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28 agosto 2021

And it burns, burns, burns

Non mi ricordo più chi sono, stamattina. 
In generale, non mi ricordo più chi sono.
È che uno passa il tempo ad allentare i buchi della cintura, sì, e poi si trova coi calzoni alle caviglie.

Uno passa tanto tempo a difendersi dalle batoste, che quando incontra un cuneo che fa leva su un solco già esistente sente bruciare anche l'anima.


12 agosto 2021

Pattume.

Portare fuori la raccolta differenziata è una di quelle cose semplici, sulla carta. Basta riempire i sacchi con i rifiuti giusti, farci un bel nodo col laccetto perché la puzza non fuoriesca, scendere le scale e attraversare la strada per lasciare l'immondizia al punto di raccolta. 

La verità è che portare fuori il pattume è un compito che si evita come la peste. Perché è faticoso. È noioso. Lasciamo che a farlo siano gli altri e, se mai si lamentassero, diremmo loro che - oh, mamma mia, che sarà mai! - non è poi un impegno così gravoso.

È un po' come quando uno si impegna a buttare via la merda che ha dentro, dopotutto. Tira fuori le schifezze una dopo l'altra, ci mette le etichette giuste, impara a conoscerle dalla puzza, dal peso, dalla consistenza scivolosa che lasciano sull'anima, come macchie oleose che non se ne vanno da quel paio di pantaloni. Poi infila il tutto nei sacchi, si sobbarca l'onere di trasportarli sul marciapiede opposto, la schiena curva sotto il peso dei fantasmi che soffocano la sua vita da anni.

E poi, così, lungo il tragitto sbuca fuori quel vicino che non vedeva da mesi, lui e le sue odiosissime infradito hawaiane. Lui, che lo guarda sudare e sorride, beffardo. E gli dice che non ne vale la pena, che l'esistenza può essere molto più facile di così, che basta gettare il pattume fuori dalla finestra, senza fare tanta fatica. Che la montagna di merda non crescerà mai a tal punto da raggiungere il balcone, no?

E d'improvviso quel qualcuno si rende conto che non sono il lavoro su se stesso, l'energia spesa copiosamente, la spossatezza, l'ansia di non riuscire, no: non è per quello che si sente un idiota. Si sente idiota perché è l'unico a comprendere il motivo per cui lo fa.

L'unico, sì, nonostante si senta profondamente uno di quei sacchi di pattume da abbandonare sul bordo della carreggiata, senza curarsene troppo.

1 marzo 2019

Disturbo Specifico di Movimento.

Ebbene.

Voglio iniziare un nuovo capitolo del blog: le autodiagnosi ad cazzum.
Lo scorso weekend è stato impegnato in uno dei corsi di formazione ai quali la mia professione mi obbliga; così, tra una slide e l'altra, mentre si parlava di dislessia, disortografia e simili, sono pacificamente giunta ad una conclusione. Io soffro di disturbo specifico di movimento.

Sì, perchè dovete sapere che io non guido.
Non nel senso che non ho la patente, no. Ho preso la patente eccome! Ero al primo anno di Università e ho passato esame teorico e pratico al primo colpo (una secchiona). Ma, ecco, le cose accadono (*espressione vaga*) e la mia patente - non so nemmeno io come - è scaduta due dicembri fa (si dice due dicembri fa? Al plurale? Bah).

Ora: io ho fatto pace con me stessa e con la mia situazione.
Nasco bambina grassa e goffa, poco incline alla misura a occhio di spazi, distanze, grandezze, pianificazioni motorie per raggiungere un obiettivo prefissato. Nella bidimensione sono un fenomeno (i miei record a Tetris ne sono testimoni), ma quando si aggiungono la terza dimensione e la cinetica, beh. Sono una frana.
Non ho mai imparato ad andare sui pattini (quelli a 4 rotelle, eh), avevo il terrore delle scale mobili e dei tapis roulant, ho fatto un incidente in bicicletta contro una macchina PARCHEGGIATA (potete ridere ma siete delle BRUTTE PERSONE). Sin da piccina faccio regolarmente incubi che vedono come protagonista me che guido un'auto e creo disastri (dai più banali incidenti stradali fino ai più truculenti: omicidi, esplosioni, tamponamenti a catena, riaperture del buco dell'ozono, compromissione degli equilibri diplomatici mondiali che nemmeno Kim Jong-un).

È una condizione che mi affligge da sempre, fa parte di me come la mia miopia mista a lieve astigmatismo. E ci ho fatto il callo. Mi sono stesa un PDP (Piano di Deambulazione Personalizzato) che prevede i seguenti mezzi compensativi: utilizzo di mezzi di trasporto pubblico, passaggi da parte di amici (nonostante mi odino di nascosto poiché sperpero il mio papabile ruolo di autista perfetta, essendo pure astemia), acquisto di abitazioni nei pressi dei luoghi lavorativi. Posso affermare di godere anche di benefit: non pago benzina, bollo, assicurazione. Non so cosa significhi fare una revisione, forare una gomma, bruciare un faro. Ho acquisito ottime abilità conversazionali quale accompagnatrice non guidante nell'abitacolo. So mimare alla perfezione la sintesi vocale di qualsiasi navigatore. Su richiesta posso anche sostituirla con una voce più calda e suadente. Posso cantare. Leggere libri ad alta voce. Recitare freddure. Anche stare zitta, per i più scontrosi.

Io mi ci sono abituata, sí. Ma la gente no.
Quando ancora la frase "veramente io non guido" non è terminata, iniziano fenomeni quali apertura esagerata e coordinata di occhi e bocca, oppure verbalizzazioni confusionarie:
- "nooo, ma perchè?"
- "ma l'autonomia è imprescindibbbile"
- "ma non ti senti in trappola?"
- "e come fai?".
- Poi ci sono gli uomini, quelli che: "Ah, se stessi con me, te la farei riprendere in mano io la macchina! Un paio di guide nel piazzale vuoto, e via andare". Simpatici.

Vedete? La verità è che bisognerebbe lasciare che ognuno fosse quello che è, permettere a ciascuno di raggiungere i propri obiettivi nel modo - pacifico e di buon senso, si intende - in cui crede. Usare tutti i compensi più adatti, spronare ciascuno a dare il meglio di sè a seconda delle sue possibilità. Lasciar perdere i vari "oltre a non essere capace, sei pure pigro, però!", i "vedrai che se provi un po', tutti i giorni, poi ci riuscirai anche tu". Soprattutto bisognerebbe evitare di svilire, di far sentire in colpa o inetti. Bisognerebbe, una volta tanto, mettere in atto il non fare, anzichè l'agire, e smetterla. Sì, smetterla.


Ad esempio, smetterla di rompere i coglioni.
Amen.


9 dicembre 2016

Non volevo.

Oggi ripensavo a uno di quegli episodi che rimangono impressi nella memoria in quanto assimilabili a marchi impressi a caldo nell'emotività bambina.

Sono in gita in montagna, con la mia classe. 
Stiamo facendo una gita nei boschi e fa un freddo becco.
Si vede la neve e il sentiero, per me che non sono esattamente in forma, non è facile. Resto in coda al gruppo in compagnia del fiatone e dell'insegnante di italiano, vecchietta e malconcia pure lei.
Beh. Arriviamo a questo torrente che nonostante il freddo scorre come se nulla fosse.
Ci sono dei piccoli sassi che affiorano sulla superficie e le guide ci mostrano che dobbiamo saltellare su di loro per passare dall'altro lato.
Io mi sento subito a disagio. Non ce la farò mai, lo so.

Con questi pensieri nella mente, arriva il mio turno.
Riesco a beccare il primo sasso, poi il secondo. Al terzo passo il piede non si appoggia saldamente, scivola sulla superficie rocciosa e io, per non perdere l'equilibrio, devo infilare la gamba in acqua. Il sasso su cui ho perso la presa si inclina e si inabissa.
L'acqua del torrente è davvero gelata, ma a dire il vero non sono abituata a scandalizzarmi, così cerco di cavarmela senza far notare a nessuno che ho fatto una figuraccia. In quel momento, però, mi raggiunge la guida. Ha una brutta faccia e, a dirla tutta, non ne capisco subito il motivo perchè nessuno mi guarda mai con aria di rimprovero. Mantenere un profilo basso è il mio mantra quotidiano.

"Hai notato cosa hai fatto?" mi chiede. "Quello era l'unico passaggio che tutti gli altri potevano usare per passare sull'altra sponda! Grazie mille!".
Io non dico niente. Lo guardo dispiaciuta e desidererei tanto dirgli che non volevo. Non l'ho fatto apposta, anche se avevo previsto che sarebbe finita così. Sono imbranata, sono grassa e fatico a restare in equilibrio. Non prendo bei voti in ginnastica, non riesco a fare tanti giri del campo e non riesco a sollevare il mio corpo sulle spalliere di legno della palestra. In bicicletta ho fatto un incidente contro una macchina parcheggiata. Quando sarò grande non prenderò mai in mano una macchina, glielo giurerei seria.

La verità è che a volte non ci si rende conto di ferire gli altri in maniera tanto irreparabile. Ricordo di essere andata avanti senza più accorgermi di quanto bella fosse la neve, di quanto splendore mi circondava. 
Pensavo solo a quando sarebbe finito il percorso e a quali insormontabili ostacoli avrei incontrato dopo la curva successiva.

A volte mi ritrovo col pensiero davanti a quel torrente, di nuovo in procinto di saltellare sui sassi che affiorano e con la certezza che non riuscirò mai a toccare terra senza aver provocato danni. È strano come certi meccanismi, certi timori bambini intendo, si ripropongano nella vita adulta vestiti d'altro, eppure sembrando così famigliari. Così sempre simili a se stessi.

Non c'è mica un lieto fine per questa storia. Non per ora, almeno.
Solo la consapevolezza che per attraversare il torrente, se proprio va fatto, sarebbe meglio trovare un modo meno doloroso e più sicuro. Magari più lungo, sì. 
Ma sicuro.



29 ottobre 2016

Tesori.

Io non so cosa voglia dire essere genitori, però so di sicuro che per essere bravi ad esserlo, occorre conoscere i propri figli nelle loro essenze più pure.

Nella mia vita è qualcosa che ha a che fare con tanti aspetti.
Volermi bene, per esempio, anche se l'ultima volta che l'ho abbracciata - e maldestramente, anche - è stata quando è morta la prozia, 4 anni fa.
Apprezzarmi anche quando la sera al telefono, incazzata come sono con il mondo, le rispondo a monosillabi e se mi dice "ti voglio bene" (sempre lei, per prima), ribatto svogliata "anche io", sforzandomi di aggiungere le successive tre parole come eco alle sue, per non farla rimanere male.
È esserci anche se nel tragitto Crema - Cremona o viceversa in macchina io non spiaccichi parola eppure lui riesca a capire se son stanca, arrabbiata o triste e non mi dica nulla in aggiunta al solito "mangiamo una caramella alla menta?", perchè sa che star zitta è il mio modo di guarire.
È decidere di coccolarmi con gli sguardi anzichè con le braccia, perchè sa che odio le persone che mi toccano, mi baciano sulle guance, mi cingono le spalle o mi accarezzano, perchè sono cose che solo i bambini e l'Amore possono fare.

Non condannano, mamma e papà, il senso di inutilità che mi fa annaspare dopo un'uscita con le persone "normali", cosa che capita nella vita di tutti, prima o poi.
Intendo quelle che si baciano sulle guance, appunto, e discutono dei viaggi, dei libri, dell'attualità, del tempo balordo, delle foto belle, mentre io sono impegnata ad osservare le dita del cameriere che scorrono sui bordi dei piatti e mi chiedo come faccia a portarne quattro in equilibrio senza farli cadere. 
Le persone che snocciolano aneddoti come se non ci fosse un domani mentre io mi ripeto nella testa che devo tenere la schiena dritta e le spalle distanziate e perdo inevitabilmente il filo del discorso. 
Di solito sono le stesse che sono infastidite dai miei silenzi, le mie ancore di salvezza alla sopravvivenza. 

La verità è che passare la vita sperando mi capiscano è un sacco faticoso.
E io faccio tanti tentativi per cercare di non deludere le aspettative.
Per esempio, mi sono obbligata a crescere e ora ho un paio di stivali alti, metto vestiti con le gonne e ho un lavoro di responsabilità. 
Dentro, però - dentro, dico - sono ancora quella che si stupisce dell'approvazione degli altri tanto quanto dell'aria novembrina che taglia le guance al mattino presto. Quella che crede nel Natale magico. 
Quella che i sassolini colorati nell'orto della nonna erano pietre preziose. 
Ecco, i sassolini che, se li raccoglievo con la paletta e una volta filtrati col setaccio, finivano nel secchiello di plastica, non nel portafoglio.

Perchè era lì - lì, sì! -. 
Era lì che andavano i veri tesori.


2 giugno 2016

La Marti pescivendola.

Oggi ho fatto le treccine dopo essermi lavata i capelli; ci dormirò su, così domani quando le scioglierò avrò un ondulato naturale ottenuto senza calore, cosa essenziale per i miei capelli con le quadruple punte.
Poi ho cercato un film da guardare per stasera.
Quindi ho visto dei video su Youtube di beauty-tubers e cazzare-tubers che mi fanno sempre venire voglie strane. Del tipo che domani vado a comprarmi delle scarpe simil Espadrillas perchè nelle mie All Stars tarocche dei cinesi ho fatto un buco; non guidando cammino troppo e devo avere una camminata sbagliata, dato che rompo tutte le scarpe che compro. E non andarci, dai cinesi, cazzo!, mi dico. Per una volta non fare la tirchia e spendi un po' di più che della tua salute e della postura non ne puoi mica fare a meno, santa pace!
Dopo ho dipinto con gli acquerelli, alla fine ci sto provando da un po' e anche se la carta non è quella giusta e pensavo avrei combinato disastri, invece no. Ecco, mi piace e mi fa passare il tempo. Sto costruendo uno zoo di animali dipinti e Raffa è la migliore. Almeno fino ad ora. 



Al termine di tutto questo ho pensato che avrei potuto togliere lo smalto dalle unghie e rimetterlo anche se non è così brutto, giusto per far passare il tempo, solo che sapevo che sarebbe stato solo per far passare il tempo e la cosa mi ha trovata restia e perplessa. E ho concluso che odio i giorni di festa in cui sono a casa e le mie ansie e i pensieri prendono il sopravvento, è meglio fare 14 terapie al giorno con mezz'ora di pausa pranzo e dover pisciare in fretta quando uno dei pazienti arriva un minuto dopo l'orario esatto e ti dici "Ahh, era da tre bimbi che me la tenevo, la vescica stava per esplodere!". E sei contenta così.

Ecco: penso che dovrei fare la pescivendola. La Marti pescivendola potrebbe trattare a pesci in faccia la gente  (ha i pesci per farlo, va da sè) e - se necessario - potrebbe pigliare a salmoni in faccia anche se stessa quando mai si atteggiasse a "quella figa" che non ha mai problemi, che è super sicura e che non ha bisogno di essere gelosa perchè se dovesse mai succedere qualcosa reagirebbe con tali fermezza e decisione che Xena Principessa Guerriera je fa 'n baffo. La Marti pescivendola puzzerebbe e non avrebbe fidanzati fighi con la parlantina sciolta e la prestanza fisica e la cultura e gli interessi e la vena artistica e quelcertononsochè di cui preoccuparsi perchè si è folli e ci si preoccupa per cose inesistenti e idiote. La Marti pescivendola starebbe con uno scorfano, si sa. E sarebbe più tranquilla, lo so.

Io devo cambiare lavoro, questo è il punto.
E le vacanze fanno male.

27 settembre 2015

Esperimenti vocali #1

Credo sia per via del fatto che sono anche questa.
Tipo che me lo devo.


La stagione del tuo amore
F. De Andrè

6 giugno 2015

Learnings #10

È il caldo, credo. Scusatemene, ma non so se riuscirò a rispondere di tutto ciò che sto per scrivere.
1. È bello ascoltare musica in tv alla mattina; passano canzoni migliori che in tutto il resto della giornata. È di sicuro perché sanno che li sto guardando io.
2. Se ti svegli alle 4 però non è considerabile "mattina", quindi non accendere la tv in cerca di buona musica.
3. Odio i matrimoni. Odio l'eventualità di incontrare le care amiche dei tempi andati. Se sono andate, come i tempi - per l'appunto - ci sarà un motivo.
4. Io devo scrivere. Se non scrivo, qualcosa si rompe e io sto male.
5. So esattamente che tasti premere; lasciamo tempo al tempo.
6. La voglia di coppa di gelato si può estinguere solo ordinando una coppa di gelato. Cosa che io ancora non ho fatto (MESSAGGIO SUBLIMINALE).
7. Hai capito che faccino da guru indiano?
8. Bramare l'aria condizionata è funzionale solo nel momento in cui si è sicuri che gli impianti di condizionamento siano periodicamente ripuliti da polvere e batteri. Altrimenti, nei primi due giorni, la puzza di morto non te la leva nessuno.
9. Mi piace lo smalto rosso sangue.
10. Odio le persone che dicono "prima tutti a lamentarsi del freddo, adesso arriva il caldo e tutti a rompere le palle per il caldo!". No, io voglio il freddo. Mai lamentata del gelo porco, anzi lo bramo. Neve, sciarponi, maglioni, pupazzi di neve. Voi, insulsi amanti dell'estate: farete una brutta fine, cuocendovi.
11. Bambini: andate in ferie. Mica vorrete fare logopedia con 'sto caldo. Dico io.
12. E se mi colorassi i capelli di rosso?
13. È inutile fare programmi da strafiga: capelli rossi, gonne, tatuaggi. E poi non fai mai un cazzo, Martì. E datte 'na calmata.
14. Sì. Ho una nuova pillola di logo da scrivere. Ma devo prima rielaborarmela dentro un po'. Che fa male.
15. Vorrei che le cose fossero diverse.
16. Vorrei essere diversa.
17. Ogni tanto nella mia pancia c'è un folletto che salta. Ho imparato a conviverci. Lo chiamo Ansietto. Di notte corre sulla ruota come un cricetino. Me lo immagino coi capelli blu, scompigliati da un vento fresco, e il volto olivastro con brillantini verdi. Deve avere quelle rughette tipiche dei folletti, e secondo me racconta storie divertenti alle mie budella. A ben pensarci è un'immagine raccapricciante. Ma amo queste cose.

Buona estate. Mh.

2 aprile 2015

Tama 'n lumagot.

Forse quella persona, tempo fa, aveva ragione.
Aveva ragione a dire che io coi poco normali ci sto meglio che coi normali.
Qui si aprivano le diatribe sul "cosa è normale e cosa no", ma se uno fa poco il sofisticato, allora, va bene e si capisce.

Passa il tempo e io continuo a non sapere come comportarmi con i normali.
Continuo a non essere in grado di starci in mezzo senza sentirmi una lumaca. Sì, una lumaca. Che se mi toccano le antenne sparisco nel guscio che - per carità - sarà anche un bel guscio, ma è pur sempre poco comunicativo.

Ringrazio i masseteri, che sono ancora in grado di digrignarsi e serrarsi per non far spuntare fuori lacrime salate, concentro tutta la tensione nei denti, nei molari, e poi scoppio a piangere perchè non ce la faccio più a mordermi. E continuo fino a tardi, quando ormai il letto mica è più tiepido, e le mie braccia da camionista non mi stringono a sufficienza il torace.

Come una lumaca.
E non so più stare con me stessa. E ingoio discorsi che si dovrebbero fare.
E vorrei sembrare normale, in grado, competente, simpatica, carina, perfetta.
E pensare che invece so impostare una CI, so stringere una mano e comunicare una disabilità intellettiva, so far stare 10 persone in 9 stanze, so insegnare la tabellina del nove con le dita, so correggere test, so soffiare il naso a qualcuno senza smoccolarmi le mani, so piangere perchè la tristezza non è solo adulta e l'ingiustizia non è nel mondo, ma è appena fuori dal pianerottolo.

Non sono mai stata in giro per il mondo, approposito. Non ho assaggiato l'acqua di mare, non fumo, non bevo, non mi drogo. Non ho preso un aereo. Lascio le chiavi di casa nella toppa, quando esco al mattino. Perdo carta d'identità e codice fiscale, la testa l'ho ancora attaccata al collo, fortuna vuole.

Come una lumaca. Io sono una lumaca.
Senza bavetta, però.

Dai, è carina.

3 gennaio 2015

Elenco di quindici #5

Il genio della lampada mi si è palesato. Sì, se ve lo steste chiedendo ("steste", ma che è??!), questo è il prodotto degli eccessi di zuccheri e trigliceridi festivi. Una totale follia visionaria.
Il grande omone blu, ad ogni modo, mi avrebbe chiesto di stilare un elenco dei 15 desideri che esprimerei se per caso le nostre strade si incrociassero nel roboante mondo reale (sempre se ve lo steste chiedendo, sì: il mio umore oggi si aggira all'incirca tre metri sotto terra, grazie per l'interesse).

1. Vorrei che i miei chili di troppo si trasformassero in chili di banconote, possibilmente da 500 €. Quanti sono dieci chili circa di banconote da 500 €? Me lo sapete dire?

2. Vorrei avere sempre una risposta da dare, non importa se giusta o sbagliata: l'importante sarebbe evitare il silenzio inutile.

3. Vorrei che la Signora Sfortuna (per gli amici "Sfiga" o "Jella") prevedesse a breve una dipartita verso altri lidi; non occorre nemmeno che mandi la cartolina, tanto non m'offendo.

4. Vorrei che le persone a cui tengo fossero sempre libere.

5. Vorrei che le persone buone avessero sempre il coraggio di affrontare i giganti cattivi e la prontezza di spirito per difendersene nella maniera più giusta.

6. Vorrei ricordarmi i miei sogni.

7. Vorrei saper nuotare e guidare.

8. Vorrei sentirmi adeguata nonostante tutto ciò che non riesco a fare e nonostante l'etichetta "2" sulla fronte.

9. Vorrei più meritocrazia e più punizione per chi non merita rispetto.

10. Vorrei più sincerità e meno facciate di convenienza.

11. Vorrei sentire dal solito qualcuno a caso: "Hai ragione, l'immagine profilo di Whatsapp si può modificare anche su un LG senza bisogno di fare il testone e imprecare in aramaico antico". *Smak*

12. Vorrei avere più spesso l'occasione di scordarmi del tempo che passa.

13. Vorrei avere più spesso l'occasione di sentirmi al posto giusto nel momento giusto.

14. Vorrei che chi amo avesse a disposizione altri 15 desideri tutti per sè.

15. Vorrei che chi amo fosse sereno.

Grazie Genio.


Fine.

8 ottobre 2014

Idiozie.

Vi capita mai di avere così paura che qualcosa accada da provare a viverlo virtualmente, a far finta che sia accaduto, come per prepararvi psicologicamente all'eventualità?

A me capita, e anche spesso.
Mi faccio male da sola e penso a quelle che sarebbero le reazioni migliori da avere, le battute da pronunciare, gli stratagemmi per non crollare e le difese da mettere in atto . Un po' per avere una sorta di occasione per dirmi "tanto lo sapevo che sarebbe finita così", credo. Come se in quel caso si soffrisse meno.

Ultimamente la situazione virtuale è sempre la stessa, ed ogni volta mi trovo punto a capo col naso pieno, l'emicrania e gli occhi rossi.
Vorrei non avere bisogno di difese, vorrei non sapere cosa dire, cosa fare, come reagire. Vorrei che il passato mi condizionasse meno e che la mia fosse una tela bianca su cui nessuno avesse mai sputato nulla. Vorrei non dovermi chiedere se sia più difficile avere a che fare con qualcuno che ti dà motivi per allontanarti o che non te ne dà per niente. Se sia difficile avere a che fare con una come me che non dà motivi per allontanarsi e se siano giusti tutti questi anni a chiedermi se vado veramente bene. Se sia giusto pensare che sentirsi una seconda scelta sia un modo di vivere.

E va beh.

21 settembre 2014

Para-paranoie

Unghie nella mano, due lune rosse che mi fissano e aprono la bocca. Respiro a cercare luce verde che non arriva, battito in gola e voglia di abbattere tutto e tutti con tutta me stessa e farmi male, quel male che so riesce a far tacere voci, che parlano anche con la musica in sottofondo e io odio. Perchè mi sento fragile, molle, stupida, nuda, fianco che svela, fianco che invita, fianco che chiama lancia e io muoio. Trafitta. Rido e non volto pagina. Rido e voglio picchiare. Rido e no: non rido. Piango fiumi e cerco un perchè, una soluzione plausibile, un orario che non mostri ciò che non voglio vedere. Attendere, l'attesa uccide. Molte cose uccidono. Molte cose. Uno più sei più due più otto. Diciassette. Sette. Pensa, perchè non pensi che io muoio? Perchè non pensi che ho bisogno? Qui immersa in un borotalco non mio e che mi pare di sentire labbra sul naso? Respiro che fa fatica ad entrare perchè pesa. Largo, slarga, infiltra, goccia che cade e tu non ci sei. E dico subito. Conto fino a dieci. E se è un mettermi alla prova muori. Ti uccido. Ci sono già io che mi metto alla prova ogni giorno e mi ammazzo. Sarà che non l'ho mai cercata la felicità.
Hanno tutti mostri sotto al letto.
Mostri sotto il letto.


15 settembre 2014

Sigmund è come il prezzemolo.

Allora: è iniziato settembre. Settembre è il mese delle novità, belle o brutte. A settembre succede sempre qualcosa che cambia le prospettive e pone di fronte a nuovi scenari.
Almeno capita a me.

Siccome mi pongo sempre questo problema del fatto che sono ermetica e poco immediata e che su questo blog magari non si capisce proprio dove voglio andare a parare certe volte, mi sono detta che sarebbe bello scendere nel concreto e condividere me in quanto me. Sticazzi questa mi piace, eheh.

Ho ricominciato a lavorare il lunedì lontana da casa, proprio come facevo una volta. Perciò dalla domenica al venerdì sera ho ripreso a fare l'eremita nel mio monolocale troppo arancione e ci sto da Dio, arancione a parte.
Uno scorcio di "Monolocale di La Marti". Bello, vè?
Stare lontana da casa mi pare solo un bene stavo scrivendo pene, Freud fai silenzio! , da una parte perchè mi permette di stare lontana da certi pensieri, dall'altra perchè posso permettermi di focalizzarmi su altri. Sigmund, ho detto di chiudere quella ciabatta!!

Credo di aver ribilanciato i rapporti che ho con determinate persone, in primis con me stessa. Convivo abbastanza bene con Martina, e nonostante abbia la lista delle sue fragilità scalpellata nel cuore, mi sembra di potermene fare una ragione. Si è sicuro aggiunta una lista di punti di forza, ecco. La bilancia è orizzontale. Per quella vera, di bilancia,  possiamo soprassedere.

Ci sono novità anche in campo piccolocuoreverde. Queste faccio un po' fatica a condividerle anche con il mio cervello, che tende a classificarle come "ohohoh. Potrebbe essere un ologramma", "Prova a darti un pizzicotto" e "Non starai mica iniziando a fantasticare?!". Ma ce la posso fare. Pian piano. Poi gli inizi son sempre belli.

Insomma. Questo è quanto. Di carne al fuoco ce n'è parecchia, bisogna solo stare attenti a non farla carbonizzare in fretta.
Auguro un buon nuovo inizio a tutti e tutte, ovviamente.
:)
Sigmund, basta: non voglio sapere a cosa assomigliano!!!

24 maggio 2014

Tiriamo le conclusioni.

La logica mi porterebbe a pensare che dovrei avere raggiunto una sorta di equilibrio emotivo che mi consenta di stare generalmente bene, inteso come tendente al "ehi: bene davvero, non sto scherzando".

Nella realtà dei fatti, questo è l'elenco delle cose per cui ultimamente mi metto a piangere:
- vignette idiote che si condividono su facebook;
- scoprire di non avere tempo per fare la ceretta alle gambe con le strisce depilatorie (ve le ricordate le strisce?) al giovedì sera;
- scoprire che magicamente, durante la notte, la mia agenda di pazienti disastrati si è allungata ulteriormente prevedendo bambinetti ancora più disastrati*
- *scoprire che per bambini ancora più disastrati si intendono sottospecie umane di diavoletti della Tazmania e/o discendenti diretti e altrettanto vivaci di Otzi;
Otzi.
- occasioni in cui è necessario fare buona impressione e/o mostrare la mia inesistente inclinazione per la socialità;
- vedere persone che oltrepassano la soglia della porta dopo anni (secoli, addirittura) e, non dicendo nulla, nei dialoghi silenziosi tra di voi si odono le parole "sì, lo so: siamo le uniche coglione che resteranno per sempre qui";
- i treni in ritardo, poco tempo per fare le cose e corse da fare, possedendo la stessa attitudine sportiva di un pachiderma. Morto, s'intende;
- la previsione di un'Apocalisse in arrivo;
- la gente intorno che irradia beatitudine per l'estate che arriva. Cazzo ti ridi? Fa caldo, si suda, si puzza, sarà il mio compleanno e io avrò le solite due settimane di ferie in agosto in cui compatirò me stessa e la mia vita;
- l'essere abbastanza o il non esserlo;
- le sconfitte e le conseguenti testate al tavolo che non si possono (più) dare;
- la foto uscita di merda;

- Lo smalto che non è simmetrico tra le due mani, ma non sei ambidestra e quello sulla destra fa schifo ma la destra è la mano che usi di più e quindi FAFFANBAGNO.

Tirando le conclusioni, diciamolo: sono una bimbaminkia di merda.
Andrò a piangere in bagno e mi farò un selfie.

13 marzo 2014

Trincee [tipo pareti di canyon].

Si pensa (o lo penso io) che dicendo “forza”, s’intenda affrontare ciò che ci fa male.
La verità è che in questo periodo ho la potente convinzione che – a tratti – occorra mettersi in stand-by. Trincerarsi. Allontanarsi da ciò che ci potrebbe procurare danno; così, a scopo cautelativo.
Che – penso – a volere a tutti i costi combattere in un momento in cui si sa che l’armatura scintilla di meno o manca di qualche pezzo e giuntura, beh, più che forte è stupido.
Controproducente. Idiota.

Quindi, bom. Mi fermo un po’. ‘Fanculo tutto e tutti dal passato più o meno recente che mi stanno col fiato sul collo. Ho la “martinite”.
Non sto bene e ho la netta sensazione di non sapermi nemmeno prendere cura di me stessa; figuriamoci prendere le parti di altri, reggere confronti o intavolare discussioni dotate di sensatezza e spessore.

Sto nel letto col cuscino sulla testa; il campanello fingerò di non averlo sentito. Se c’ero dormivo.
La mia trincea è il mio smalto nero (che più nero di così non è mai stato), il silenzio il mio nuovo stile di vita. Al massimo infarcisco la martinite con delle cazzate e faccio ridere la gente con cose che in pochi capiranno. Tipo:

Le cartelle firmate sono sempre sulla scrivania. Babbeo.
(per non dire "pezzente!" - con lo sputacchio -).
E si saluta, evitando di sembrare tonti.
Oppure ti taglio.....l'orecchietta!!!
Grazie.


Visto? Fa quasi già ridere così. Della martinite non mi ricordo niente manco io.

Ahhà. Ahhà, ahhà, ahhà.

26 gennaio 2014

Learnings #4

Per il numero tre: QUI.

1. Il silenzio è più comodo delle parole.
2. Un silenzio dopo aver posto una domanda fa sentire fottutamente stupidi.
3. Nessuno che fa domande è stupido, ma non è una consolazione al fatto di non ricevere una risposta.
3.1 Se tagli uno stuzzicadenti in punta, puoi fare dei fantastici pois color borgogna sullo smalto verde petrolio.
4. Sentirsi una seconda scelta è un modo di essere.
5. Nessuno dovrebbe sindacare sul fatto che una persona si senta una seconda scelta, vuol dire che la sua vita l'ha portata a crederlo.
6. Se la vita porta a credere di essere una seconda scelta, vuol dire che non è stata una passeggiata.
6.1 Se hai 38.3 di febbre, ti puoi fare una cultura riguardo la tv spazzatura del sabato pomeriggio.
6.2 Fottutissima damigella: sono o non sono io la sposa? E allora il vestito me lo scelgo come voglio io!
6.3 Buddy: voglio uno dei tuoi fantastici cannoli. Ora. Spediscimelo col furgoncino.
7. Essere difficile non esclude il diritto di trovare una persona che sappia tenerti testa.
8. Riuscire a resistere all'impulso di gettare il pc fuori dalla finestra del terzo piano e rispondere "ok, spiegami", è segno di grande maturità (o del fatto che ami il tuo pc).
8.1 Duecentotrentasei. Le volte che mi sono soffiata il naso (pron. DASO) oggi.
8.2 Ho già detto dei pois color borgogna? Ah.
9. Fidarsi è una questione di comodità.
10. Non si ascolta solo con le orecchie.
11. Più giovani/più vecchi è uguale, ve l'assicuro.
12. Sarò una logopedista atipica: non parlerò mai più con nessuno.
12.1 Il vento spazza via le stronzate, resta solo la verità. Che a volte fa male.
12.2 Oh ma quanto sono simpatica e positiva io, in premestruo?

Io.

10 gennaio 2014

'Sta cosa dello zainetto.

Quando studi, 'sta faccenda dello zainetto te la condiscono su bene.
Che quasi arrivi a pensare " 'Sticazzi, è una roba figa". Puttanate
In sintesi, il concetto è questo: quando pratichi una professione di cura, devi immaginare di possedere una sorta di magazzino virtuale in cui versare tutta la merda quotidiana. Alla fine della giornata, questo magazzino viene chiuso e lo zainetto deve essere tolto dalle spalle e lasciato ai piedi del tavolo nello studio. 
In soldoni: i pazienti non vanno portati a casa.
Che dicevo sopra? PUTTANATE. Sì.

Io mica ci riesco. E non so se questa cosa mi farà sclerare a breve, entrare in burnout precoce, o se tra qualche anno sarò davvero ad Honolulu a vendere ghiaccioli.
Ma penso anche che sia quello che fa di Martina la Logopedista Martina. 
Diversamente mi sentirei un peso enorme sulla coscienza. Sentirei di non fare abbastanza.
C'è chi mi tirerebbe le orecchie, sì.
E' che in realtà, questa cosa dello zainetto si dovrebbe attivare sempre, a vederne il principio.
Mettiamoci dentro una casa sfasciata e un bimbo che ti chiedi cosa diventerà da grande.
, quel mescolino a cui non sai resistere e che ('stavolta non ti chiedi perché lo sai) da grande diventerà una difesa multistrato difficilmente oltrepassabile. , quello che a otto anni non sa il nome di sua madre.

E, però, mettiamoci anche dentro quei pugni al calorifero. Le gallette come cena, l'intestino che ti manda a fare in culo e le lacrime. Uomodimerda che sta facendo esattamente quello che - col cuore (non solo quello) in mano e le difese (non solo quelle) abbassate - gli avevi supplicato di non fare. Persone che t'inculano col sorriso sul volto e facendoti credere di essertelo meritato. Incertezze per il futuro (inteso tra 6 mesi o la prossima settimana). La neve che non arriva, quest'anno, e io mi chiedo perché non me la stai facendo cadere (nonna, se mi senti: do cazzo stai?). La solitudine in mezzo alle persone.
Eccetera eccetera eh.

Perciò: sarà l'influenza del filmetto visto la scorsa settimana (che mica me lo perdo che lo danno due volte l'anno per l'Epifania e la Pasqua e io me lo cucco bella bella svaccata in cucina) ma ho pensato che, essendo astronomica la mole che dovrei metterci dentro, tanto vale prenderlo buono, 'sto zainetto virtuale.
E mo' la sparo grossa (che ci piace, ohhsì che ci piace). Lo scelgo bene.

Prendo quello là che ci posso mettere dentro un appendiabiti, uno specchio e una lampada.
E un metro che mi dirà che sono PRATICAMENTE PERFETTA.
Vabbè, i fiori me li farò piacere. Per una volta posso far finta di essere quasi una femmina.

Quella lì a sinistra, grazie.
Metti che poi mi metto pure a volare, voglio dire.

Una buona occasione per levarsi tutti dai coglioni.

5 gennaio 2014

Brave persone VS i cancelli

Non ho grande fiuto per dire chi siano le "brave persone" (altrimenti mi sarei evitata tante esperienze sgradevoli); so solo, con grande certezza, che le vere "brave persone" sono quelle che - una volta che ti hanno riaccompagnato a casa in macchina - aspettano di vedere che tu abbia aperto il cancellino con le chiavi.

Può diluviare, grandinare, nevicare, fare un caldo porco, possono essere le tre di notte, ma loro rimangono lì. Attendono il tuo cenno di saluto mentre riaccompagni con eleganza il cancellino metallico. Bello, sembra quasi semplice. Ma non lo è
Oh, no.



Quello che accade in quei casi è questo:
1. Maledici la tua solita inclinazione all'acquisto di borse enormi in cui gli oggetti sembrano nascondersi, acquattarsi nell'ombra, sparire in spazi interdimensionali. Le chiavi, ad esempio, non si trovano nemmeno se cerchi di farle tintinnare oscillando la borsa o capovolgendola;
2. Trovi le chiavi ed esulti, ma prima che tu possa utilizzarle, queste scappano dalle tue dita e cadono nella pozzanghera che si forma sempre davanti al cancellino. Imprechi e raccogli metallo e fango con una certa nonchalance, mentre il portachiavi gommoso a forma di mummia trovato anni or sono nelle patatine ti ringrazia con uno sguardo fradicio;
3. Finalmente inserisci la chiave nella serratura, la giri e..non funziona. Come al solito hai preso la chiave che entra nel buco ma che non fa scattare il meccanismo. Ti ripeti come al solito che dovrai toglierla di mezzo dal mazzo (data la sua inutilità) o che devi contraddistinguere in qualche modo la chiave esatta. Te lo ripeti ormai da dodici anni, quando mamma - orgogliosa e con gli occhi lucidi - ti consegnò le chiavi di casa con una certa dose di apprensione.

Una volta portata a termine la missione, ti giri e le "brave persone" stanno ancora lì. Col sorriso sul volto. Come se non fossero passati quei dieci minuti dalla chiusura della portiera. Come se non avessero la tentazione di dar gas e scappare lontano da te, piccola piattola sudicia su questo allegro pianeta.
Grazie, "brave persone". 
La verità è che mi fate sentire bene. 
Mi fate sentire sicura. 
Mi fate sentire quasi - come dire - a casa.

Questa casa, tipo.
Beh. 
Se non fosse per quel fottutissimo cancellino, è chiaro.

26 dicembre 2013

Di zavorre e me.

Sappiate che voglio parlare di qualcosa di serio. [tutti in coro: nuooooohhh!] Sì.
Non ho nessuna intenzione di fare post natalizi anche se io AMO il Natale; parlerò di qualcosa che di certo assume in questi giorni una certa importanza: la pancia.

Ecco, dovete sapere - piccola parentesi - che dal 2011 alla scorsa primavera ho perso all'incirca 23 chili.
Questi periodi dell'anno sono quelli in cui salgo sulla bilancia e mi autoconvinco che quella tacca in più che vedo è perché i calzettoni che indosso sono pesantissimi, senza contare il fatto che non ho ancora fatto la cacca. Eheh. No, vabbè. [Sì, è così]

La cosa che sempre mi stupisce sono le foto. Ancora non mi riconosco senza quei 23 chili in meno (e badate che non ho scritto "non mi riconosco più magra", cosa pensata, questa). La faccia, il collo, le spalle hanno tanta massa in meno, eppure mi vedo ancora come quella ranocchia con un po' di gozzo di prima.
Se entro in un negozio, ad istinto, afferro in media i capi di due taglie in più della mia. Ho passato mesi in cui prendevo in mano la L e poi tornavo in reparto a cambiarla con la M. C'è di solito accanto ai camerini l'appendiabiti per i capi sbagliati, ma ho sempre voluto fare quella strada a piedi per rimetterlo a posto, come a dirmi "Vedi che se la prendi subito più stretta poi non ti tocca tornare indietro". 
Ora va meglio, sto quasi uscendo da questo loop.

Eccezion fatta per l'altro giorno - in cerca di una camicia con Fratellopaziente -, che la vedo là, bella verdebosco a quadri e dico "E' lei!". E poi prendo la taglia più larga che ci sia, la 44.
Beh. Fratellopaziente è davvero paziente. Dopo aver impersonato con quella camicia 44 uno dei Barbapapà [Barbamarty] da tanto mi faceva da camicia da notte della nonna, gli ho fatto prendere una 40. Poi una 38. Poi una 36. Bon. Avrei potuto provare la 34, ma di seno non sarebbe andata bene. E poi Fratellopaziente in quel momento non sembrava COSI' paziente, porello.

Dai, è pure verde.

Un paio di ragazzi (un paio eh) si sono azzardati a dirmi "Sei bella". Li ho fulminati. Ho risposto "Io non sono bella!". Uno dei due mi ha detto "Allora sei brutta!". "Io non sono nemmeno brutta", gli ho ribattuto. "Ok, allora sei..una cosa, va bene così?". Sì, andava bene. [Ciò non toglie che sei stato e resti un Uomodimerda, ma lì mi hai fatta ridere].
E' quello il punto: che io non mi trovo brutta, ma non mi trovo bella, e forse se non avessi avuto la zavorra di quei 23 chili in più (una zavorra che mi porto ancora in giro virtualmente) mi sarei trovata bellina.

Boh. Non so che scopi avesse questo post. 
Forse confermare quello che si dice, che un grasso resta sempre grasso nel cervello. 
E' la verità eh, non ci si scappa.

7 novembre 2013

Sì no sì no sì no.

Cambio idea in media ogni 10 secondi. Sì.
No, ogni 16 va lah, che 6+1 fa 7 e 7 è un bel numero.
Tra l'altro penso che sia una cosa che non vi interessi.
Però potrebbe anche, visto che sarà qualcosa di condivisibile, a tratti.
Sono stata definita bipolare. Bipolarismo.
Mica è una cosa tipo di politica anche? Bipolarismo.
Quando sono giù sono giù tanto. Quando sono su sono su tanto.
(che mica è vera, la seconda parte)
(quando sono su tutti pensano che sia perché ho bevuto la cioccolata).
Se non sono sana, non posso pretendere relazioni sane.
Che coi normali m'annoio, diciamolo.
Ma voglio qualcosa di normale, di semplice.
Che io cose normali e semplici mica me le meriterò poi?
Devo scrivere.
Che io sono anomala, anormale, bizzarra, inadatta, inadeguata, particolare, strana.
E ho seguito l'ordine alfabetico perché si equivalgono questi termini.
Voglio andare, voglio stare, voglio dormire, voglio attivarmi.
Voglio partire, no voglio tornare.
Voglio star sola, no voglio evitarmi la solitudine.
Gran brutta bestia. Pensassi a qualcosa tipo "scrittura spontanea"
sarebbe questa, né più né meno e a me va bene.
Ma un po' impaurisce. Ma io faccio paura?
Ditemi voi: faccio paura?

Andiamo a pisciar fuori la cioccolata.

Ma ripeto: faccio paura? (che è la cosa più importante, domanda di fondo
..la cui risposta sta poi nel titolo).

NB: Io ho più tette di E.T.