.

"Tout commence par une interruption". Questo Paul Valéry che fa capolino prima dell'inizio del libro anticipa uno dei concetti che viene espresso fortemente durante la narrazione. Secondo me ha anche a che fare col tempo. Quando si tratta di Baricco, infatti, il tempo ha una sua durata particolare: è come se fosse volutamente interrotto nel suo scorrere naturale. Non so bene esprimere quest'idea che mi son fatta, ma me lo raffiguro dilatato, incredibilmente allungato ma con un suo ritmo, denso di significati e di gradi di consapevolezza. Tutto comincia da un'interruzione, ed è così. I ritratti di Gwyn nascono da un momento di empasse terribile. Lui dice di essersi accorto un giorno "che non gli importava più di nulla, e che tutto lo feriva a morte".

E, se c'è qualcosa che il libro non ci restituisce in questo mare di profili (o almeno non lo fa con me), è un ritratto chiaro di Mr Gwyn. C'è sempre qualcosa di sfuggente, di poco tratteggiato e sfumato. C'è questa sua tendenza al silenzio, alla sparizione, all'altro. E doveva essere così, perchè un buon ritrattista mostra gli altri e mai se stesso.
Un buon ritrattista è una lobby d'albergo. Non lavora nella lobby, ma è quella lobby.
Questa è l'unica cosa che possiamo sapere con certezza di Jasper Gwyn, e ce la dobbiamo tenere stretta, perchè altro non avremo.

Post Scriptum che non dovrebbe stare in una simil recensione ma che invece ci starà perchè io non sono una persona seria: qualcosa, una virgola del mio ritratto, nel libro c'è. Non mi sono stupita - per questioni di numeri ricorrenti a cui solo Jim Carrey in "Number 23" e una pazza furiosa (sempre io) darebbero ascolto - che si trovi a pagina 70.
Fottutissimo Baricco. Possono continuare ad affermare sino alla tua morte che tu sia sopravvalutato, scontato e noioso.

Per me sei un genio.


14 marzo 2016

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte.

Non è per niente strambo che inizi questa nuova "cosa" proprio da questa storia.
Perchè è strana. Christopher Boone in primis è strano (almeno agli occhi degli altri). Eppure nei suoi dire e fare c'è molta più sensatezza di quanto si possa immaginare.
Questo libro è la dimostrazione che la purezza può portare in alto, fino alle stelle.



Si parte da un delitto che avviene alle 00:07 - d'altro canto è il titolo che lo anticipa -. Il cane della signora Shears viene brutalmente ucciso con un forcone. Un atto assurdo e apparentemente immotivato che agli occhi di Christopher (15 anni, 3 mesi, 2 giorni), ragazzino Asperger amante dei numeri primi e dello spazio, si presenta come perfetta occasione per vestire i panni del detective e scoprire l'identità del colpevole.
Sarà un'indagine complicata sotto molti punti di vista - soprattutto per gli effetti collaterali che causerà - e che mostrerà la sua particolarità proprio nella natura che la caratterizza.
Sì, perchè si tratta di una narrazione che si vestirà soltanto di giallo, ma che in realtà si sporcherà di tanti altri colori. E il mix che ne uscirà sarà una tonalità cangiante, a suo modo unica; una di quelle che, a seconda della luce e degli occhi che la osservano, si mostrerà camaleontica e sempre diversa.

L'(auto)analisi di Christopher, fredda e impietosa poichè brutalmente sincera, mostra infatti l'esistenza faticosa di una persona che non riesce a decifrare le intenzioni degli altri, che non coglie il significato delle loro parole spesso ricche di metafore ed espressioni idiomatiche, che rifugge il contatto fisico. Un atto violento come un omicidio viene analizzato razionalmente, una tirata di capelli sfocia in una risposta tanto impulsiva da causare una commozione cerebrale all'aggressore; il giallo e il marrone hanno il potere di influenzare l'andamento di tutta una giornata, e il migliore sogno che si possa fare è quello di un'umanità sterminata da un'epidemia che lasci in vita solo le persone speciali. Quelle, per intenderci, che non hanno bisogno di contatto oculare e che solitamente passano ore nel tentativo di comprendere cosa voglia dire :-) oppure :-( o ancora :-S.

Il rasoio di Occam. L'assioma fa giusto capolino a metà della narrazione, eppure - a ben guardarlo - sembra costituire il fulcro attorno al quale tutta la vicenda si snoda: "non bisogna presumere che esistano più cose del necessario". Verrebbe da pensare, credetemi, che la testa di Christopher funzioni proprio in questo modo, scremando tutto l'irrazionale e l'inverificabile. Solo che la vita non è proprio come la matematica e non possono esistere "risposte chiare e dirette". Una decisione può causare decine di conseguenze differenti, che a loro volta sfociano in infiniti epiloghi possibili. E tutto questo non è un bene, perchè a pensarci vengono le vertigini e la nausea anche a me, figuriamoci a Christopher.

E, come necessario, a fianco di tutto questo ci viene sbattuta in faccia la realtà, il dramma di una coppia scoppiata che deve fare i conti con una disabilità piovra, che ha steso i suoi tentacoli intaccando il nucleo e la periferia di una relazione malata. E chi è per l'appunto "più malato", alla fine? L'essere umano o Christopher? L'amore o il raziocinio?
Ma, ahimè, anche queste sono stramaledette domande inutili, figlie dell'istinto.
Perchè alla fine - l'avreste dubitato? - sarà lui a vincere, mica gli altri. Sarà Christopher a inseguire disperatamente un "Sogno da Realizzare" e a realizzarlo. Saranno lui e i suoi tentativi di capire le emozioni, lui e i suoi gemiti di paura, lui e il coraggio di prendere ed andare, anche se questo lo farà roteare terrorizzato come una trottola impazzita.
Sarà lui perchè la fatica deve sempre essere premiata e perchè lui SA di poter fare qualsiasi cosa.

Lo sa, anche se si ritrova unico alieno in un mondo di umani che lo guardano e gli parlano in lingue sconosciute. Lo sa, anche se è consapevole che la sua casa vicina alla costellazione di Orione non sarà mai raggiungibile; che si dovrà accontentare di Swindon (Wiltshire, Inghilterra) poichè Betelgeuse, Bellatrix e Alnilam e Rigel e le altre 17 stelle di cui non conosce il nome, beh, sono fottutamente troppo lontane.

Il libro lo leggerei, insieme a tutti gli altri, anche per questo motivo: per ricordarci che gli alieni esistono.
Ah, sì, esistono.




13 marzo 2016

Nè qui, nè là. La fiera degli accenti.

Immaginare una figura umana - o forse due, famigliari, -

camminare negli scorci digitali ricercati a caso,

fiutando colori e temperature miti, complice il negozio fotografico.

Nella speranza di una fuga, ancora lontana,

dall'oggi e dallo ieri che ancora imperversa, ciclico,

e spinge gli ingranaggi nella carne e pesa. Pesa. Ritorna.



Ritorna e pesa, in cucina, un etto di farina

- nella torta c'era un insetto - ed è così che penso

che nelle buone cose c'è sempre imperfezione.

Nei buoni intenti un po' di cattiveria,

che se anche canto fuori,

dentro taccio.



E allora essere qui o là - in mezzo ai photoshop -

non può far differenza.

La fa la testa. Il blu del cielo come contrasto.

I sandali ai piedi e la saliva che scende senza dolore in gola.

Fare l'amore liberi. Non per liberarsi.

Essere liberi. Non liberarsi.


5 marzo 2016

Learnings #11

1. Solo perchè amo qualcosa, non significa che quel qualcosa non sia in grado di uccidermi. Tipo il mio lavoro.
2. Ogni tanto sento la necessità impellente di abbattere quel recinto di buon senso e gentilezza che contraddistingue il quieto vivere e far capire a certa gente quanto mi faccia schifo. Con eleganza.
3. Odio la pioggia, se ci devo camminare sotto.
4. Provo istinti violenti, a volte.
5. Un mio "no" può avere milleduecento ragioni per esserci, ma alla gente non sempre frega qualcosa di conoscerle o intuirle. Un "no" è un "no".
6. Io non devo spiegazioni a nessuno.
7. La Nutella è buona. Ogni tanto.
8. Non sfogare gli istinti violenti fa venire il cagotto e il raffreddore.
9. Non importa con quante energie io spieghi qualcosa a qualcuno. Chi non vuol capire non capisce.
10. Vorrei che impedissero ai non nativi digitali ultracinquantenni il libero accesso a personal computer o smartphone. Soprattutto se hanno dei figli.
11. In alternativa proporrei una pensione d'accompagnamento ai figli di non nativi digitali ultracinquantenni che accedono all'utilizzo di PC e smartphone.
12. Cosa succede se mi si scarica la fantasia?
13. Viaggiare fa venire la voglia di viaggiare. Anche quando non si può.
14. Sugli uomini non si può contare.
15. La gente non dovrebbe litigare oltre le 20 della sera, dopo una giornata di lavoro, il venerdì che si porta addosso il peso della settimana.
16. In certi periodi i casi sono due: o non si dorme, oppure si dorme e si sogna male.
17. Voglio nascondere la testa nella sabbia e uscire fuori ad agosto.

Ciao a tutti.


Grossa testa, piccole braccia.
Love u.

13 febbraio 2016

Forse dentro sono un po' Re Magio.

Ci sono delle volte in cui risento in bocca il sapore dei ciucci di zucchero alla Coca Cola che la mamma mi comprava al mercato. Dico quel sapore di allora, mica quello che sentirei se ne mettessi in bocca uno adesso.
La sensazione della plastica del microfono del Cantatu sulle labbra, il tocco delle pagine dei libri da leggere sui polpastrelli - libri che allora si leggevano rigorosamente dalla pagina 1 in fila, mica saltando le pagine noiose -. 
L'odore pesante dell'acqua stagnante della lanca quando la domenica mattina andavo a pescare, l'ondeggiare del cimino e le vibrazioni che si ripercuotevano fino al mio polso.

Ripenso a tutto questo e concludo che vorrei tanto averlo indietro, come cimelio da rigirarmi fra le mani nei momenti difficili, quando sembra che non si riesca ad andare avanti.
Sì, perchè allora avanti si andava sempre, cazzo. Nonostante tutto, nonostante tutti, la vita sembrava qualcosa da imparare provando, gli accadimenti una serie di ingranaggi concatenati, il cui risultato finale non si poteva prevedere o capire.
Ed era bello. Era emozionante. Era quello che vedo tutti i giorni nei loro occhi.

Bambini.
Bambini.

Quello che imparo da loro - sì! - è che si va avanti. Anche non parlando, anche non camminando, anche soffrendo. Si continua sempre, perché il mondo è una cosa tanto bella da scoprire. E li vedo, sapete? Piccoli soldati impettiti che marciano verso l'unica battaglia che - ho imparato col tempo - abbia davvero un senso. E sanno essere contagiosi. Sanno strappare sorrisi e adesioni alle loro lotte di capriole sui tappeti Ikea, assaggi gratuiti di pasta di plastica e tè fatto d'aria, diagnosi sperimentate auscultando le piante dei piedi e guarigioni ottenute con la cura più bella di tutte: il sorriso.

Vorrei tanto avere di nuovo la stessa forza, il diritto di credere che faccia più male una spada di cartapesta di una parola cattiva, che il problema più grande sia aver perso il peluche della buonanotte, che il male vero sia sbucciarsi il ginocchio tentando di scavalcare il muretto del giardino. Perchè credere a tutto questo significa avere fantasia, coraggio, ma soprattutto fiducia.
Mi domando come facciano le persone che non hanno accanto i bambini tutti i giorni a ricordarsi che si può (si deve) andare avanti. Perchè non so se ne sarei capace, io.
Forse mi sarei fermata chilometri fa.

E in questi momenti, ora, ecco, mi sento fortunata. Libera, tipo.


26 gennaio 2016

Medie.

L'altra notte ho sognato che era di nuovo il primo giorno di scuola media. La preparazione dello zaino sembrava non finire mai, io non ricordavo se le lezioni iniziassero alle 14 o alle 14.30 e mia madre non sembrava affatto intenzionata a darmi uno strappo nel caso in cui proprio non riuscissi ad arrivare in tempo.
Alle medie vere, nella realtà intendo, avevo una bellissima bicicletta bianca e rossa che usavo nei giorni primaverili per andare a scuola. Ero una ragazzina strana, però non stupida. Ero brava a scuola ma non venivo presa in giro; è qualcosa che ha sempre caratterizzato la mia vita. Era come se le persone pensassero che era meglio non sfottermi. Così, per qualche assurda ragione. O forse perchè non ho mai mancato di rispetto a nessuno.

Beh c'erano questi due ragazzini più grandi, quando ero alle medie. E a loro piaceva tanto rubare la mia bicicletta e quella di un'amica per andare in paese a comprarsi la focaccia per l'intervallo. Odiavo quel momento, quello in cui ci attendevano al cancello della scuola, si mettevano davanti alla ruota e ci costringevano a lasciar loro le bici. Odiavo loro, a dirla tutta.
Ricordo che quell'anno, alla festa della scuola, avevo ritrovato la mia bici col manubrio tutto storto, buttata così, a caso, nell'erba del cortile. E ricordo di esserci rimasta male. Sembrava, allora, qualcosa che io non avrei mai avuto il potere di cambiare, come potesse durare in eterno, quale perenne tortura di chi non ha abbastanza voce per dire "no". Come se non potessi fottermene anche io, una volta tanto, pigiare forte i pedali e asfaltare i loro testicoli, la pancia, il collo, e proseguire avanti.

Non so che fine abbiano fatto, quei due imbecilli. Non mi importa molto.
Quello che conta è che le cose si ripetono, e ormai a 27 anni dovrei essermene fatta una ragione. E invece no.

Vedo questa foto dai colori arcobaleno, e quella faccia da rasatura fresca anche se la barba non deve essere tanta. Vedo l'espressione volutamente tormentata e vedo l'assenza dei segni che ho imparato a conoscere e ad amare in silenzio. Non ci sono perchè allora non c'erano, e quel ragazzo non è l'uomo che conosco e le ferite, le esperienze, la vita ancora non ha fatto troppi giri su quella faccia. 
E dentro - la sento - c'è la stessa inerzia, precisa, con cui mi ricordo scendere dal sellino e consegnare la bici bianca e rossa trattenendola un altro po' per il manubrio. C'è la stessa modalità di lasciare andare le cose come vanno, che mica c'è da condannarlo come atteggiamento, non è affatto sbagliato. Ma è doloroso. È subdolo, è qualcosa che si infiltra e si fa sentire, persistente. È freddo, è inverno buio.

E io non lo so. Non lo so cosa c'entri la mia bicicletta bianca e rossa con l'Amore, santa pace. So solo che sarebbe meglio raccoglierla dall'erba e raddrizzarle il manubrio, perchè con quel catorcio io di strada ne voglio ancora fare un bel po'.
Oh, sì. Un bel bel po'.

6 gennaio 2016

Sole.

Alla fine il sole tornerà sempre,
dopo il nevischio, le uvette nere, i tavoli allungati.
Tornerà dopo le fughe su canali veri o dipinti,
dopo i graffi sulla porta, le ore di ozio, il sonno rubato al pomeriggio.
Tornerà e riporterà alla mente vacanze lontane,
primi tentativi di un nucleo in formazione,
di uno e uno che fa uno e non due,
perché se anche non opinabile, 
la matematica a volte si adatta alla vita.
Il sole ritornerà e soffierà nel naso profumi futuri:
ci sarà un albero, allora, e una stanza sempre in disordine
con i colori mezzi aperti e cinque opere in corso;
ci sarà un tiragraffi in un angolo,
un piano, una poesia appesa alle pareti
- a ricordo costante dei punti di partenza
come bivio al contrario, che si debiforca
(e debiforca sarà accettato dai dizionari, nell'allora) -.
E il forno sarà sempre caldo,
google maps costretto a far calcoli
e scorci nascosti si paleseranno alle nostre fotocamere.
E a volte, ci saranno volte in cui
- come spesso mi capita - mi metterò a piangere
senza un perchè. Perchè son donna,
e mi piace pensare che solo le donne sappiano intuire
quando gli angeli soffrono, e ne soffrano, di conseguenza.
Beh, piangerò. E quando mi domanderai il motivo
- e io non saprò trovarlo -
nell'allora mi dirai, sorridendo in quel tuo modo bambino,
di non preoccuparmi mai.
Che il sole torna sempre, alla fine, dirai.
Di non preoccuparmi affatto.