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19 novembre 2022

Come nei minimondi di Mighty Max

Mentre io e la sua mamma parlavamo di come fosse andata la seduta logopedica, L. ha iniziato a girovagare per la stanza cercando disastri da fare perché la nostra attenzione si calamitasse nuovamente su di lui. Entrambe lo seguivamo con la coda dell'occhio assicurandoci semplicemente che non si cacciasse nei guai.

Non appena si è avvicinato all'archivio dove tengo le cartelle di tutti i pazienti con inseriti dati sensibili, tuttavia, mi sono avvicinata a lui e cercando di restare dolce gli ho spiegato che quel cassettone appena spalancato doveva essere richiuso immediatamente perché conteneva cose che non potevano essere disordinate come i mattoncini Lego.

L., 5 anni, si è arrabbiato e ha sbattuto il cassetto, per poi andarsene dalla stanza senza nemmeno rivolgermi la parola e senza salutare, nonostante si fosse divertito tanto nei 45 minuti precedenti.

Pensavo solo che il modo in cui incassiamo i "no", dice tanto di quanta instabilità e incertezza ci contraddistinguano. C'è chi è disposto ad attendere il momento giusto e le spiegazioni, chi è flessibile e paziente. C'è chi invece è rigido, coi piedi piantati in fosse a forma d'impronta come nei minimondi di MightyMax.

Ma non è cattiveria, è semplicemente insicurezza.
Un'insicurezza immensa.




6 ottobre 2022

Ottobre

"Si sono dimenticate di me?", chiede lei con gli occhi acquosi e spalancati, la bocca a formare una O gigantesca.
"Ma no, assolutamente no", le rispondo. Lei però fissa un punto che definirei quello dei pensieri paurosi. Non mi ascolta. Non esisto. Non ci sono. 

"Ehi", le dico. Le afferro le mani, le appoggio sul tavolo e sulle schede che stiamo compilando, sotto le mie. Finalmente riesce a vedermi. 
"Nessuno si può dimenticare di te. E poi ho il numero della nonna scritto proprio qui. La chiamo e la faccio tornare correndo se quando usciamo dalla stanza non è in sala d'attesa, d'accordo?". Allora sorride.
"Di corsa", dice infine. 

Ora, alle 20:41 di un giovedì molto lungo, vorrei semplicemente smettere di pensare a quegli occhi. A quel terrore nascosto lì dentro. A quanto l'ho riconosciuto, e compreso, e temuto. Abbiamo tutti una paura folle di finire nel dimenticatoio di qualcuno, abbiamo così bisogno di essere pensati, ricordati, rievocati. 

Sono giorni così difficili questi di ottobre, quelli in cui la nebbia inizia a salire dal fondo dei campi, si appresta a travestire tutto di contorni indistinti e lattiginosi. Così irreali da sembrare finti.

17 marzo 2022

Viola

Mercoledì sera, ore 20:00.

La prima paziente del mercoledì è tosta. Lo è sempre, anche quando è di buon umore. Lo è quando tenta di strapparmi via la visiera e la mascherina, quando lancia i personaggi della casetta contro il muro, quando si tappa orecchie e occhi per non doversi interfacciare con me, quando mi graffia le mani se tento di mettermi in contatto visivo con lei. 

Stamattina abbiamo soffiato in un bicchiere di plastica riempito d'acqua, sapone e tempera viola. Abbiamo creato vulcani di bolle che andavano a colorare i fogli messi sotto, a mo' di tovaglietta. Mi guardava negli occhi, lo faceva senza che nemmeno glielo chiedessi, ed era felice. È stata tosta lo stesso, ma era felice.

Ora, dodici ore dopo, appena rientrata a casa, quello che mi resta di questo mercoledì sono i polpastrelli colorati. Sapone e gel igienizzante non hanno saputo risolvere la cosa in nessun modo per tutto l'arco della giornata. Mi guardo le dita e sospiro, pensando alla stanchezza. Pensando a quei colori.

Sono stanca di una stanchezza che nemmeno l'acquaragia saprebbe lavar via. Aspetto che arrivi in fretta ciò che deve, con la stessa aria guardinga di un cucciolo d'animale che non sappia quale pericolo troverà una volta girato l'angolo.

Sola. Così.





25 novembre 2021

La vita a volte è una merda, altre volte no.

25/11/2017


Bambina: Tu ce li hai bambini?

Io: No.

Bambina: E non li vuoi?

Io: È difficile, sai, dare una risposta cosí.

B: Come? Perchè?

Io: Ci sono tante cose da pensare bene.

B: Beh. Se li vuoi lo dici e li vai a prendere.

Io: Ahah, sí. Va bene, ci penserò.

B: Comunque sono fortunata.

Io: Perchè?

B: Perché ho te. Mi fai fare cose belle. Mi piace avere te come lododiditta.

Io: Eh?

B: La mia lododiditta.


Chiaro. Tutto.

💚

14 novembre 2021

14 novembre 2019. Sono passati due anni eppure sembra ieri.

A volte anche nella vita dei bambini succedono cose sbagliate, improvvise, destabilizzanti. Cose che, ad esempio, riguardano la morte di qualcuno di importante. Per questo, all'ingresso, la mamma mi prepara ad un bambino che sarà - a detta sua - esplosivo. È il modo in cui metabolizza le cose da sempre, dopotutto.

Lui entra in stanza e si siede. Prende il quaderno e noto per la prima volta queste mani dalle dita così lunghe che sembrano rami in inverno. Dita così incapaci di fare che neppure quelle leggerissime pagine riescono a girare. "Non ci riesco", dice. Lo aiuto.

Mi chiede poi di stampare una storiella e, mentre la commentiamo, lancia una biro alle sue spalle guardandomi, provocatorio. Dopo un po' gli chiedo se può raccogliermela, perché ho bisogno di scrivere. "Ma certo", risponde. 

La prende, mi guarda, e la scaglia con una forza incredibile contro il vetro alle mie spalle. Mi passa a pochi centimetri dalla faccia e mi sembra che mi lasci un solco, ma dentro. 

Non reagisco in nessun modo. Lui mi circumnaviga, la raccoglie di nuovo e me la porge gentilmente.

Sceglie infine di giocare con i mezzi di trasporto. Di solito succedono disastri e incidenti incredibili. Oggi, invece, la betoniera è il capo dei lavori e tutti i veicoli lavorano insieme, uniti.

Lo guardo ancora, e in un battito di ciglia mi chiedo come sia possibile spiegare ad un bambino che la vita è fatta così, come quelle sue dita a forma di rami in inverno. Talvolta gentili e armoniose, talvolta crudeli e violente, talvolta ancora incapaci e frustranti.

"Andiamo dalla mamma adesso?", mi domanda poi.

Ed è a questa richiesta così semplice e naturale che concludo che quella che non sa spiegarsi la vita sono io, dopotutto. Quella che ancora cerca un equilibrio in ciò che mai l'avrà. Quella che si stupisce dei boati che il silenzio produce.

Io, con le mani aperte, dal palmo a cuore.



28 settembre 2021

Ditemelo voi (pillola di logo #non ricordo, poi la cerco)

Come sempre a fine seduta, questa piccola bimba selvaggia si arrampica sullo sgabello e gioca con la casetta di legno mentre do il rimando alla sua mamma. 

Oggi le sto dicendo che le cose vanno più che bene. In una manciata di mesi sua figlia ha recuperato praticamente tutto l'inventario fonetico e lo sta generalizzando alla velocità della luce. È passata da un eloquio quasi completamente incomprensibile a un linguaggio ricco e fluente, deliziosamente maturo in certi momenti. La informo, quindi, che ho deciso di diradare le sedute e la invito a prepararsi a terminare il percorso di riabilitazione logopedica a breve. Lei sospira e porta una mano al petto, gli occhi lucidi. 

Dice il nome della piccola, la chiama vicina e in un istante quell'esserino spettinato sul quale i vestiti - seppur meravigliosi e curati - sembrano sempre delle pezze raffazzonate e appiccicate alla bell'e meglio, fa capolino al suo fianco, lo sguardo ampio e mai distratto. 

- Hai sentito cosa ha detto Martina? Tra poco avrai finito di lavorare con lei, non verremo più qui! -.

Lei saltella sulle gambe magre e lunghe. Due stuzzicadenti, quasi mi chiedo come possano resistere a tanto sforzo senza mai spezzarsi.

- Sì. Ho sentito. Ma non è vero: Martina resterà sempre, per me -. 

E quindi funziona così, in questo momento dove sento così vuoto il mio, di fianco. In questo momento dove non capisco che ruolo voglio avere. Ora, qui ed ora, che mi sento il solito scarabocchio. Adesso, che fa così dannatamente freddo nonostante l'estate si sia rotta da poco. Che guardo la felicità altrui e la invidio così profondamente, così violentemente da sentirmi in colpa e controllo gli occhi, le lacrime, i sentimenti, per non lasciare trapelare nulla di questo nero che ho dentro.

Funziona così, e so che ragione ne ha da vendere, quello scriccioletto selvatico tutto scombinato: io ci sarò sempre, per lei. 

E lei ci sarà sempre, per me. 

E, mi dico io, se questo non è un edulcorato, strambo e quasi indecente modo di essere madre, allora, io davvero non so che cazzo è. 

Ditemelo voi, che cazzo è.

26 novembre 2016

Come il formaggio.

Oggi sono sei anni che mi sono laureata.
Lavorare come logopedista è un qualcosa che si inizia - se si ha fortuna - sin da subito; essere una logopedista, invece, ha bisogno di una maturazione lenta e graduale. 
Come, il vino, penso. Ma sono astemia, quindi va beh. Come il formaggio, ecco.

Essere una logopedista è qualcosa che riempie e svuota, tante volte addirittura in contemporanea. Chiunque dicesse che versamenti e prelievi si controbilancino sempre, beh, sarebbe un grande bugiardo. Ci sono periodi bui, in questo mestiere. Come nella vita.
Ci sono volte in cui varchi la soglia dello studio senza la minima energia, chiedendoti come farai, quel giorno, a ricorrere alla magia. Perchè è solo con la magia che si può essere una logopedista. Ci sono attimi in cui ti attiveresti per creare fogli su fogli di materiale, giochi, pagine plastificate, documenti a disposizione di chiunque ne necessiti e mille altre cose. Poi succedono i tempi stretti, la stanchezza, le tristezze, la sfortuna, la vita.

Ho letto di qualcuno che diceva che se hai passione per qualcosa, il tempo lo trovi.
Non è cosí. Alle volte il tempo non c'è. Ma non c'è proprio, non per finta.
8-19 tutti i giorni non lascia scampo. Il tempo te lo devi conquistare a forza di battaglie e denti stretti, lacrime che vengono trattenute negli occhi e rivoluzioni.
E le persone in difficoltà sono a volte - per fortuna non sempre - candelotti di dinamite da maneggiare con cura, che se scoppiassero incidentalmente distruggerebbero loro stessi e anche te.

Poi ci sono le soddisfazioni, chiaro; sono grandi e belle, e risplendono come una carezza il giorno di Natale. Ma non ne parlerò adesso, no. 
Ne ho già parlato troppe volte e mi sembra di dare sempre poco spazio, invece, alle fatiche. Non è tutto bello, non è tutto buono.

Sei anni fa nevicava, al mattino. Sono partita in macchina con delle scarpe troppo alte e ho aspettato tesa, in piedi, fino alle quattro del pomeriggio. Per le due settimane successive non ho avuto sensibilità alle dita dei piedi. Forse era un anticipo di ciò che mi sarebbe successo dopo, ma io lo colgo solo ora, e sto sorridendo.
La neve era per me, io lo so. Era qualcuno che mi voleva stare vicino nonostante non fosse più fisicamente con me.
Le scarpe, d'altro canto, me le ero scelte io; anche questo fa un po' ridere.

E quindi sono passati sei anni. 
Le cose non si sono fatte più semplici, perciò quello che sto scrivendo è una virtuale pacca sulla spalla per dirmi che il percorso è appena cominciato. 
Che di lottare non smetterò mai. 
Che di cose da imparare ce ne sono milioni, forse miliardi. 
Che devo rispettarmi di più, perchè anche il Titanic è affondato, una volta impattato l'iceberg. 

Per dirmi che la bicicletta l'ho voluta io, alla fine.
E mo'...eh. E mo' pedala, cretina.

A me il formaggio piace.

15 ottobre 2016

Elenco di quindici #8

Tipologie di genitori e/o pazienti che potrebbero capitare nel caso in cui si lavorasse per un servizio di Neuropsichiatria Infantile.

1. NEGAZIONISTI. Quelli che se dici: "Ehi, devi forse soffiarti il naso?", ti guardano e rispondono: "No!" come se avessi proposto di amputare loro un braccio, leccandosi le caccole arrivate fino al livello del mento.
2. DITTATORI. Quelli che sovrintendono i lavori e con le mani piantate sui fianchi esordiscono con: "Allora adesso giochiamo con Masha e Orso, Peppa Pig e poi facciamo le bolle". Sono, per intenderci, gli stessi con cui passerai dieci minuti impegnata nell'arduo tentativo di convincerli che se anche ogni tanto fai la cretina, loro sono i piccoli e tu l'adulta.
3. SUBACQUEI. Quelli che se lasciano cadere la matita, il colore, il pezzo di puzzle o di lego per terra, poi ci impiegano ore per raccoglierlo e tu temi che siano riversi sul pavimento a corto di ossigeno, con le gambette che sbattono sulle mattonelle.
4. TUTTOFARE. Quelli che: "Coloro io la scheda!", "Taglio io!", "Incollo io!", "Butto via io la carta!", che se mettessero lo stesso entusiasmo negli esercizi di articolazione batterebbero Mentana nelle gare di spelling e battute al minuto.
5. RIVOLUZIONARI. Quelli che è tutto "No". "Lavoriamo?", "No". "Coloriamo?", "No". " Giochiamo?", "No". "Restiamo qui?", "No". "Allora andiamo dalla mamma?", "No". Occhei.
6. ENTUSIASTI. Quelli che si stupiscono di qualsiasi cosa vedono. "Oh!! Il gioco di Peppa! Un libro arancione! Le pagine di carta! La colla appiccica! L'acqua è bagnata! Sono vivo!!". Se non fosse diseducativo, sarebbe da chiedere loro il nome del pusher di fiducia.
7. ZOMBIE. Sono quelli che si muovono e/o lavorano soltanto in cambio del loro personalissimo cervello da gustare. Di solito macchinine, dinosauri, bolle o disegni da colorare.
8. EVERGREEN. Sono quelli che vengono in terapia da tanto tempo, talmente tanto che arrivano a conoscerti e a preoccuparsi per te più della tua stessa madre. "E la micia come sta?". "Le vacanze al mare sono andate bene?". "Devi andare a casa a piedi con la pioggia?".
9. ILLUSI. Quelli che, quando compili la cartella per la dannatissima burocrazia, strabuzzano gli occhi e chiedono: "Oh, mancano poche righe! Quando è tutto scritto questo foglio vado via e non ci vediamo più?". Ehm no. Ne prendo uno nuovo e ricomincio, gioia.
10. AGENTI IMMOBILIARI. Sono quelli che sono tanto interessati a sapere se di notte, quando i bimbi vanno via dal centro e le luci sono spente, io mi metta a dormire nella mia stanza di terapia. È bella, è verde, ha giochi e disegni ma no. Alla sera scappo a gambe levate.

Quindi. I genitori:
11. TRADUTTORI. Quelli che il bimbo dice: "Maoeididi?", e loro sanno che vuole sapere dov'è il "Didi", il dinosauro. "Òonamotia?", ma certo, dopo andiamo dalla zia. "M73hdmwodpo#wueiuw*edbwk". Ah, vuole accertarsi che il lascito testamentario venga condiviso anche con Bobi, il cagnolino di pezza.
12. RICATTATORI. Quelli che: "Se Martina mi dice che hai fatto il bravo, dopo ti compro il gelato, altrimenti no". Che se la seduta è andata maluccio mi viene un coccolone al momento dell'uscita, insomma.
13. GIUSTIFICATORI. Quelli che: "Eh, le liste da leggere non siamo proprio riusciti a farle, non abbiamo avuto tempo questa settimana". Che, cazzo!, 120 secondi netti per leggere una cinquantina di parole non trovati sono una cosa grave in 7 giorni; significa non aver tempo di far pipì o cacca. E la mia conseguente esplosione non è ira, ma grave preoccupazione per la diuresi del ragazzino.
14. CATERPILLAR. Sono quelli che non mostrano un minimo di entusiasmo o flessibilità manco se il figlio torna da loro recitando la Divina Commedia a memoria. Al contrario. Con un bavaglio in bocca.
15. CUOCHI. Sono quelli che della vecchia storiella della mela alla maestra hanno fatto una sicurezza nella vita. Per il compleanno del figlio, il compleanno della terapista, il compleanno della segretaria, gli onomastici, Pasqua, Natale, Epifania, hanno sempre un dolcetto da portare al centro.

Tanto per dimenticare che la vita sa essere difficile. 
Per affogare nelle calorie.
E morire. 
Felici.
Amen.

30 aprile 2016

Pillole di logo (33)

Da quando ha iniziato il suo percorso terapeutico gli obiettivi logopedici raggiunti sono stati pochi. Tuttavia, quelli personali, comportamentali, umani - mi dico - sono stati immensi.
Non lo vedo sorridere come fa ultimamente da mai. E se il mio contributo rispetto a questo progresso si situasse attorno allo 0,001% penso che sarebbe comunque un qualcosa di cui potermi ritenere soddisfatta.

Resta il fatto che lui è un bambino capace di distrarsi in una stanza vuota e bianca, magari osservando il pulviscolo atmosferico raggiunto da un fugace raggio di sole. Che, peraltro, in questa giornata che sa di autunno non c'è manco per sbaglio.
Stiamo lavorando su lettura e comprensione di frasi brevi brevi. Ma molto brevi, se non si fosse inteso. In pratica lui deve leggere e, una volta compreso il concetto, lo deve rappresentare con un disegno. 
Lui diventerà un fumettista da grande. Io lo penso davvero.

Arranca sulle parole che gli ho scritto in stampato maiuscolo.
- "CI..no..CHI E DO..SSSS CUUU SA..A..LA..MAMMA!" - dice.
- Bravo! "Chiedo scusa alla mamma". Dai, prova a disegnare nel rettangolo sotto -.
Vedo che si ferma a pensare, e forse si perde nel suo rimuginare infinito.
- Allora!! Oggi ci stiamo perdendo in un bicchiere d'acquaaaa! - gli dico scuotendo la mia bottiglietta di plastica vicino all'orecchio. Lui si mette a ridere, poi prende la matita e si mette a tracciare il disegno.

Inizio a compilare la cartella di oggi e poi rialzo gli occhi. Quando lo faccio, sbuffo con disappunto.
- Ma dovevi disegnare "Chiedo scusa alla mamma"! Cosa sarebbe questo bambino con la testa pasticciata? Se stai disegnando non ti devi distrarre e fare gli scarabocchi..era un bel disegno, giusto! Mi spieghi? - dico con durezza, mentre afferro la gomma.
Lui osserva il foglio mogio mogio.
- E va bene, scusami. Era un bimbo che voleva prendere i biscotti in alto, ma ha fatto cadere la scatola e gli è finita in testa e è tutto sporco, vedi? E allora vuole chiedere scusa alla mamma perchè non si fa..non si fa vedi? E va bene, e va bene scusa..dammi la gomma -.
E sono io ora che mi sento sporca. Non in testa ma dentro. Dentro. 
E mi viene voglia di piangere.

- No, sai? È una storia meravigliosa, quella che hai inventato. È bellissima e giusta. Non c'è mica bisogno della gomma, stai facendo bene. Continua, per piacere - dico a bassa voce, piena di vergogna. Aggiunge una mamma a braccia conserte e continua come se non gli avessi fatto nessun torto, perchè i bambini sono così. Puri.
O forse perchè sanno che gli adulti sono stupidi.
- È così perchè è arrabbiata - mi dice drammatizzando la scena, tutto divertito.

Bene, penso. È proprio successo, e io non me ne sono accorta.
Devo essere diventata grande, tutto d'un colpo.

È tanto triste.