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7 ottobre 2021

Portoni.

Questo pomeriggio il portone della chiesa in piazza era chiuso. Di solito passo di mattina, durante la messa, quando è aperto, ma non oggi.

Riflettevo mentre camminavo sul fatto che da bambina le maniche dei maglioni che indossavo erano così lunghe che sarebbe stato impossibile fare qualsiasi cosa, ed erano quindi costantemente risvoltate. Per questo mi risulta così difficile accettare di fare la medesima procedura con i jeans, credo, al giorno d'oggi. Infattibile, davvero: mi sentivo allora talmente inadeguata da poter attribuire a quel periodo l'origine della mia fatica esistenziale.
Ad ogni modo - pensieri idioti a parte - è stato mentre pensavo ai risvoltini ai jeans che l'ho notato: il portone della chiesa in piazza era irrimediabilmente chiuso. Serrato.

È buffo - no? - che anche un luogo simbolo di accoglienza incondizionata come può esserlo una chiesa ogni tanto chiuda l'ingresso principale. Eppure è necessario, probabilmente.
Come è necessario ostacolare un po', ogni tanto, l'entrata di qualsivoglia stimolo nel proprio animo. È necessario tutelarsi. Proteggersi. Ricaricarsi.

E forse sta proprio lì, il punto del mio ricercare e poi respingere, ultimamente. Allargare le braccia per poi stringerle, conserte. Incamminarmi lungo un sentiero che irrimediabilmente non avrò la costanza di seguire sino al traguardo. Sì.
Dovrei affiggere un cartello sul mio petto:

"Non vogliatemene, sto cercando di salvarmi".
Sarebbe più facile parlare. 
Meno pericoloso, vivere.

20 agosto 2021

Chiamatemi Giovanna d'Arco.

Oggi mi sento un po' più frastornata del solito. La colpa è di tutti questi sogni che popolano le mie notti, sogni che non posso definire certo riposanti.

Due notti fa stavo cercando di estrarre qualcosa dalla bocca di chi qui non ha ancora etichetta. Nulla di incomprensibile, dopotutto: è la mia proiezione di ciò che vorrei accadesse. Un po' meno silenzio e più condivisione. Ma so che non è il momento, perché siamo entrambi in vacanza. Almeno credo. Ad ogni modo stavo estraendo qualcosa di grande e sporco, che aveva le sembianze di una foglia di sottobosco umida e incrostata di terriccio. Ci sono argomenti, ultimamente, di cui so gli costerebbe parlare. Ma me ne ha accennato, mi ha accennato di come lo fanno stare, e questo è qualcosa di nuovo, a tutti gli effetti. 

Stanotte invece ho sognato che un amico perdeva un pollice. Era una situazione strana per cui ci arrampicavamo su delle rocce per sfuggire da una trappola, o qualcosa del genere. È la classica eventualità che nel plot di un film d'azione farebbe pensare allo spettatore "ma non ne avevano già passate abbastanza questi? Pure il dito mozzato?". Tranquillizzavo sua moglie in lacrime e continuavo ad arrampicarmi.

E ora mi sento frastornata. La faccio, la colazione, non preoccupatevi (ma con chi parlo, di nuovo? Chiamatemi Giovanna d'Arco).



1 marzo 2019

Disturbo Specifico di Movimento.

Ebbene.

Voglio iniziare un nuovo capitolo del blog: le autodiagnosi ad cazzum.
Lo scorso weekend è stato impegnato in uno dei corsi di formazione ai quali la mia professione mi obbliga; così, tra una slide e l'altra, mentre si parlava di dislessia, disortografia e simili, sono pacificamente giunta ad una conclusione. Io soffro di disturbo specifico di movimento.

Sì, perchè dovete sapere che io non guido.
Non nel senso che non ho la patente, no. Ho preso la patente eccome! Ero al primo anno di Università e ho passato esame teorico e pratico al primo colpo (una secchiona). Ma, ecco, le cose accadono (*espressione vaga*) e la mia patente - non so nemmeno io come - è scaduta due dicembri fa (si dice due dicembri fa? Al plurale? Bah).

Ora: io ho fatto pace con me stessa e con la mia situazione.
Nasco bambina grassa e goffa, poco incline alla misura a occhio di spazi, distanze, grandezze, pianificazioni motorie per raggiungere un obiettivo prefissato. Nella bidimensione sono un fenomeno (i miei record a Tetris ne sono testimoni), ma quando si aggiungono la terza dimensione e la cinetica, beh. Sono una frana.
Non ho mai imparato ad andare sui pattini (quelli a 4 rotelle, eh), avevo il terrore delle scale mobili e dei tapis roulant, ho fatto un incidente in bicicletta contro una macchina PARCHEGGIATA (potete ridere ma siete delle BRUTTE PERSONE). Sin da piccina faccio regolarmente incubi che vedono come protagonista me che guido un'auto e creo disastri (dai più banali incidenti stradali fino ai più truculenti: omicidi, esplosioni, tamponamenti a catena, riaperture del buco dell'ozono, compromissione degli equilibri diplomatici mondiali che nemmeno Kim Jong-un).

È una condizione che mi affligge da sempre, fa parte di me come la mia miopia mista a lieve astigmatismo. E ci ho fatto il callo. Mi sono stesa un PDP (Piano di Deambulazione Personalizzato) che prevede i seguenti mezzi compensativi: utilizzo di mezzi di trasporto pubblico, passaggi da parte di amici (nonostante mi odino di nascosto poiché sperpero il mio papabile ruolo di autista perfetta, essendo pure astemia), acquisto di abitazioni nei pressi dei luoghi lavorativi. Posso affermare di godere anche di benefit: non pago benzina, bollo, assicurazione. Non so cosa significhi fare una revisione, forare una gomma, bruciare un faro. Ho acquisito ottime abilità conversazionali quale accompagnatrice non guidante nell'abitacolo. So mimare alla perfezione la sintesi vocale di qualsiasi navigatore. Su richiesta posso anche sostituirla con una voce più calda e suadente. Posso cantare. Leggere libri ad alta voce. Recitare freddure. Anche stare zitta, per i più scontrosi.

Io mi ci sono abituata, sí. Ma la gente no.
Quando ancora la frase "veramente io non guido" non è terminata, iniziano fenomeni quali apertura esagerata e coordinata di occhi e bocca, oppure verbalizzazioni confusionarie:
- "nooo, ma perchè?"
- "ma l'autonomia è imprescindibbbile"
- "ma non ti senti in trappola?"
- "e come fai?".
- Poi ci sono gli uomini, quelli che: "Ah, se stessi con me, te la farei riprendere in mano io la macchina! Un paio di guide nel piazzale vuoto, e via andare". Simpatici.

Vedete? La verità è che bisognerebbe lasciare che ognuno fosse quello che è, permettere a ciascuno di raggiungere i propri obiettivi nel modo - pacifico e di buon senso, si intende - in cui crede. Usare tutti i compensi più adatti, spronare ciascuno a dare il meglio di sè a seconda delle sue possibilità. Lasciar perdere i vari "oltre a non essere capace, sei pure pigro, però!", i "vedrai che se provi un po', tutti i giorni, poi ci riuscirai anche tu". Soprattutto bisognerebbe evitare di svilire, di far sentire in colpa o inetti. Bisognerebbe, una volta tanto, mettere in atto il non fare, anzichè l'agire, e smetterla. Sì, smetterla.


Ad esempio, smetterla di rompere i coglioni.
Amen.


13 novembre 2018

Camere oscure.

Attendo sempre la sera per ritrovare momenti in cui "silenzio" vuole davvero dire assenza di rumore. Solo prima di dormire, infatti, esistono attimi in cui, tentando di acchiappare un pensiero nella mia testa, proprio non ci riesco. Lì, so, anche il desiderio più complesso e irrealizzabile diventa possibile. Non servono parole per etichettarlo o per spiegarlo, solo lampi di luce per partorirlo e osservarlo.
Quello che mi resta addosso, lì nell'ombra, é una bruma di irrealtà. Una coperta per la notte, uno scudo tiepido sotto il quale ripararmi in attesa del giorno successivo.

Vorrei saper estendere quei momenti a mio piacimento. Ritrovarli la sera, sul marciapiede, gli auricolari nelle orecchie e il mondo fuori ovattato. Ridefinirli mentre sorseggio il caffè macchiato, un solo pallino di zucchero, al mattino. Farli rimbalzare nella testa al posto delle paure, delle preoccupazioni, delle ansie, degli obiettivi metodicamente stesi a mò di elenco della spesa proprio lì, dietro le rughe di espressione sulla fronte. Se solo sapessi quale bottone premere, quale percorso imboccare per manipolarli, quale formula magica pronunciare tra i denti.

Forse la chiave di tutto sta nella notte. Al buio i minuti si dilatano e diventano controllabili, quasi flessibili. Una fisarmonica il cui mantice è regolato dal flusso dei respiri.
Mi servirebbe una camera oscura portatile. Un luogo protetto dove anzichè appendere fotografie in fase di sviluppo, io possa appendere pensieri; quelli non ancora adatti per essere formulati alla luce del sole, non adatti - addirittura - per essere pensati.

E allora sì che riuscirei a far pace con me stessa. Riuscirei a darmi tregua, a trovare soluzioni, a non consumarmi sotto il peso dei problemi del mondo di cui mi faccio carico sempre.
Riuscirei addirittura a trovare altro tempo, a moltiplicarlo nelle mie mani.

Riuscirei ad essere serena.
A lasciarmi andare, forse.

A lasciare andare tutto il resto.


19 novembre 2016

Black Moon. No, black tutto.

Ecco. Questo non sarà uno dei miei Learnings e nemmeno un Elenco di 15. 
Sarà un elenco giusto per fare un elenco. Perchè a me gli elenchi piacciono molto, se non si fosse capito. Mettono le cose in fila.

1. Essere felici per gli altri è giusto e bello, fino a che non si arriva ad un limite. Poi una vorrebbe anche farsi gli affaracci suoi e via col liscio.
2. Mi chiedo quando c'è stato questo passaggio per cui prima piangevo per la biro multicolor a cui si era scaricato il verdebosco e invece adesso piango per la vita.
3. Una inizia a metà novembre a pensare ai ragali perchè per una volta vuole fottere la sua naturale tendenza a posporre e il fato le si rivolta contro.
4. Le maschere peel off. Sento di essere chimicamente legata al loro ideatore. Se mi stai leggendo, beh. Contattami.
5. Certe volte capita che stai immersa nella merda fino alla radice dei capelli e, tanto per non farti mancare niente, vai a fare un giro per campi e ti tuffi in una montagna di letame. Credo sia per testare la propria personale resistenza.
6. Pizzoccheri, taleggio, pizza alla diavola, tortelli e castagne. 
7. Non passerà. Non con il solo tempo.
8. Può darsi che se una non si è tolta uno sfizio, poi sia un casino allucinante resisterci.
9. Se me lo dite in tanti che canto bene, forse mi convinco che qualcosa di bello c'è, e faccio un corso di canto. No, non è vero. Ahah.
10. Secondo me la colpa è della zingara che si è dimenticata di farmi vedere che è da anni che ho pescato la Luna Nera. 'Sta vacca.



11. La voglia di buttare dal balcone il telefono. A me dispiace tanto, ma uno di questi giorni lo spengo e sparisco.
12. Se dovessi mai sparire non cercatemi.
13. Per fortuna iniziano ad esserci quelle cose carine tipo le luminarie, il freddo, la neve, i lustrini, i nastri, i campanellini, i disegni olografici, Santa Lucia e tutto sembra meno schifoso. Nah. Oggi non ci credo manco io.
14. Voglio uno di quei maglioncioni superpesanti in stile natalizio che fanno venire in mente la pippaggine dei pranzi coi parenti mitigata solo dalla bontà della crema al mascarpone finale sul pandoro.
15. E mica finirò col numero quindici, che davvero lo dovevo chiamare "Elenco di quindici", 'sto post? Ma porcaccia la miseria. Io e il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

26 gennaio 2016

Medie.

L'altra notte ho sognato che era di nuovo il primo giorno di scuola media. La preparazione dello zaino sembrava non finire mai, io non ricordavo se le lezioni iniziassero alle 14 o alle 14.30 e mia madre non sembrava affatto intenzionata a darmi uno strappo nel caso in cui proprio non riuscissi ad arrivare in tempo.
Alle medie vere, nella realtà intendo, avevo una bellissima bicicletta bianca e rossa che usavo nei giorni primaverili per andare a scuola. Ero una ragazzina strana, però non stupida. Ero brava a scuola ma non venivo presa in giro; è qualcosa che ha sempre caratterizzato la mia vita. Era come se le persone pensassero che era meglio non sfottermi. Così, per qualche assurda ragione. O forse perchè non ho mai mancato di rispetto a nessuno.

Beh c'erano questi due ragazzini più grandi, quando ero alle medie. E a loro piaceva tanto rubare la mia bicicletta e quella di un'amica per andare in paese a comprarsi la focaccia per l'intervallo. Odiavo quel momento, quello in cui ci attendevano al cancello della scuola, si mettevano davanti alla ruota e ci costringevano a lasciar loro le bici. Odiavo loro, a dirla tutta.
Ricordo che quell'anno, alla festa della scuola, avevo ritrovato la mia bici col manubrio tutto storto, buttata così, a caso, nell'erba del cortile. E ricordo di esserci rimasta male. Sembrava, allora, qualcosa che io non avrei mai avuto il potere di cambiare, come potesse durare in eterno, quale perenne tortura di chi non ha abbastanza voce per dire "no". Come se non potessi fottermene anche io, una volta tanto, pigiare forte i pedali e asfaltare i loro testicoli, la pancia, il collo, e proseguire avanti.

Non so che fine abbiano fatto, quei due imbecilli. Non mi importa molto.
Quello che conta è che le cose si ripetono, e ormai a 27 anni dovrei essermene fatta una ragione. E invece no.

Vedo questa foto dai colori arcobaleno, e quella faccia da rasatura fresca anche se la barba non deve essere tanta. Vedo l'espressione volutamente tormentata e vedo l'assenza dei segni che ho imparato a conoscere e ad amare in silenzio. Non ci sono perchè allora non c'erano, e quel ragazzo non è l'uomo che conosco e le ferite, le esperienze, la vita ancora non ha fatto troppi giri su quella faccia. 
E dentro - la sento - c'è la stessa inerzia, precisa, con cui mi ricordo scendere dal sellino e consegnare la bici bianca e rossa trattenendola un altro po' per il manubrio. C'è la stessa modalità di lasciare andare le cose come vanno, che mica c'è da condannarlo come atteggiamento, non è affatto sbagliato. Ma è doloroso. È subdolo, è qualcosa che si infiltra e si fa sentire, persistente. È freddo, è inverno buio.

E io non lo so. Non lo so cosa c'entri la mia bicicletta bianca e rossa con l'Amore, santa pace. So solo che sarebbe meglio raccoglierla dall'erba e raddrizzarle il manubrio, perchè con quel catorcio io di strada ne voglio ancora fare un bel po'.
Oh, sì. Un bel bel po'.

2 aprile 2015

Tama 'n lumagot.

Forse quella persona, tempo fa, aveva ragione.
Aveva ragione a dire che io coi poco normali ci sto meglio che coi normali.
Qui si aprivano le diatribe sul "cosa è normale e cosa no", ma se uno fa poco il sofisticato, allora, va bene e si capisce.

Passa il tempo e io continuo a non sapere come comportarmi con i normali.
Continuo a non essere in grado di starci in mezzo senza sentirmi una lumaca. Sì, una lumaca. Che se mi toccano le antenne sparisco nel guscio che - per carità - sarà anche un bel guscio, ma è pur sempre poco comunicativo.

Ringrazio i masseteri, che sono ancora in grado di digrignarsi e serrarsi per non far spuntare fuori lacrime salate, concentro tutta la tensione nei denti, nei molari, e poi scoppio a piangere perchè non ce la faccio più a mordermi. E continuo fino a tardi, quando ormai il letto mica è più tiepido, e le mie braccia da camionista non mi stringono a sufficienza il torace.

Come una lumaca.
E non so più stare con me stessa. E ingoio discorsi che si dovrebbero fare.
E vorrei sembrare normale, in grado, competente, simpatica, carina, perfetta.
E pensare che invece so impostare una CI, so stringere una mano e comunicare una disabilità intellettiva, so far stare 10 persone in 9 stanze, so insegnare la tabellina del nove con le dita, so correggere test, so soffiare il naso a qualcuno senza smoccolarmi le mani, so piangere perchè la tristezza non è solo adulta e l'ingiustizia non è nel mondo, ma è appena fuori dal pianerottolo.

Non sono mai stata in giro per il mondo, approposito. Non ho assaggiato l'acqua di mare, non fumo, non bevo, non mi drogo. Non ho preso un aereo. Lascio le chiavi di casa nella toppa, quando esco al mattino. Perdo carta d'identità e codice fiscale, la testa l'ho ancora attaccata al collo, fortuna vuole.

Come una lumaca. Io sono una lumaca.
Senza bavetta, però.

Dai, è carina.

27 gennaio 2015

Con due "ci".

È per via del fatto che quando una arriva al tetto, poi ha due alternative: o si butta giù o urla con quanto fiato ha in gola.
Non starà a guardare gli ipocriti che si fingono vittime essendo nel frattempo parte integrante - e pure subdola - del problema. Non baderà molto all'arrotondamento degli spigoli ma farà avvertire tutta la loro durezza. Non farà riferimento al fatto che le incombenze per essere tali necessiterebbero di approvazione da parte dell'individuo che le subisce, lungi lui dall'essere mulo da soma.

Non saranno questi i dettagli importanti.
Il fondamento starà invece nel disincanto, nella facilità con cui quest'una sul tetto ci sia arrivata, e non si sorprenda neppure di vedere metri e metri sotto di lei, senza nemmeno avvertire un poco di vertigine.
Il fondamento starà nell'amarezza, quella sensazione di affanno per non si sa più quale corsa, verso quale meta, con quali gambe, lo stomaco e lo spirito gonfi di cosa.
Ritratti gli artigli e abbassata la coda ad assenso, resterà soltanto una sagoma da riconoscere in fretta.
Un felino. Quello sul tetto sarà un felino, sì.

Una micia, con precisione. Una di quelle con due "ci".
Occorrerà badar bene ad avvicinarlesi con del fuoco, poichè lo scoppio sarebbe immediato e inevitabile.
Risparmiategliele, alla micia con due "ci", le scenate patetiche. I grandi, quelli veri, lo sono perchè si sentono piccoli, non perchè ergono palizzate di superiorità. Lo impara ogni giorno, entrando nell'auletta blu ed uscendovi con grandi saggi e trattati provenienti da esserini al di sotto del metro e cinquanta.
Non usate ironia, lei la padroneggia assai meglio, a tal punto da servirsene da scudo per sopravvivere negli anni, che ormai sono quattro. Non crediate che quelle siano crepe, son cicatrici.
Quelle da micia che combatte per non cedere alla paura, e mica del buio.

Che - sappiatelo - la micia, proprio lei, con occhi magici lo sa: il buio vero, quello dei mostri cattivi e delle streghe occhi di giada, non è quello della notte che spunta la luna e non si scorgono più ombre, no.

Il buio di cui aver paura è quello che viene da dentro, con rabbia e angoscia.
È il buio di cuore malato, vuoto, nero.
Solo.

21 dicembre 2014

Let it snow.

Nonna era una grande donna.
Mi ha insegnato ad ascoltare, a non giudicare mai senza sapere e nemmeno quando so, a profumare la casa di lavanda con le bombolette, a cavarmela da sola anche se non guido, che un taxi c'è sempre quando le corriere non passano e le gambe sono troppo stanche per macinare chilometri. 
Conosceva tante persone, nonna. Aveva sempre due parole per tutti e si sbatteva per gli altri. Era buona e sapeva le cose giuste da fare anche se sulla lista della spesa scriveva "candegina, prosiutto e ammorbidiente". E profumava di buono, per coinvolgermi in ciò che avrebbe potuto fare anche da sola mi dava in mano il pettine a conchiglia e mi diceva "ho qualche buco tra i boccoli dietro la testa? Riempilo tu!".
E mangiava pesche e albicocche prima di coricarsi a dormire, nel buio della cucina mentre guardavamo Don Camillo. E rideva di gusto, quando lo faceva.
Si sfregava le mani e le fedi doppie sull'anulare facevano un rumore che mi piaceva sentire. Aveva fazzoletti di tela a non finire, in ogni cassetto. Il pane che comprava lei è il più buono che io abbia mai mangiato, e ora non riesco a trovare lo stesso sapore.

Sono passati sette anni e ancora mi manca da morire, soprattutto vicino alle feste. Ha perso tante cose belle di me, cose di cui so che sarebbe orgogliosa. Avrei voluto mi vedesse diventare grande. Ma sono soddisfatta di ciò che sono, e questo mi basta per sapere che lo sarebbe anche lei.

Nonna aveva lo stesso potere e la stessa consistenza della neve. Delicata, impalpabile ma al tempo stesso concreta, mi faceva meravigliare e sorprendere come un bimbo che appiccica il naso al vetro congelato per ammirare i fiocchi. Era magica, era speciale. E mi manca tanto, un po' come la neve.


6 dicembre 2014

Elenco di quindici #4

Tempo di quasi feste, tempo di desideri, di "e se..?", di viaggi con la fantasia.
E allora viaggiamo nel meraviglioso mondo delle ipotesi.
Di seguito, l'elenco di 15 delle cose che vorrei, vorrei tanto, dire a qualcuno. E libertà sia.

1. Domani sarò mestruata, quindi è meglio evitare di rompermi i coglioni oggi.
2. No, signora, non lavoriamo ancora di sabato per necessità varie. Lei invece da quando è costretta a praticare sesso anale?
3. Sì, ogni tanto vedo lucine negli occhi, mi si informicola una mano o metà faccia, il tutto seguito da emicranie lancinanti. È tanto simpatico sentirsi dire "che culo che vai a casa a dormire, anche io mi faccio venire un po' di mal di testa magari". Simpatico quanto soffrire di dissenteria il giorno di Natale.
4. Non ho una stracazzo di opinione in merito, sto dicendo sì sì perchè non avrei elementi per argomentare il mio dissenso.
5. Dovevo spaventarmi, raggelarmi? Sono - credimi - solo amareggiata che il mio responsabile mi consideri un pacco facilmente sostituibile e che consigli al "suo team" di cercare altrove se c'è malcontento.
6. Se appoggi cose l'una sopra l'altra sino a farne una torre, poi non sorprenderti se i mattoncini ti cadono sopra al mignolo del piede.
7. Non sorprenderti che un mattoncino che cade sul mignolo del piede faccia male.
8. Grazie per essere il mio motivo per sorridere; qualcuno ti considera semplice soluzione a molti problemi, ma non è così. Sei molto di più, sei problema e soluzione. Sei male e bene. Sei dolore e gioia. Sei vita.
9. Sono stufa di ascoltare, di leggere per altri, di scrivere per altri, di pensare per altri, di parlare per altri, di pazientare, di fare silenzio, di ingoiare rospi, di far finta di niente, di soprassedere, di accontentarmi, di mediare, di mantenere la calma, di non avere tempo, di respirare piano, di stringere i denti.
10. Non avrai mai il mio consenso. Non dopo che ho scoperto chi sei veramente, non dopo le idiozie, le manie, le cose inutili, le cattiverie, le macchinazioni che ho sentito uscire dalla tua bocca.
11. Ah. Non vuoi fare il puzzle delle principesse con me e chiudere la bocca quando dici "pa", continuando a dire invece "ha"? Benissimo, bambina: esci da questa stanza, vai in segreteria ed informa tua madre che hai deciso di rinunciare spontaneamente alla terapia contro il parere della logopedista. Vai, e apponi la tua firma in calce con la data corretta, grazie.
12. La tua voce mi fa piangere ed è qualcosa che va oltre la tristezza o la felicità, e non te lo so spiegare. E le tue canzoni ormai mi seguono e fanno da contorno alla mia vita e se dovessero sparire un giorno, dimmi: io - senza cornice - dove cazzo finirei?
13. Sogno di prendere colori tra le mani e spalmarli sulla faccia, ma non capisco perchè poi qualcuno dovrebbe sgridarmi. Perchè le persone sgridano i bambini quando si pitturano la faccia?
14. Difenditi da sola. Io l'ho sempre fatto, e quando sapevo non ce l'avrei fatta, ho evitato di mettermi nella situazione di dovermi difendere.
15. Natale, dove sei? Voglio le luci, il freddo, i campanelli, la neve, le guance rosse, le canzoncine, le ferie e i glitter colorati di cui rivesti ogni cosa senza preoccuparti di sporcare o dare fastidio, che a te nessuno poi ti sgrida se sporchi le facce della gente. Tu puoi.


16 novembre 2014

Porto di mare: fermata Porto di mare.

Da quando ho abitato per un anno vicino alla fermata M3 "Lodi T.i.B.B" di Milano, ho scoperto che nomi delle stazioni della Metro mi affascinano.
Sarà iniziato tutto proprio perchè quel T.i.B.B. non sapevo - e non so ancora oggi - cosa volesse dire, ma indipendentemente da quello, l'idea che qualcuno abbia intitolato le tappe di una lunga marcia nella città mi suggerisce qualcosa di solenne e al tempo stesso genialmente fresco (non so se si capisca davvero).

La realtà è che credo ci si possa associare di tutto, a quei nomi. Credo che gli ideatori abbiano fatto qualcosa di meraviglioso. A loro modo, molte fermate hanno etichette evocative, potenti ecco.
Ieri, obbligata a un viaggio della speranza per un corso di formazione (pessima idea, essendo rincasata dopo le 21), riflettevo su "Porto di mare". Mi è sempre stata simpatica: era l'ultima fermata prima di Rogoredo ai tempi dell'università, e Rogoredo voleva dire "treno per tornare a casa". Mi ha sempre dato l'idea di una zona franca prima del confine da oltrepassare per essere felice. Chiamatemi scema, ma è così.

Ieri "Porto di mare" sembrava il nome più azzeccato, dato il nubifragio. Ma non solo.
Ho un po' questa sensazione, ultimamente, di essere una barchetta di carta in un mare in tempesta. Non trovo pace, ci sono venti che mi fanno sbandare di qua e di là e non mi sento sicura, perchè non ho ancore che mi fissano al fondale nè funi che mi legano al molo e che impediscano che mi perda in mare aperto. 
C'è mare ovunque, e io non so nuotare. E mi sento in pericolo, disorientata, e i venti che portano acqua salata mi graffiano la faccia. Ho la certezza che il mio "Porto di mare" sia da qualche parte qui vicino; lo sento che mi chiama, lui con il suo faro, ma il cielo nero e la burrasca mi rendono impossibile stabilire quale sia la direzione giusta da seguire.
Non ho voce perchè ho la gola malata, e mi è difficile anche chiedere aiuto e spiegarmi in queste condizioni. So che occorre farlo, però, che forse è necessario provare a parlare anche a costo di ingoiare un po' di acqua salata e sentire bruciare l'esofago.
Così non mollo. Vado avanti, perchè come so da sempre andare avanti è l'unica cosa che so fare bene davvero.

E così, nel frastuono umido di una metro che si sente solo se ci stai attento (non capita lo stesso con molte cose della vita, dico io?), una scopre che una rana salterina non è così diversa da una barchetta di carta che sussulta sulle onde. 


25 ottobre 2014

The others: il remake (SPOILER!!)

Avete presente "The others", con la Kidman?
Ecco, è stato recentemente girato un remake.
A casa mia. L'attrice principale è mia madre.

Sostanziali le differenze: la famiglia è sempre composta da 4 elementi, di cui due genitori e due figli (un maschio più piccolo - Fratellopaziente -, e La Marti). Il padre non è però deceduto al fronte e la casa in cui vivono (immersa nella nebbia della Bassa Padana anzichè della brughiera inglese) non è così esageratamente enorme.
Si aggiunga a tutto ciò un rinnovamento del focus attentivo che ruota attorno ai componenti domestici. Se, infatti, nella versione originale erano le porte a farla da padrone (ricordiamo la celeberrima battuta "Nessuna porta deve essere aperta prima che l'ultima sia stata chiusa, è così difficile da capire? Questa casa è come una nave e qui la luce deve essere controllata come se fosse acqua, aprendo e chiudendo le porte"), il remake viene costruito attorno ad un perno lievemente diverso: le finestre.

La trama, infine, racconta di questa madre fondamentalmente ossessionata dalla pratica di rinnovamento dell'aria all'interno delle stanze, di come la figlia (La Marti) lotti strenuamente inseguendola a destra e a manca per chiudere i vetri e di come alla fine (SPOILER!!!) quest'ultima si arrenda di fronte alla furia omicida del genitore.
Riporto soltanto, con criteri del tutto personali (in molti sensi) una battuta del film e la descrizione di una delle migliori scene del remake. Per la prima ho scelto: "Non sai che se non si cambia l'aria ogni tanto i germi e i batteri poi prolificano e qui diventa una fogna? Su, dai, anche se sono le 7.30 apro solo un paio di minuti". 
Per la scena, invece, vorrei sottolineare la profonda riflessione che suggerisce il passaggio in cui la figlia, ammalatasi di tonsillite e sofferente nel suo letto di dolore, estragga il piumone all'alba del 23 ottobre e vi si rintani sotto come un piccolo leprotto in cerca di rifugio per il letargo.

Indescrivibile. Solitamente non amo i remake, ma questo mi ha lasciata senza parole.
Lo consiglio, vale tutti i 7/8 euro del biglietto. Per chi fosse interessato al tour all'interno della casa, mi contatti privatamente. 



Inutile chiederlo, cocca: probabilmente è morta di polmonite.

E ricordate: stanotte allo scoccare del cambio dell'ora, è consigliabile un repentino cambio dell'aria. Per inaugurare l'inverno con una congestione paura. Buoni brividi a tutti!

20 ottobre 2014

Elenco di quindici #2

Mi accingo a restringere la categoria "esseri umani di sesso maschile" (presa peraltro in considerazione in questo post), riducendola a "esseri umani di sesso maschile praticanti la professione di Dottore di La Marti".
Tenete conto che tutto ciò che verrà riportato, oltre che essere veritiero al 100%, si è svolto in un'unica visita. Perchè - per chi non lo avesse ancora capito - l'ultima volta che mi sono ammalata avevo 5 anni e il mio dottore era un pediatra.

La Marti entra in sala d'attesa e si siede. Mancano una decina di minuti alle 8, il nulla più totale la circonda e le tonsille se potessero le darebbero dei pugni sul naso da tanto sono infiammate.
Cigolando, la porta si apre e appare lui. Big Doc. Saluta un'altra signora. Mi guarda.

1) LEI COSA CI FA QUI?
Oddio, vorrei dirgli, sembravano sedie tanto comode, da fuori, che sono entrata e mi pareva bello starmene qui un po'. Cosí,  per ravvivare l'ambiente. Invece lo osservo e mugulo un sommesso "eh, Dottore. Sto male".
2) AH, VA BENE. ALLORA ENTRI.
Non ricordavo che fosse un tipo così sospettoso, penso. Chissà..magari pensava gli volessi rifilare un Folletto, un'enciclopedia, un tappeto.
3) MA LEI È UNA PAZIENTE DEL COLLEGA MALATO?
Ehm..no. Sono una sua paziente, La Marti Vattelapesca...
4) ADESSO CONTROLLO. AH..SÌ, LA MARTI VATTELAPESCA. RESIDENTE IN VIA BLABLA NUMERO 26...?
Presente, signor maestro. Non mi sgridi.
5) MA LEI QUANTI ANNI HA?
Non glielo dirà il suo Supercomputer che sa il mio indirizzo? Ma pensa....26. Ne ho 26.
6) AH. VA BEH. MI RACCONTI..
Gli dico solo una cosa: le tonsille. Ho le tonsille disastrate. Me le sono guardata allo specchio e..
7) AH. ADESSO GUARDO SUBITO.
Estrae un astuccetto tanto carino da cui estrae un'altrettanto carina lucetta. Si avvicina, mi dice di girare la testa, di aprire le fauci e accenna un lento sì, col ciuffo che sballonzola.
8) SÌ, NON È UNA SITUAZIONE GRAVISSIMA MA I SUOI CORPI CAVERNOSI TONSILLARI SONO MOLTO DILATATI.... (blocco qui la frase ma poi continua).
La blocco perchè quando lo sento pronunciare "corpi cavernosi" mi immagino questa scena di me che reagisco tipo:

La amo.
9) ...DILATATI, PRONTI A RICEVERE...e non completa la frase.
Un telegramma, una mail, una micropopolazione di germi alieni, un ceffone sulla faccia al tuo posto? Che cosa, che cosa, Big Doc?
10) SAH, CHE COSA LE DEVO PRESCRIVERE? CE L'HA IN CASA L'ANTIBIOTICO?
Sì, di solito lo tengo fra la boccetta di cianuro, la semiautomatica e i candelotti di dinamite per uso domestico.
11) PER IL LAVORO FACCIAMO UNA SETTIMANETTA?
No, Dottore. Non sto morendo quindi non mi tappi in casa proprio ora. Io poi non mi ammalo mai...
12) AH ECCO PERCHÈ NON L'AVEVO MANCO RICONOSCIUTA AHAH!
Mai sentito che a tacere si fa meglio a volte? Nah, eh?
13) BENE, FACCIAMO CHE MI CHIAMA NEL CASO IN CUI DOVESSE STARE ANCORA COSÌ MALE?
Bravo, e mò ragioniamo.
14) MA ME LA DICA LA VERITÀ: DA QUANDO NON CI VEDIAMO IO E LEI?
Ehm. Dalla mia assunzione, quattro anni fa. Sono dovuta venire per chiedere un'impegnativa per gli esami del sangue. E chiudiamo in bellezza con:
15) AH, CAPISCO. VA BENE, ALLORA CI VEDIAMO PRESTO!

............MA ANCHE NO!

24 settembre 2014

Elenco di quindici #1

Le frasi più improbabili sentite pronunciare - o palesemente pensate - da esseri umani di sesso maschile:

1) Ma non possiamo provare, dico tentare, solo a scopare e nient'altro?

2) Vediamo cosa c'è in questo armadio.. (la prima volta che entrano in casa tua)

3) Tette. Tette. Tette. Tette.

4) No perché dico: mi lava, mi stira, mi fa da mangiare..perchè dovrei uscire di casa?

5) Voglio morirci, qui in mezzo (cit. Frase 3)

6) Oh, che domanda da quindicenneche mi hai fatto (alle 21.34)

7) Mi pitturi un'unghia di nero?(alle 23.04)

8) Ma sei sicura che vuoi stare con me?

9) Sono serio.


10) Venire da te solo per un caffè per me sarà molto difficile, però ci provo.

11) Gioco a calcetto, coltivo un orto e la domenica vado a messa.


12) Giuro che tengo le mani in tasca, non ti tocco!

13) Fidati di me.

14) (dopo mesi che uno lo usa) Ah, quel soprannome mi fa cagare.

15) La donna va capita.
Palle rotanti, venite a me.


15 settembre 2014

Sigmund è come il prezzemolo.

Allora: è iniziato settembre. Settembre è il mese delle novità, belle o brutte. A settembre succede sempre qualcosa che cambia le prospettive e pone di fronte a nuovi scenari.
Almeno capita a me.

Siccome mi pongo sempre questo problema del fatto che sono ermetica e poco immediata e che su questo blog magari non si capisce proprio dove voglio andare a parare certe volte, mi sono detta che sarebbe bello scendere nel concreto e condividere me in quanto me. Sticazzi questa mi piace, eheh.

Ho ricominciato a lavorare il lunedì lontana da casa, proprio come facevo una volta. Perciò dalla domenica al venerdì sera ho ripreso a fare l'eremita nel mio monolocale troppo arancione e ci sto da Dio, arancione a parte.
Uno scorcio di "Monolocale di La Marti". Bello, vè?
Stare lontana da casa mi pare solo un bene stavo scrivendo pene, Freud fai silenzio! , da una parte perchè mi permette di stare lontana da certi pensieri, dall'altra perchè posso permettermi di focalizzarmi su altri. Sigmund, ho detto di chiudere quella ciabatta!!

Credo di aver ribilanciato i rapporti che ho con determinate persone, in primis con me stessa. Convivo abbastanza bene con Martina, e nonostante abbia la lista delle sue fragilità scalpellata nel cuore, mi sembra di potermene fare una ragione. Si è sicuro aggiunta una lista di punti di forza, ecco. La bilancia è orizzontale. Per quella vera, di bilancia,  possiamo soprassedere.

Ci sono novità anche in campo piccolocuoreverde. Queste faccio un po' fatica a condividerle anche con il mio cervello, che tende a classificarle come "ohohoh. Potrebbe essere un ologramma", "Prova a darti un pizzicotto" e "Non starai mica iniziando a fantasticare?!". Ma ce la posso fare. Pian piano. Poi gli inizi son sempre belli.

Insomma. Questo è quanto. Di carne al fuoco ce n'è parecchia, bisogna solo stare attenti a non farla carbonizzare in fretta.
Auguro un buon nuovo inizio a tutti e tutte, ovviamente.
:)
Sigmund, basta: non voglio sapere a cosa assomigliano!!!

16 agosto 2014

Acqua calda.

Ho ascoltato Zibba per un buon tre quarti d'ora, oggi. Una delle prime volte in cui parlava e non (solo) cantava.
L'intervistatore avrebbe avuto bisogno di logopedia, per quella S, ma lui no.
Oh..lui è semplicemente perfetto. Quasi supera Mary Poppins nei miei ideali.
Beh l'ho ascoltato e in quei 45 minuti ha detto varie cose, alcune intelligenti e altre simpatiche; e poi c'è stato quel punto dell'intervista in cui ha detto una cosa che dicono in molti. Chissà quante volte l'avrò sentita. Il punto sta nel fatto che o lui l'ha detta molto bene, oppure io era la prima volta che l'ascoltavo davvero. Che volevo ascoltarla davvero.


E gli chiede (Mister Serpente): "Raccontaci della canzone "Anche se fuori piove"..". E lui dice che beh, erano i primi giorni di una storia d'amore. Quelli in cui uno è preso e non gliene frega niente del resto. E alla fine quell'amore è finito.
E poi lui, stavolta di sua spontanea iniziativa, dice di "Margherita": "Per me era un grande amore. Lei mi lasciò dicendo che non aveva tempo e per me era assurdo. Cosa vuol dire non avere tempo per amare? Non aveva tempo per amare me e..peccato. Perchè io di amore gliene avrei dato".


E sta proprio qui il momento in cui io rifletto. Che: cazzo! Da due momenti di merda sono uscite delle cose meravigliose. Ok, probabilmente non rientreranno nei capolavori della storia degli anni duemila, ma sono canzoni che mi toccano, che mi hanno fatto e fanno piangere, più che apprezzabili per quanto mi riguarda.


E, penso io, che Amore è movimento. Amore è cambiamento. Dolore è movimento e cambiamento. Perchè siamo abituati a pensare al dolore come qualcosa che mummifica nella sua dirompenza, qualcosa per cui accasciarsi e fermarsi. Invece no: è da lì che nascono le cose più belle e che rappresentano i tentativi di spostarsi dall'empasse. L'arte, la creazione, il guizzo nascono dall'amore e dai suoi malfunzionamenti. È quando si cade che si può mostrare a tutti - in primis a se stessi - quanto si sia bravi a rimettersi in piedi. Succede anche per me, ora. È successo a me, allora. Probabilmente mi succederà ancora.

Perciò di che crucci si parla? Di quali difficoltà, problematiche? Tutte cazzate.
Gli artisti ci fanno arte, su questi problemi. Io ci pigio tasti e tanto mi basta.
E poi si va avanti.

Ps: che si fottano tutti. A Sanremo doveva vincere lui. Punto.

8 agosto 2014

Non parlare con gli sconosciuti.

Ecco: mi chiedo cosa ci spinga, a volte, a parlare con degli sconosciuti. A dare loro fiducia. Non ce la ricordiamo la mamma di quando eravamo piccoli? 
Non abbiamo interiorizzato la regola a cui non dovremmo sgarrare mai?
Roba che tipo uno accetta l'amicizia su facebook di uno dei giocatori online che fa parte della sua squadra nella piattaforma di gioco, ma non si fila di striscio (e anzi snobba pure) molti dei vecchi compagni di elementari e medie. 
Dico: singolare, no?

Mi è capitato. Probabilmente per quel vecchio fatto che è molto più facile aprirsi con chi non ti conosce da sempre, unito ad un pizzico di capacità nell'entrare in empatia con gli altri.
Quello che di certo so è che in casi come questi i più piccoli e marginali legami che in un rapporto reale non attirerebbero l'attenzione, vengono ingigantiti a dismisura. Qualcosa tipo "Ma scherzi, anche io e la mia compagnia di amici abbiamo fatto un Carnevale a tema cattivi Disney,  assurdo!", oppure "Naaaah, anche tu colazione con le Gocciole, grandissimo!!".
Cioè: ripigliamoci.

Poi no: ci sono quei casi in cui qualcosa di diverso c'è, ma non è sempre un bene coltivarlo. La strana convinzione del "che bello avere un amico che mi attende in ogni parte del mondo", mi pare troppo assimilabile a quel vecchio detto dei marinai con una puttana in ogni porto. E, tuttavia, ci si tenta sempre.
Oh, che alla fine non è poi tanto lontano dalle storie con quegli uomini improbabili, che il sistema di allarme nella testa fa scattare le sirene e urla "NOO! GUAI! GUAI IN VISTA, CASINI, NUBIFRAGI, CATASTROFI AMBIENTALI, ARMAGEDDON, APOCALISSE, BUCO NERO!". E tu lo sai, ahh se lo sai. Ma lo spegni e ti godi quel silenzio carico di elettricità statica, percorrendo un sentiero lastricato di buone intenzioni.

E poi son cazzi tuoi. 
O meglio: cazzi miei. 
A me gli sconosciuti piacciono.

13 maggio 2014

Prendetemi come sono.

PERSONE NORMALI
-          Oggi ero un po’ triste perché mi manca avi..
-          Oh, che tenero..ma chi è avi? Hehe..
-          Oh quanto son scemo, la vecchiaia galoppa insieme al correttore automatico: tu mi MANCAVI… :P
-          Owwwwww….

IO
-          Oggi ero un po’ triste perché mi manca avi..
-          Owww che tenero..ma chi è avi? Hehe..
-          Avi, non ricordi? Il ragazzo vietnamita dello scambio interculturale….


ESATTO. IO.

10 marzo 2014

True story.

-          Fino alle medie ce la facevo, ora non più -.
-          Dai, allora facciamo i test e mettiamo un punto a questa situazione. Direi che è andata avanti per troppo tempo, no? -.
Mi guardano tutte con un sorriso tirato, quando dico così. Le sottopongo alle prove di routine, e queste ragazze di 14/15/16 anni si dimostrano disturbi dell’apprendimento della madonna. Spesso compensati, dato che con la loro intelligenza hanno trovato delle strategie per fare meno fatica.

Resta il fatto che non hanno mai imparato a scrivere acqua col cq. O ad usare apostrofi. O a capire in cosa sarebbero diverse “a” ed “e”, “d” o “b” nel momento della lettura. O a trovare rapidamente la risposta ad una domanda di comprensione del testo. O a studiare in meno di 5 ore a pomeriggio per arrivare ad un 7 stiracchiato (quando va bene). O a memorizzare le tabelline.
E, nel frattempo, hanno avuto a che fare con ciclo mestruale, primi ragazzi, brufoli, peli sulle gambe, litigi con la mamma, esclusione dal gruppo dei pari. Magari anche malattie, bocciature, traslochi, divorzio dei genitori, morte dei nonni.

No, dico: si capisce, cazzo?

Le guardo e, ve lo giuro: sono ragazze bellissime. Occhi bassi, mani rosse a furia di torcersele, qualche chiazza sul collo di origine emotiva. Di solito hanno capelli lisci e lunghi.
Poi penso a tutte le volte che mi sento figa perché affermo di essere una che nella vita lotta ogni giorno.
E allora mi dico: ‘fanculo.


‘Fanculo, Martì: tu della vita non hai capito un cazzo.


5 gennaio 2014

Brave persone VS i cancelli

Non ho grande fiuto per dire chi siano le "brave persone" (altrimenti mi sarei evitata tante esperienze sgradevoli); so solo, con grande certezza, che le vere "brave persone" sono quelle che - una volta che ti hanno riaccompagnato a casa in macchina - aspettano di vedere che tu abbia aperto il cancellino con le chiavi.

Può diluviare, grandinare, nevicare, fare un caldo porco, possono essere le tre di notte, ma loro rimangono lì. Attendono il tuo cenno di saluto mentre riaccompagni con eleganza il cancellino metallico. Bello, sembra quasi semplice. Ma non lo è
Oh, no.



Quello che accade in quei casi è questo:
1. Maledici la tua solita inclinazione all'acquisto di borse enormi in cui gli oggetti sembrano nascondersi, acquattarsi nell'ombra, sparire in spazi interdimensionali. Le chiavi, ad esempio, non si trovano nemmeno se cerchi di farle tintinnare oscillando la borsa o capovolgendola;
2. Trovi le chiavi ed esulti, ma prima che tu possa utilizzarle, queste scappano dalle tue dita e cadono nella pozzanghera che si forma sempre davanti al cancellino. Imprechi e raccogli metallo e fango con una certa nonchalance, mentre il portachiavi gommoso a forma di mummia trovato anni or sono nelle patatine ti ringrazia con uno sguardo fradicio;
3. Finalmente inserisci la chiave nella serratura, la giri e..non funziona. Come al solito hai preso la chiave che entra nel buco ma che non fa scattare il meccanismo. Ti ripeti come al solito che dovrai toglierla di mezzo dal mazzo (data la sua inutilità) o che devi contraddistinguere in qualche modo la chiave esatta. Te lo ripeti ormai da dodici anni, quando mamma - orgogliosa e con gli occhi lucidi - ti consegnò le chiavi di casa con una certa dose di apprensione.

Una volta portata a termine la missione, ti giri e le "brave persone" stanno ancora lì. Col sorriso sul volto. Come se non fossero passati quei dieci minuti dalla chiusura della portiera. Come se non avessero la tentazione di dar gas e scappare lontano da te, piccola piattola sudicia su questo allegro pianeta.
Grazie, "brave persone". 
La verità è che mi fate sentire bene. 
Mi fate sentire sicura. 
Mi fate sentire quasi - come dire - a casa.

Questa casa, tipo.
Beh. 
Se non fosse per quel fottutissimo cancellino, è chiaro.