27 settembre 2015

Esperimenti vocali #1

Credo sia per via del fatto che sono anche questa.
Tipo che me lo devo.


La stagione del tuo amore
F. De Andrè

12 settembre 2015

Vinci o Pennetta? Io lo so.

Ecco, vedete. C'è questa cosa che penso, ultimamente.
Che quando una persona mi spinge a superare i miei limiti, mi tiene testa e fa sì che io metta in discussione le mie inutili paranoie esistenziali e la mia innata e controproducente sociofobia, allora vale la pena investirci tempo, energie, sogni.

Quando negli occhi di una persona vedo passione per quello che fa, lacrime ed emozioni e nessuna tendenza a nascondere tutto questo, allora vuol dire che in lei c'è Bellezza. Vuol dire che non occorre ergere palizzate o indossare scudi, o impilare mattoni, o corazzarsi di spine.

Quando le esperienze si colorano d'argento che brilla, quando poi diventano tante, tutte allineate e ricche nella memoria, quando diventano bei ricordi, allora il tutto assume la forma di un album. Uno di quelli spessi, con tante pagine che ancora non sono state sfogliate.

E allora stasera. Stasera che - lo so - la poltrona sarà piazzata davanti alla televisione, i pugni ogni tanto piantati nei braccioli e le imprecazioni sussurrate tra i denti. Stasera che - tanto sono entrambe italiane, che storia! - tutti si staranno facendo questa benedetta domanda: Vinci o Pennetta?
Beh, io lo so. È chiaro: Vinci. 
Vinci, tu. Tu. 
Sempre.

30 agosto 2015

Nomadi stanziali. Un post che non doveva stare qui ma starà qui perché qui posso dire ciò che voglio.

Cantano in piazza stasera. Un Vasco francamente evitabile, non essendo Brondi. Nomadi passabili. Qualche pezzo antico rispolverato, di Artisti Vari.
Poi ci sono io, dalla mia camera da letto che si affaccia sul campanile. Una volta le campane erano vere, adesso sono solo registrate. La mia casa sembra qualcosa di nuovo, che non vedo da tanto tempo.
Sono i Gang questi? Mica è possibile, ma mi pare di sentirli ovunque. Ma no, figuriamoci. Sarà un Finardi di qualche tipo.
Ad ogni modo. È solo a casa che riesco ad evacuare come si deve. L'argomento è delicato, lo so, ma è proprio così: altrove mi è difficile liberarmi da quello che ho dentro. Forse in molti sensi.

È quando i sogni inizi a sfiorarli con i polpastrelli, che ti si crea quella paura di perderli o vederli sfumare in una folata di vento. È quando il tuo castello di carte si dota di Supercolla Sigillante che ti domandi ("è un Dio che è morto, ai bordi delle strade..") quanta violenza ci vorrebbe ora per smantellarlo pezzo per pezzo.
Vaneggiamenti. Insensatezze, così usavo chiamarle.
Ci sono tante zanzare quest'anno. Le zanzare del Nilo, la malaria, l'ebola, il morbillo e la dissenteria. "Impressioni di settembre". Io so chi questa serata musicale farebbe andare in brodo di giuggiole. Settembre. Manca poco.

La chitarra ancora non ho imparato a suonarla. Per forza, volevo esercitarmi e poi ho mollato tutto per pucciare piedi e sederone nell'acqua salata di Roma. Roma, la Città Eterna. Una Fontana di Trevi coi lavori e comunque lacrime che scendevano. Ma non era questo il discorso.
La gente. Persone ovunque che parlano e lanciano rasoiate e io mi chiedo cosa succederà quando feriranno davvero a morte qualcuno. Chissà se la saliva che sputano farà da coagulante o se avranno imparato la fine arte della sutura, per quel giorno. Per ora sostano in club privati, disinteressandosi del mondo e di quello che c'è fuori - perchè quello dentro parrebbe essere più importante -. E chi dissente? Io no. Ma conosco il rispetto.

 E so che esiste anche il numero 21, di articolo della Costituzione. E so che la Comunicazione è il punto nevralgico del mio lavoro: no, della mia vita. So che ("..io voglio vivere, ma sulla pelle mia..") violenza significa anche tappare la bocca, strappare una pagina scritta e bruciarla nel magico mondo virtuale, cliccare e cancellare il prodotto di altri. Violenza è non ascoltare, violenza è ignorare. E Nessuno voglia mai che io lo faccia con chi amo, con chi aiuto, con lo sconosciuto che incontro per strada.

Perché allora avrò fallito.
Come logopedista.
Come donna.
Come essere umano.

16 agosto 2015

Nemmeno se.

Nemmeno se mi perdessi continuamente chiavi, portafoglio e telefono lasciandoli sul marciapiedi o sul tettuccio della macchina.

Nemmeno se Mannarino mi dicesse che a Carroponte mi ha notata nel mezzo della folla e ha riscritto la canzone cambiandola in "Me so' 'mbriacato de Martina".

Nemmeno se dovessi sbagliare sempre strada col navigatore e arrivassimo in ritardo a qualsiasi appuntamento, costretti ad andare avanti indietro sulla stessa via per dieci volte, col trattorino che ci prende per il culo.

Nemmeno se mi comprassi decine di mantelline per la pioggia rosa confetto.

Nemmeno se dovessi impiegare ore per svegliarti al mattino, sfiorandoti il braccio e tu che mi assicuri "sì, sì", col testolino per dirmi "sono sveglio". E invece non è vero.

Nemmeno se il passato dovesse continuare a ferirti e io a lottarci contro, provando a cancellarlo col nostro presente.

Nemmeno se tutte le volte si inaugurasse il viaggio morendo di incidente stradale*.

Nemmeno se continuassi a farmi notare "patatine" per le strade e fotografare gente casuale per poi modificare le immagini e mandarmene trenta per volta (sì, bella 'sta sciura che guarda il Colosseo, ma io e te dove siamo?).

Nemmeno se continuassi a ungermi di creme di ogni tipo e io facessi SWISSH ogni volta che mi abbracci e/o scivolassi sul pavimento sbattendo il sederone (perchè mettersi ettolitri di crema "fa bene").

Nemmeno se continuassi per l'eternità a portarmi in posti dove sono morte persone, a farmi sentire canzoni in cui si racconta la storia di persone morte, a chiedermi informazioni geografiche e storiche sapendo la mia innata riluttanza per l'argomento (Quito. La capitale dell'Ecuador è Quito).

Nemmeno se tutte queste cose si avverassero io ti mollerei. Ma manco morta.
Mettilo in conto, perchè è una minaccia, sì.


Ho imparato che più si pospone il momento in cui si vuole scrivere qualcosa, più significa che si ha paura di far uscire i concetti dalla propria testa.
Perchè perdere belle cose, o comunque farle sbiadire, fa tremare un po' dentro.

*
Per non far preoccupare nessuno (..ma chi?).

31 luglio 2015

A tutto.

Ottimismo, sì.
Sono ufficialmente in ferie, scrivo questo post con una nuova, fantastica tastiera bluetooth (grazie A.S.S.) e per 17 giorni nessuno mi romperà piu' le scatole.

C'è qualcos'altro. Vacanza.
Per la prima volta questa parola assume per me un significato concreto, io che da sempre sono abituata a pensare che le vacanze siano per la gente che sta bene, che ad andare via ce la fa, che non ha sacrifici da fare per arrivare alla fine del mese.
Non sono abituata ad andare in vacanza. Non ne ho mai avuto possibilità e motivazione; non mi è stato insegnato, ecco.

Quest'anno la motivazione è forte e importante, e voluta.
Quest'anno ho abbandonato le mie vesti usuali e ne ho indossate di nuove, colorate, strane. In molti sensi, davvero.
Ringrazio chi ha deciso di darmi questa possibilità. Ringrazio me stessa, per essere quella che sono. Ringrazio chi ho scelto e che mi sta accanto in ogni modo, e lo fa con pazienza e comprensione, quasi che il reciproco adattamento non sia compromesso ma immenso piacere. Ringrazio che tutto questo non mi sia fatto vivere come un peso ma come un'immensa fortuna.

Sono felice. Sorrido.
L'estate, per la prima volta, non è gabbia ma opportunità. Voglio coglierla a palmi aperti, godendone ogni secondo.
Un anno fa stava per cambiare il mio mondo, e io ancora non lo sapevo.
Non è tutto facile, non è tutto chiaro, ma io so che sarebbe bastato un nulla e tutto quello che sto vivendo sarebbe potuto non accadere.

Sono pronta a bruciarmi il naso prendendo il sole.
Ad innamorarmi di nuovi posti, nuove città, nuove facce.
A mettermi in gioco ancora e ancora e ancora.
A ricaricarmi, a rilassarmi, a ricominciare.
A fare discorsi seri e idioti, a viaggiare, a non guardare l'orologio.
Con te, sono pronta a tutto.



5 luglio 2015

Elenco di quindici #7

I maschi: inesauribili fonti di idiozie francamente evitabili. 
Diciamo che la lista si farà più breve, altrimenti questo post potrebbe diventare una rivisitazione della Divina Commedia. 10 punti.
Passiamo all'elenco.

1. L'utilizzo del navigatore, per i maschi, ha caratteristiche del tutto personali. Devi andare al Parco Secchia della frazione Villalunga di Casalgrande? Loro imposteranno Reggio Emilia, sul navigatore. Poi procederanno a spanne. Dopo tre strade sbagliate, la donna estrarrà il suo telefono e li condurrà a destinazione in due minuti.

2. L'esibizionismo. Agli uomini fa piacere avere delle cagnoline in calore che sbavano alle loro spalle. Viceversa, se un uomo discretamente tatuato adocchia la loro fidanzata, decidono di andarsene dal Parco Secchia di Villalunga (Casalgrande) - volevodireReggioEmilia, pardon - prima della fine del concerto. 

3. La capacità di procrastinare qualsiasi cosa è del tutto maschile. Potrebbero farsi scoppiare la vescica per via del fatto che "sì, devo fare pipì ma magari ci vado dopo".

4. Avere idee geniali. Ogni tanto ne hanno anche loro. Peccato che due minuti dopo averla partorita, cambino totalmente idea.

5. Minimizzare. Sono bravissimi. Bra vis si mi. Intendo quelle cose del tipo "Ah amore, il mio amico ci ha invitati a cena, vieni?". E, benchè lui conosca la tua innata sociofobia, arrivi sul posto e ti trovi una tavolata di venti persone. Che non si dica che non te l'aspettavi, furbacchiona.

6. L'organizzazione delle vacanze. Fosse per loro partirebbero con il fagotto; no, non lo strumento musicale, ma quello che si vedeva nei cartoni animati quando qualche personaggio doveva intraprendere un lungo viaggio. Un bastone, un fazzoletto adibito a sacco che contiene - in ordine di importanza -: lettore mp3, occhiali da sole, una bottiglia d'acqua e un sacchetto di caramelle. E a dormire: sotto i ponti!

7. L'ipocondria. Non è un modo di dire: davvero credono di poter morire per un taglietto.

8. Agli uomini piace ergersi a modello. Dovresti mangiare questo, dovresti correre di più, dovresti prendere il costume a due pezzi, dovresti provare a fare quell'altro. Se cedessimo, si troverebbero a convivere con esatte copie di loro stessi. È giunto il momento di far loro sapere che il nostro comportarci come pare a noi è in realtà un brutale sacrificio d'amore. Vi amiamo.

9. "Come stai? Dove vivi ora? Lavori ancora lì?". Gli ex uomini sanno ricomparire alla cazzo e inondarti di domande a cui non risponderai. Non si vergognano. Anzi, aggiungono pure: "Oh, non volevo riallacciare rapporti eh, inutile che non rispondi! Volevo solo sapere se era cambiato qualcosa!". Sì. Non ci sei più tu e io sto bene, cretino.

10. "Amore ti scoccia se suono dieci minuti? ". NO, QUESTO FACEVA PARTE DI UN ALTRO POST. E comunque suona, che mi piace. 

Tanti cari auguri di buone vacanze, Calimero.
ps: in realtà io il mio Calimero lo amo tanto. ♡

18 giugno 2015

A volte ci vedo.

A volte ci vedo.

A volte ci vedo mentre corriamo, sorpresi da uno di quei temporali estivi che ti infradiciano e ti fanno correre sotto un portone. Tu mi abbracci e sorridi con quel tuo sorriso grande che sembra sempre timido e mi dai un bacio.

A volte ci vedo in macchina, tu che guidi tamburellando sul volante a ritmo della musica e io che guardo fuori senza guardare davvero, per pensare che la vita è tanto bella, che va proprio vissuta così, come in quel momento.

A volte ci vedo affrontare cose difficili, abbracciarci e dirci che ci sono state situazioni ben peggiori e che siamo vivi entrambi, e ci siamo trovati lo stesso, anche intenti a scansare gli ostacoli lungo il tragitto.

A volte ci vedo con qualcosa di piccolo e prezioso tra le mani, io che penso che saresti tanto bravo a curarlo e io che mi perderei ad osservarlo e ad osservarti curarlo.

A volte ci vedo seduti sull'erba, un golfino e un po' di vento che ci fa stringere e tu che mi assicuri che andrà tutto bene, che non ci si deve preoccupare, che l'America è vicina, è come andare sulla luna in Fiat Uno, è come lavorare in Cina.

A volte ci vedo litigare (oh, sì!), tu che mi inondi con le tue parole ostinate e io che ti infilzo con il mio silenzio e le mie occhiatacce, le mie lacrime e il mio non saper parlare. Ci vedo far pace e abbracciarci, che non sono le promesse su carta da mantenere, non sono i titoli, non sono i sì, non sono gli anni. È l'amore, e solo l'amore vince, vince sempre.

A volte ci vedo, noi che il bisogno di giustizia (così diverso, così uguale), ci porterà a metterci nei guai e ci morsicheremo la lingua. Io la tua e tu la mia, per la precisione.

A volte ci vedo nel presente, a farci forza e a fare i giovani o i vecchi a seconda del momento, a pensare che ne vale la pena, che abbiamo un buon profumo insieme, che siamo grandi, siamo giusti e che dividere quel divano lo rende infinitamente più comodo. Alla faccia di chi non ci crede.