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1 settembre 2016

Ed ora via.

Diciamola tutta.
Esiste il tempo per gli artisti maledetti, cupi e saccenti, che ti sbattono in faccia la loro arte e se provi ad accoglierla con positività ti mandano a fare in culo. Quelli che si fanno del male e dal loro male costruiscono una fortuna; quelli che fanno del male pure a te nel momento in cui ti avvicini. Quelli distruttivi, che la distruzione va accolta come risorsa ed ispirazione e se non li capisci tanto meglio, vuol dire che stanno facendo bene il loro mestiere. Quelli che se anche la forma non è perfetta, il contenuto è una bomba della miseria, quindi il resto lo si lascia passare.

Ecco. Poi c'è il momento in cui realizzi che il tuo artista tormentato ce l'hai avuto, e a dire il vero non è stata tutta 'sta meraviglia. Arriva il momento che sì: il mondo fa schifo e la vita è ingiusta e patiamo tutti insieme ma mi avete pure sfrangiato i maroni, poeti maledetti di stocazzo.
Lì si inizia ad apprezzare un altro tipo di artista, quello che sta nel suo cantuccio e le cose non te le urla in faccia, ma le sussurra. E usa parole delicate perchè conosce l'effetto che potrebbero avere e non ci tiene a sciupare le occasioni. Quello che con meno decibel esprime comunque concetti buoni e giusti, risplendendo della modestia rara e meravigliosa di chi sa di essere fortunato.

Io ho fatto la mia scelta, insomma.
Il rumore dell'acqua del mare, non della birra nel bicchiere.
La descrizione di un gesto, non di un incubo allucinato.
Melodie, non strozzature.
Le parole di tutti i giorni, non l'Enciclopedia Treccani.
Darsi tempo, non correre a perdifiato.
Che il segreto della cura è la magia, mica la morte.

Gli altri, per dirla a modo loro, "mi hanno rotto i coglioni".
Quasi come i ciclisti sul marciapiede, o forse di più.



26 gennaio 2016

Medie.

L'altra notte ho sognato che era di nuovo il primo giorno di scuola media. La preparazione dello zaino sembrava non finire mai, io non ricordavo se le lezioni iniziassero alle 14 o alle 14.30 e mia madre non sembrava affatto intenzionata a darmi uno strappo nel caso in cui proprio non riuscissi ad arrivare in tempo.
Alle medie vere, nella realtà intendo, avevo una bellissima bicicletta bianca e rossa che usavo nei giorni primaverili per andare a scuola. Ero una ragazzina strana, però non stupida. Ero brava a scuola ma non venivo presa in giro; è qualcosa che ha sempre caratterizzato la mia vita. Era come se le persone pensassero che era meglio non sfottermi. Così, per qualche assurda ragione. O forse perchè non ho mai mancato di rispetto a nessuno.

Beh c'erano questi due ragazzini più grandi, quando ero alle medie. E a loro piaceva tanto rubare la mia bicicletta e quella di un'amica per andare in paese a comprarsi la focaccia per l'intervallo. Odiavo quel momento, quello in cui ci attendevano al cancello della scuola, si mettevano davanti alla ruota e ci costringevano a lasciar loro le bici. Odiavo loro, a dirla tutta.
Ricordo che quell'anno, alla festa della scuola, avevo ritrovato la mia bici col manubrio tutto storto, buttata così, a caso, nell'erba del cortile. E ricordo di esserci rimasta male. Sembrava, allora, qualcosa che io non avrei mai avuto il potere di cambiare, come potesse durare in eterno, quale perenne tortura di chi non ha abbastanza voce per dire "no". Come se non potessi fottermene anche io, una volta tanto, pigiare forte i pedali e asfaltare i loro testicoli, la pancia, il collo, e proseguire avanti.

Non so che fine abbiano fatto, quei due imbecilli. Non mi importa molto.
Quello che conta è che le cose si ripetono, e ormai a 27 anni dovrei essermene fatta una ragione. E invece no.

Vedo questa foto dai colori arcobaleno, e quella faccia da rasatura fresca anche se la barba non deve essere tanta. Vedo l'espressione volutamente tormentata e vedo l'assenza dei segni che ho imparato a conoscere e ad amare in silenzio. Non ci sono perchè allora non c'erano, e quel ragazzo non è l'uomo che conosco e le ferite, le esperienze, la vita ancora non ha fatto troppi giri su quella faccia. 
E dentro - la sento - c'è la stessa inerzia, precisa, con cui mi ricordo scendere dal sellino e consegnare la bici bianca e rossa trattenendola un altro po' per il manubrio. C'è la stessa modalità di lasciare andare le cose come vanno, che mica c'è da condannarlo come atteggiamento, non è affatto sbagliato. Ma è doloroso. È subdolo, è qualcosa che si infiltra e si fa sentire, persistente. È freddo, è inverno buio.

E io non lo so. Non lo so cosa c'entri la mia bicicletta bianca e rossa con l'Amore, santa pace. So solo che sarebbe meglio raccoglierla dall'erba e raddrizzarle il manubrio, perchè con quel catorcio io di strada ne voglio ancora fare un bel po'.
Oh, sì. Un bel bel po'.

1 novembre 2015

Uomini e donne.

Gli uomini sono imbecilli. 
Cioè non lo dico io perché sono io: è il risultato di studi scientifici di alto livello. Io seguito ad essere una delle promotrici ufficiali, tutto qui. Uno dei principali soggetti di cui la scienza si avvale per sperimentare sul campo questa teoria. 
Lo faccio a titolo gratuito, voglio precisarlo. Per la gloria e la sete di conoscenza, che spesso è cosa amara.

Nello specifico, si parla di cellulari.
Quegli oggetti sottili per lo più di forma rettangolare che oggigiorno gli esseri umani utilizzano per tenersi in contatto con gli altri, che siano famigliari, amici, sconosciuti, colleghi, o povere innamorate a chilometri di distanza che si chiedono cosa stia facendo l'amato in quel momento.
Ecco. Lo scarso possedimento di testa dell'essere umano maschio lo porterà ad essere spesso in ritardo e a dimenticare l'oggetto sopracitato nel salotto della propria abitazione, alla mercè di gatti, tempo che scorre e acari della polvere. Un magro destino.

Se non fosse che l'amata - conscia di essere l'unico essere vivente con cui l'uomo si tiene in contatto ogni giorno - inizia alle 8 del mattino a ruminare quelle assurde paranoie esistenziali del tipo: "ahah. Lo ha lasciato a casa di sicuro. Lo avrà lasciato a casa? La devo prendere con filosofia? E se non è stato bene in casa da solo? Avrebbe potuto avvisarmi col telefono di un collega, ma è un uomo, si sa, non ci arriva. E se è caduto per terra e il gatto sta leccando il suo cervello? Non tanto per lui, quanto per il gatto che morirebbe di fame, ecco...". L'amata manderà pochi messaggi, l'ultimo dei quali riporterà questo messaggio: "Spero che tu abbia solo lasciato il telefono a casa..".

E quando alle 17.50, insieme ad ulcera e mal di testa, arriverà la risposta "AHAHAHAHAHA...ma certo amore!!!", non resterà che chiedere una cosa:

 
E soprattutto: CAZZO RIDI????!!

A nulla serviranno le scuse: "Sai come sono fatto! Solo perché siamo nell'era dei cellulari, una volta le persone non si sentivano per giornate intere". Esatto, tesoro. Siamo nel futuro, si chiama progresso, fattene una ragione. "Ma se mi fossi fatto male ti avrebbero avvertito, no?". Cazzo dici? Non sono tua parente io. 
E alla fine della fiera, ragazzi miei, devono avere ragione loro.
Non te la danno vinta manco morti. E allora? Allora te lo dico io:

Ciaone.


30 agosto 2015

Nomadi stanziali. Un post che non doveva stare qui ma starà qui perché qui posso dire ciò che voglio.

Cantano in piazza stasera. Un Vasco francamente evitabile, non essendo Brondi. Nomadi passabili. Qualche pezzo antico rispolverato, di Artisti Vari.
Poi ci sono io, dalla mia camera da letto che si affaccia sul campanile. Una volta le campane erano vere, adesso sono solo registrate. La mia casa sembra qualcosa di nuovo, che non vedo da tanto tempo.
Sono i Gang questi? Mica è possibile, ma mi pare di sentirli ovunque. Ma no, figuriamoci. Sarà un Finardi di qualche tipo.
Ad ogni modo. È solo a casa che riesco ad evacuare come si deve. L'argomento è delicato, lo so, ma è proprio così: altrove mi è difficile liberarmi da quello che ho dentro. Forse in molti sensi.

È quando i sogni inizi a sfiorarli con i polpastrelli, che ti si crea quella paura di perderli o vederli sfumare in una folata di vento. È quando il tuo castello di carte si dota di Supercolla Sigillante che ti domandi ("è un Dio che è morto, ai bordi delle strade..") quanta violenza ci vorrebbe ora per smantellarlo pezzo per pezzo.
Vaneggiamenti. Insensatezze, così usavo chiamarle.
Ci sono tante zanzare quest'anno. Le zanzare del Nilo, la malaria, l'ebola, il morbillo e la dissenteria. "Impressioni di settembre". Io so chi questa serata musicale farebbe andare in brodo di giuggiole. Settembre. Manca poco.

La chitarra ancora non ho imparato a suonarla. Per forza, volevo esercitarmi e poi ho mollato tutto per pucciare piedi e sederone nell'acqua salata di Roma. Roma, la Città Eterna. Una Fontana di Trevi coi lavori e comunque lacrime che scendevano. Ma non era questo il discorso.
La gente. Persone ovunque che parlano e lanciano rasoiate e io mi chiedo cosa succederà quando feriranno davvero a morte qualcuno. Chissà se la saliva che sputano farà da coagulante o se avranno imparato la fine arte della sutura, per quel giorno. Per ora sostano in club privati, disinteressandosi del mondo e di quello che c'è fuori - perchè quello dentro parrebbe essere più importante -. E chi dissente? Io no. Ma conosco il rispetto.

 E so che esiste anche il numero 21, di articolo della Costituzione. E so che la Comunicazione è il punto nevralgico del mio lavoro: no, della mia vita. So che ("..io voglio vivere, ma sulla pelle mia..") violenza significa anche tappare la bocca, strappare una pagina scritta e bruciarla nel magico mondo virtuale, cliccare e cancellare il prodotto di altri. Violenza è non ascoltare, violenza è ignorare. E Nessuno voglia mai che io lo faccia con chi amo, con chi aiuto, con lo sconosciuto che incontro per strada.

Perché allora avrò fallito.
Come logopedista.
Come donna.
Come essere umano.