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19 agosto 2021

Alternative.

Così sono arrivata al giovedì della seconda settimana di stop. È strano perché io non ho mai fatto tante ferie tutte assieme, ma più passano gli anni e più mi accorgo che meno faccio, meno farei. Che poi non è proprio vero, ma tendenzialmente sì. 

In questo momento sono in cucina e ho fatto colazione (il che è un passo avanti indiscutibile) e sono impegnata ad osservare un essere vivente con troppe zampe e antenne attaccato alla parete di fronte a me. È posizionato eccessivamente in alto perché io possa occuparmene senza il rischio che mi cada addosso provocandomi un attacco isterico, ma per quanto posso saperne, per me è uscito direttamente dal paleozoico.

Mi fa tornare alla mente il mio vecchio monolocale, quel posto orrendamente arancione che mi presentava ragni e insetti di ogni tipo (quelli che di solito spuntavano dal mio letto incassato nel mobile), persino di plastica (proverò a cercare il link del post e lo incollerò QUI). Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora. 

Comunque: probabilmente dovrò cancellare la prenotazione in montagna della settimana prossima. Danno un tempo terribile tutti i santissimi giorni e con appresso un cane lupo cecoslovacco non è il caso di rischiare di ritrovarsi con un pulcino gigante bagnato e perdipelo tutto il tempo. Troveremo delle alternative. Le troveremo.

Le troveremo, no?

27 gennaio 2015

Con due "ci".

È per via del fatto che quando una arriva al tetto, poi ha due alternative: o si butta giù o urla con quanto fiato ha in gola.
Non starà a guardare gli ipocriti che si fingono vittime essendo nel frattempo parte integrante - e pure subdola - del problema. Non baderà molto all'arrotondamento degli spigoli ma farà avvertire tutta la loro durezza. Non farà riferimento al fatto che le incombenze per essere tali necessiterebbero di approvazione da parte dell'individuo che le subisce, lungi lui dall'essere mulo da soma.

Non saranno questi i dettagli importanti.
Il fondamento starà invece nel disincanto, nella facilità con cui quest'una sul tetto ci sia arrivata, e non si sorprenda neppure di vedere metri e metri sotto di lei, senza nemmeno avvertire un poco di vertigine.
Il fondamento starà nell'amarezza, quella sensazione di affanno per non si sa più quale corsa, verso quale meta, con quali gambe, lo stomaco e lo spirito gonfi di cosa.
Ritratti gli artigli e abbassata la coda ad assenso, resterà soltanto una sagoma da riconoscere in fretta.
Un felino. Quello sul tetto sarà un felino, sì.

Una micia, con precisione. Una di quelle con due "ci".
Occorrerà badar bene ad avvicinarlesi con del fuoco, poichè lo scoppio sarebbe immediato e inevitabile.
Risparmiategliele, alla micia con due "ci", le scenate patetiche. I grandi, quelli veri, lo sono perchè si sentono piccoli, non perchè ergono palizzate di superiorità. Lo impara ogni giorno, entrando nell'auletta blu ed uscendovi con grandi saggi e trattati provenienti da esserini al di sotto del metro e cinquanta.
Non usate ironia, lei la padroneggia assai meglio, a tal punto da servirsene da scudo per sopravvivere negli anni, che ormai sono quattro. Non crediate che quelle siano crepe, son cicatrici.
Quelle da micia che combatte per non cedere alla paura, e mica del buio.

Che - sappiatelo - la micia, proprio lei, con occhi magici lo sa: il buio vero, quello dei mostri cattivi e delle streghe occhi di giada, non è quello della notte che spunta la luna e non si scorgono più ombre, no.

Il buio di cui aver paura è quello che viene da dentro, con rabbia e angoscia.
È il buio di cuore malato, vuoto, nero.
Solo.

21 novembre 2014

Etimologia.

Era dalle medie - avendo poi frequentato un Istituto Tecnico Industriale - che qualcuno non mi faceva riflettere seriamente sull'etimologia. Solitamente in mezzo a citazioni latine e greche mi sento più spaesata di un riccio sulla Paullese, però ammetto che la cosa ha un suo fascino e un suo perchè. Questo vale sempre, soprattutto quando una persona generalizza la curiosità per cose che riguardano tutto all'infuori del lavoro. Ovvio.

Stabilità. Ho pensato a questo. Ho pensato che chiunque mi chiedesse la cosa che bramo di più, quella sarebbe la stabilità. L'abilità di stare, etimologicamente parlando. Il che - riferito a me - fa un po' ridere.

Io sono quella che agisce, che REagisce, che si alza e va avanti, che si muove dalle stasi, che piuttosto di fermarsi un attimo si strangolerebbe con i lacci delle sue consumatissime All Star tarocche. 
Stabilità, abilità di stare. Mi rendo conto che solo ultimamente mi sto abituando a farlo, e manco è venuto da me, l'input. Coerente, al mio solito.

Stabile. Abile a stare, non ad andare. Andare dove, poi? Altrove, credo. In qualunque posto che non sia lo stesso di questo momento. In un pensiero che non sia quello formulato e sedimentato e al quale ci si sia abituati. Ah: in quest'ultimo caso, soprattutto, sono  sempre stata la regina delle fughe. Escapologia pura.

..quanto era inquietante, l'amico Houdini?
Ma, lo devo dire: la stabilità non sembra fare così schifo. Soprattutto quando deriva dalle cose giuste. È solo una novità, e io devo oltrepassare la paura che non mi consente di abituarmici (occorrerebbe usare il plurale, qui.."e dobbiamo oltrepassare la paura che non ci consente di abituarcici". Oddio. Si dice abituarcici? Ho dannatamente paura di no, ma oltrepasserò anche questa). 

Mica una ha bisogno di essere Houdini, dico.
Solo un po' più stabile. Mentalmente e non.

25 ottobre 2014

The others: il remake (SPOILER!!)

Avete presente "The others", con la Kidman?
Ecco, è stato recentemente girato un remake.
A casa mia. L'attrice principale è mia madre.

Sostanziali le differenze: la famiglia è sempre composta da 4 elementi, di cui due genitori e due figli (un maschio più piccolo - Fratellopaziente -, e La Marti). Il padre non è però deceduto al fronte e la casa in cui vivono (immersa nella nebbia della Bassa Padana anzichè della brughiera inglese) non è così esageratamente enorme.
Si aggiunga a tutto ciò un rinnovamento del focus attentivo che ruota attorno ai componenti domestici. Se, infatti, nella versione originale erano le porte a farla da padrone (ricordiamo la celeberrima battuta "Nessuna porta deve essere aperta prima che l'ultima sia stata chiusa, è così difficile da capire? Questa casa è come una nave e qui la luce deve essere controllata come se fosse acqua, aprendo e chiudendo le porte"), il remake viene costruito attorno ad un perno lievemente diverso: le finestre.

La trama, infine, racconta di questa madre fondamentalmente ossessionata dalla pratica di rinnovamento dell'aria all'interno delle stanze, di come la figlia (La Marti) lotti strenuamente inseguendola a destra e a manca per chiudere i vetri e di come alla fine (SPOILER!!!) quest'ultima si arrenda di fronte alla furia omicida del genitore.
Riporto soltanto, con criteri del tutto personali (in molti sensi) una battuta del film e la descrizione di una delle migliori scene del remake. Per la prima ho scelto: "Non sai che se non si cambia l'aria ogni tanto i germi e i batteri poi prolificano e qui diventa una fogna? Su, dai, anche se sono le 7.30 apro solo un paio di minuti". 
Per la scena, invece, vorrei sottolineare la profonda riflessione che suggerisce il passaggio in cui la figlia, ammalatasi di tonsillite e sofferente nel suo letto di dolore, estragga il piumone all'alba del 23 ottobre e vi si rintani sotto come un piccolo leprotto in cerca di rifugio per il letargo.

Indescrivibile. Solitamente non amo i remake, ma questo mi ha lasciata senza parole.
Lo consiglio, vale tutti i 7/8 euro del biglietto. Per chi fosse interessato al tour all'interno della casa, mi contatti privatamente. 



Inutile chiederlo, cocca: probabilmente è morta di polmonite.

E ricordate: stanotte allo scoccare del cambio dell'ora, è consigliabile un repentino cambio dell'aria. Per inaugurare l'inverno con una congestione paura. Buoni brividi a tutti!

24 settembre 2014

Elenco di quindici #1

Le frasi più improbabili sentite pronunciare - o palesemente pensate - da esseri umani di sesso maschile:

1) Ma non possiamo provare, dico tentare, solo a scopare e nient'altro?

2) Vediamo cosa c'è in questo armadio.. (la prima volta che entrano in casa tua)

3) Tette. Tette. Tette. Tette.

4) No perché dico: mi lava, mi stira, mi fa da mangiare..perchè dovrei uscire di casa?

5) Voglio morirci, qui in mezzo (cit. Frase 3)

6) Oh, che domanda da quindicenneche mi hai fatto (alle 21.34)

7) Mi pitturi un'unghia di nero?(alle 23.04)

8) Ma sei sicura che vuoi stare con me?

9) Sono serio.


10) Venire da te solo per un caffè per me sarà molto difficile, però ci provo.

11) Gioco a calcetto, coltivo un orto e la domenica vado a messa.


12) Giuro che tengo le mani in tasca, non ti tocco!

13) Fidati di me.

14) (dopo mesi che uno lo usa) Ah, quel soprannome mi fa cagare.

15) La donna va capita.
Palle rotanti, venite a me.


21 gennaio 2014

I favolosi anni '80: MA DOVE???

Ringrazio sin dal principio l'amica A.S.S. per lo spunto, come dire..gggeniale!

Dicevamo - per l'appunto io e A.S.S. - che i favolosi anni '80 hanno rappresentato un decennio importante, di grandi svolte positive e negative. Di rinnovamento e rivoluzione.
Si pensi alla dance di quegli anni. L'omicidio Lennon. Il crollo del Muro. I giochi Nintendo. I look sobri che manco Lady Gaga (Fig. A). Madonna con "Like a Virgin". Chernobyl. La scoperta del buco dell'ozono.
Cioè: ammazza.
Fig. A) Raro esemplare di upupa variopin...ah, no. Cindy Lauper.
Beh. Io e A.S.S. facciamo risalire a quel periodo ben altro.
Nuove tecnologie? Esplosione dei media? Nuove tendenze nella moda?
Ma no. Ma no. MA NO.
Per l'appunto.
I "favolosi anni '80" sono stati la culla del concepimento e della messa al mondo della più immensa popolazione di esemplare maschio umano rincoglionito che sia mai esistita.
E' così, non ci si scappa. Lo dimostrano le nostre esperienze maturate nel ruolo di "sfortunate ragazze fine anni '80", I tentativi sono stati molteplici, lo giuro. E gli animi hanno lottato a lungo prima di dichiarare la sconfitta: i maschi anni '80 proprio NON CE LA FANNO.
Nun ce so. Nisba. Nada. Zero al quoto.

Riflettendo, abbiamo capito che non ci restano altro che due opzioni sulle quali buttarci. Traslare:
A) sui quasi adulti (ma quando mai??!) degli anni '70;
B) sui rappettari, minchiazzioh, stramegapauer degli anni '90.
Oh. Mi vergogno un po' a dirlo, ma io ci tenterei con questi.

Ahò. Uozzap, 'bro??

21 dicembre 2013

C'è sempre qualcosa dietro

Correva il Natale 2012.
Nella mia stanzina donavo biglietti colorati che auguravano buone feste ai miei pazientini, e alcuni di loro portavano in cambio un piccolo pensierino.

Arriva il turno di XYZ.
Capelli lunghi, fiocchi vistosi, posto fisso nel coro ecclesiastico e matite portate da casa con disegni di pecorelle e il motto "Il Signore è il mio pastore".
La mamma si avvicina.
- Mardiina, un biccolo penzierino! -. La ringrazio e le assicuro che lo aprirò appena entrata in stanza con la bambina, dicendo che comunque non avrebbe dovuto farlo. Non immagino quanto REALMENTE non avrebbe dovuto farlo.

Una rosa  color rosa antico finta, con i bordi punteggiati da brillantini dorati (che finiranno puntualmente dappertutto).
Un calendario 2013, dal titolo "365 frasi della Bibbia, giorno per giorno. Riscopriamo insieme il Vangelo e le parole di Dio".
Sul cartoncino posteriore, con una calligrafia tremula, un augurio che mi commuove: "Il Signore ti benedica, Martina. Grazie per tutto ciò che hai fatto per XYZ".
E un po' mi sento merda eh.

Date le premesse, cercate di capire con quale stato di angoscia io abbia affrontato l'arrivo, quest'anno, di XYZ (capelli un po' più corti ma sempre tanti fiocchi e un'inclinazione per il canto sacro) con un pacchettino per me. Dice "èpèttè" (trad: è per te). "Grazie!", rispondo deglutendo. Lo apro.
No dico: uno smalto verde petrolio. Una matita per occhi verde brillante. Una stecca di cioccolato al latte. Un calendarietto portatile.
Alzo la testa ammutolita. Non capisco. Poi, in un lampo di lucidità, mi viene un'idea.

Giro il calendarietto e sorrido, sollevata. Una scritta in grassetto fa capolino ammiccante:
"SEI DAVVERO SICURO DELLA TUA SCELTA RELIGIOSA?".

C'è sempre qualcosa dietro! (cit.)
Subdoli. 
Subdoli cristiani portatori del messaggio di Dio: non mi avrete mai!

23 agosto 2013

Tempi moderni

Okkei. Ho scaricato l’applicazione gratuita che consente di messaggiare, videochiamare (e sicuramente molte altre cose che ancora non so) sul mio telefono. Non faccio nomi ma, per farmi capire, è quella pubblicizzata dal personaggio che la mia ignoranza calcistica - e sportiva in generale, ehh sì - mi porta ad etichettare “essere umano brutto e col nasone”. Cioè Messi.
Uno di quei miliardari in mutandoni che rincorrono una sfera che rotola, per intenderci.

Comunque.
No, è carino eh. Una valida alternativa per quando UOZZAP mi scadrà in versione free.
Ma la cosa che intrippa sono tutte ‘ste opzioni SOCIAL. Che fafffigo dai.
Ditemi: potevo io resistere???
Ma no! Ora vi illustro alcuni dei miei risultati.



22 agosto 2013

Chiamiamolo Billy

Stamattina è capitata una cosa abbastanza schifosa.
Rifaccio il letto e raccolgo il copriletto da terra (lo butto giù ogni sera, visto che fa un caldo porco).
Beh, tra le pieghe, salta fuori un bacarozzo nero gigantesco. Ma gigantesco nel senso che sarà stato 5 cm di lunghezza. NEL MIO LETTO, si capisce?

Bene. Entro in panico e mentre scarto l’opzione Bear Grills (prendilo con le dita e mangialo) corro a prendere la paletta per la polvere. Non considerando che quei cosi ad 8 zampe sono dannatamente rapidi.
Beh, il bacarozzo (chiamiamolo Billy) finisce sotto il mio letto incassato nell’armadio a ponte (chiaaaro).
Impanicata ancora di più estraggo il cassettone sotto al letto e lì lo vedo: Billy è al sicuro all’ombra immerso in alcuni gatti di polvere. Porcazzozza. Sposto i mobili e prendo la scopa.

Mi dico “Ehi..è da un po’ che qui sotto non pulisco” (cercando nella mia mente un momento passato in cui io lo abbia davvero fatto…ehm…).
Non sapevo cosa sarebbe saltato fuori da lì sotto. Nell’ordine:
1. Polvere. Di quella soda, condensata. Lo so, fa schifo.
2. Bacche rosse. Rapido flash di quella carinissima piantina secca che si trovava sulle mensole nella parte opposta della stanza e che, durante la mia assenza in un weekend, ha bellamente deciso di cappottarsi disfacendosi per tutta la stanza. Era lo scorso inverno. Il termometro in casa (dopo 3 giorni di stufa spenta) segnava 9.8 gradi e io, nel raccogliere i cocci del bicchierino della pianta, mi sono tagliata il dito. È stato allora che mi sono chiesta se mi trovassi per caso sul set dell’ultimo capitolo della saga “Saw l’enigmista”.
3. Un insetto di gomma arancione. No, cioè. Che cazzo è questa cosa? Di quale proprietario del mio monolocale sarà mai stato quel COSO? Approposito: prima di buttarlo nel cestino ho fatto delle foto. Vorrei che qualcuno, se mai lo sapesse, mi spiegasse a quale specie appartiene.
4. Una pallina trasparente.





Lo so che qualcuno a questo punto se lo starà chiedendo.
NO: il bacarozzo Billy non so assolutamente che fine abbia fatto.
Penso che stanotte acquisirò il potere della levitazione e dormirò nell'aria. 
Sì, farò così.

29 luglio 2013

Il regalo


Aveva odiato quella bambola sin dal primo istante in cui ne aveva avvertito la presenza, quattro giorni prima. Anche senza averla vista, infatti, Ambra aveva aggrottato la fronte alla vista di quella borsa che la zia le aveva portato durante la sua festa di compleanno.
C’è un regalo per te!” le aveva detto con quel solito sorriso gentile al quale era estremamente difficile dire cattiverie. Così aveva accettato il dono e si era sporta per sbirciare dentro la borsa. Ciò che aveva visto andava oltre la sua immaginazione: era qualcosa di veramente spaventoso.

La bambola era stata fabbricata a mano, unendo pezzi di stoffa di recupero. Il volto, incredibilmente asimmetrico, era il risultato della cucitura forzata di almeno cinque parti differenti, con relative tinture improbabili. Proprio a livello del naso, inoltre, una cicatrice a punti rendeva arcigna l’espressione del fantoccio, e a nulla era valso quello sghiribizzo rossiccio che doveva fungere da bocca.
Per il vestito era stato scelto un colore che, nella sua mente di bambina, Ambra aveva identificato come “grigio dei temporali”, il che non aiutava certo a renderle simpatico quel pupazzetto.
Ma il dettaglio che più la impressionava, quello che le faceva avere degli incubi tremendi, erano i suoi artigli; non pensava di poterli chiamare altrimenti, quei bastoncini legnosi che proiettavano ombre lunghissime verso di lei al momento di addormentarsi.

Se la bambola – a cui non aveva chiaramente dato un nome – non era ancora stata dirottata verso la soffitta e sepolta per sempre sotto la polvere, era soltanto perché la mamma l’aveva guardata malissimo quando aveva accennato all’eventualità. La zia era stata gentile a portarle un regalo dall’Africa, e lei non lo avrebbe certo fatto scomparire così, per capriccio; come aveva apprezzato quel nuovo, tenero orsacchiotto donatole dalla nonna, si sarebbe abituata anche a lei, col tempo.  Pensandoci, ad Ambra questa cosa sembrava giusta; solo che quella bambola, proprio quella, le faceva una paura tremenda.

Per tre giorni l’aveva tenuta a fianco del letto, senza poter dormire sonni tranquilli. Poteva sopportare di averla accanto di giorno, quando la luce del sole la faceva sembrare quasi innocua, ma non certo dopo il tramonto; era arrivato quindi il momento di mostrarle la sua nuova casetta notturna: il cassettone dei giochi.
Quella sera Ambra richiuse soddisfatta il coperchio e fissò il gancio, assicurandosi che non si potesse aprire in nessuna maniera. Si addormentò di sasso.

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Finalmente!, pensò il pupazzo in un moto di soddisfazione. Era stata dura liberarsi, e gli ci era voluto tanto tempo, ma ora aveva campo libero! L’unico ostacolo che si frapponeva fra lui e la bambina era stato aggirato.
Ripensò a quegli occhioni a bottone, a quella faccia sfigurata e a quello straccetto sporco che la vestiva. Si era erta a difesa della marmocchia lottando strenuamente contro di lui, negli ultimi giorni.
Ma ora non avrebbe potuto fare nulla: relegata nel cassettone! Che smacco!

Era giunto il momento di agire: spiccò un balzo giù dalla mensola e trascinò le zampe per farsi sentire dalla bambola che – sconfitta – emise un mugugno soffocato dall’interno della sua prigione.

Tippy l’orsetto esultò definitivamente, mentre si preparava a spiccare un salto sul letto di Ambra.