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11 novembre 2022

Provarci.

Correndo da lavoro in stazione controllo lo stato del treno che devo prendere. 23 minuti di ritardo. Smetto di correre. Capisco che avendo 9 minuti di tempo per non perdere la coincidenza, mi dovrò armare di pazienza e arrivare a destinazione un'ora dopo.

A meno che - sussurra la mia mente brillante - a meno che anche la coincidenza sia in ritardo, e allora avresti un incastro fortunato degno di nota. Sorridendo controllo l'app. La coincidenza è stata soppressa. Mi fermo sul posto, il telefono nella mano, lo zainetto stipato, gli stivaletti piantati sui sanpietrini.

Ci fosse una cosa, UNA SOLA, che vada dritta come voglio io. No. Fermo i pensieri che mi bloccano il problem solving. Arrivo in stazione. Vado sul binario. Un uomo si avvicina allungandomi il cellulare: "Scusa, devo cancellare questo numero, non lo voglio più". "Ma non è salvato", ribatto, "È solo nella memoria del registro chiamate". Mi guarda come se gli stessi spiegando il funzionamento di uno spettrometro di massa. Anche io mi sento non salvata e sicuramente non salva, penso, così decido di aiutarlo. "Fa niente. Aspetti". Seleziono, premo il bidone e l'esistenza di quel numero non salvato sparisce. "Fatto già?", domanda l'uomo. Annuisco. Se ne va.

Ricomincio a pensare a ciò che posso fare. Nel frattempo mi scrivono mille pazienti che hanno scelto proprio questa giornata, proprio questa fascia oraria, proprio questo momento preciso, per condividere con me richieste o problemi di ogni sorta. Le chiedo di contattare entro sera la coordinatrice delle insegnanti. Quando posso chiamarla per chiederle una cosa? Mi daresti il prossimo appuntamento? Per caso la mia bambina ha lasciato il giubbino da voi in sala d'attesa?

Ignora. Ignora. Ignora. Ignora.

L'altoparlante rimbomba nella stazione. Sta arrivando un altro treno. Segue una tratta diversa rispetto alla mia ma so che in un modo o nell'altro potrei riuscire a raggiungere la mia destinazione anche da lì. Inforco il sottopasso e salgo di volata, mentre acquisto dall'app un biglietto non più acquistabile perché è passato l'orario. Ne prendo uno di un orario successivo mentre mi preparo a dover litigare col capotreno pignolo perché oggi sta andando tutto male. No: sta andando tutto malissimo. Invece faccio le mie tre fermate senza intoppi. Scendo. Guardo il tabellone. La mia coincidenza sta arrivando, ripartirà fra venti minuti.

Ce l'ho fatta. Mi siedo, sono l'unica con una ffp2 indossata. Passa un ragazzino dell'università, anche lui porta una ffp2. Mi guarda. "È libero?", chiede. Annuisco. Ce l'ho fatta. Arriveró con soli 20 minuti di ritardo rispetto al programma iniziale.

Non è che non capisca la morale, la capisco eccome. Le cose trovano sempre modi arzigogolati per andare, nella mia vita. È solo che sono malata di una stanchezza infinita. Non avrei bisogno di dormire, avrei bisogno di sparire. Come quel numero non salvato. O non salvo, non ricordo più.

Mi lascio cullare dal ritmo del treno, assecondandone i movimenti. Sprofondo nel giubbotto messo a mo' di scialle con la musica nelle orecchie, conscia di non poter sbagliare: la mia fermata è il capolinea. Non è successo niente. Va tutto bene. La giornata è finita, non può che migliorare, mi convinco.

All'improvviso, però, un ronzio dal telefono.
"Allora, l'ha sentita la coordinatrice?".

Una cornice dalla tela imbarcata.


10 maggio 2022

Polaroid #1

La strategia è pensare al profumo del bucato appena steso che si intravede dietro la tenda tirata e mossa dal vento, il vetro spalancato perché fa caldo, e sentire un brivido strano lungo la schiena, un brivido che sussurra che l'estate sta arrivando, ma non ancora.

Arriverà, ma non ancora.

Malcolm T. Liepke


10 novembre 2021

Codardia.

Ci sono a volte dei ricordi che tornano alla mente come dei flash e ci si rende conto che sono sempre stati conservati, solo che non ci si pensava da talmente tanto tempo che sembravano non esistere più.

Tutto questo per dire che ieri mattina verso le sei mi sono ricordata della sensazione di protezione che provavo quando da piccola mi rincantucciavo nell'angolo della mia stanza tra il letto a sponde di mio fratello e il mobile di legno chiaro in cui tenevo libri e giochi da tavolo. Poco più in là la finestra col balconcino, a sinistra le sbarre a cui aggrapparsi e il mondo lontanissimo.

Non ce l'ho più un rifugio in cui rincantucciarmi. Sono sempre orgogliosa e fiera del mio voler restare in disparte, ma la verità è che non ne ho nemmeno mezzo di angolo in cui ripararmi. È così quando si cresce, no? Gli angoli diventano altro: persone, luoghi di vacanza, bar, librerie, cinema, segreti.

A volte diventano addirittura sentimenti e ci si rende conto solo dopo, quando è troppo tardi, di non provarli davvero. Che quell'amore e quell'affetto altro non sono se non tasselli del proprio personale scudo di difesa. Il proprio angolo nascosto dalla vita.

Qualcosa che ha a che fare con l'essere codardi, a ben vedere. Codardi, sí, e pieni di cocci che si staccano, cadono a terra e fanno fottutamente rumore.


24 settembre 2021

15 settembre 2021

Parole a latta di tonno

Quando è che certe parole e certe immagini smetteranno per me di essere il bordo di una latta di tonno? "Sussurri tu, mi slabbro, io", avevo scritto.

Ed è così.

Certi argomenti mi tagliano dentro, lacerandomi profondamente. E a me non resta che tamponare l'emorragia, alla bell'e meglio. Con dei cenci presi chissà dove, da chissà chi. Con chissà quale istinto di sopravvivenza.

I sogni stanotte mi hanno portato via labbra e voce, che al di là dell'essere le sole due cose, insieme al collo, che preferisco di più di me, beh, hanno quel sottile filo conduttore che riguarda l'esprimersi. Ma sono io. Io me lo sto impedendo. Trovo questo sfogo nel blog, mi illudo che possa essere sufficiente, ma le giornate mi si accartocciano addosso. 
Vedo una sirena nell'angolo. Si è attivata, rossa, e mi osserva col suo occhio rotante. Mi dice "Fai qualcosa. E fallo in fretta".

Fai qualcosa.
E fallo in fretta.

Fai qualcosa.
E fallo in fretta.

21 dicembre 2019

Capirsi.

Allora: c'è questa cosa. 
Ho comprato un pc nuovo. Sono in una casa con un WiFi e ho la possibilità di scrivere su queste pagine digitali tutto ciò che mi passa per la testa.
Il punto è che mi ritrovo spesso a fissare il cursore lampeggiare senza avere la benché minima idea di come poter far uscire quello che la mia scatola cranica contiene (metaforicamente, s'intende). Forse servirebbe trasformare la metafora in realtà. 
Con un trapano, ad esempio. Un aggeggio meccanico che riesca a creare uno sfogo per quella massa informe in sovrapressione che costituisce il mio pensiero.

Me la immagino uscire in un gigantesco blob, spiaccicarsi sul pavimento per poi rigirarsi, guardarmi incazzata e urlarmi in faccia cose terribili. Se ne uscirebbe con frasi tipo: "Che ne hai fatto di Martina?", "Perfida aguzzina, torturatrice di idee creative e usurpatrice di libertà!".
"Va bene", risponderei. "Chiedo scusa, hai ragione, signora massa blobosa e pensosa".

Insomma, un attimo. In fondo, mi domando: che cazzo voglio da me stessa?
Sono cambiata, fisicamente e mentalmente. Sto abbandonando una casa, un lavoro (dopo 9 anni), una città, uno status da donna indipendente che abita in un monolocale. Cambio modo di approcciare alla mia professione, le regole, i letti, le idee. Cambio gli specchi con cui mi osservo.
Non ho fatto l'albero di Natale, ma la neve mi ha fatta piangere, la scorsa settimana.
Sono io. Non sono più io.

Mica si può tornare indietro, da tutto questo.
Sono rana, non gambero. Salto avanti, senza voltare il collo.
Prendo da chi mi pare. Prendo da chi passa e mi tende una mano. 
Dono pezzi di cuore, non superficialissime piume. Dono trasparenza e pensiero, e cura, e amore.
Chi vuole restare, resta. Io resto.

Nessuno cambierà mai tutto questo. Nessuno mi costringerà mai a cambiare tutto questo.
Le corazze si rinnovano, si ricostruiscono, si aggiustano. 
L'anima no.

'Fanculo al cursore, stasera.
Ho vinto io.
Vinco sempre io.

Vinco.
Sempre.
Io.

8 ottobre 2019

D'istanti.

La luce in fondo al tunnel è lontana, ora.
Sa di rintocchi di voci, di un dicembre che arrossa le guance intorno a sciarpe troppo spesse.
Forse, là, ci saranno il baluginio di un'insegna, la condensa sul vetro, quattro unghie piantate nella pelle per ricordarsi d'essere vivi.

E tu, tu mi chiamerai.
Chiamerai sempre, più di ora. Mi ricorderai il mio nome in una notte tanto piccola da stare nel palmo di una mano dalle dita lunghe, da pianista.
Niente luna, niente ombre. Nessuna forma da tastare, soltanto sensazioni.
Profumi, forse. (Im)pressioni sul ventre e sul viso, dita che scavano in uno specchio che non ho mai comprato, illuminate da lampadine che penzolano insensate dall'intonaco.
Un gruppo sanguigno scritto sul petto.
Contare fino a dieci prima di premere l'invio del messaggio. Prima di premere il grilletto.

Sarà - lo sai, sí? - come tornare a casa dopo mesi. Ti diró che sapevo, sapevo in fondo che non avresti voluto perderti altrove, se non in me. Sapevo che avremmo concluso di conoscerci da troppo tempo - secoli, per Dio -, di comprometterci a vicenda in modo irreversibile. Allora, ai poli opposti d'una barra di caricamento, ci prenderemo di nuovo per i capelli, per le nuche. Ci nutriremo l'uno dell'altro, e non chiederemo perdono se non al coraggio che non abbiamo mai avuto.

Allora, forse, la smetterai.
Riconoscerai d'esserti difeso inutilmente, nel tuo fortino d'argilla fatto di labirinti concentrici, cunicoli di pensieri, origami di carta a forma d'aeroplano che ti portavano lontanissimo, ogni dannatissima volta, costringendomi a seguire l'eco del vento per ritrovare me stessa.

Allora, forse, la smetteró.
La finiró di cercare attenzioni randomiche, di rifrangere la luce, di usare immagini, mai parole. Immagini, mai parole.
Smetteró di cercare un supporto, una voce, un'ombra disegnata male dalle luci del giorno che si adagiano nella sera.

Sarà, infine, pioggia sui lucernari.
Laverà via i cattivi pensieri, i residui delle lotte più antiche, la sensazione di non essere mai abbastanza.
Ci vedrà esausti e vuoti, senza più dita, dannatissimi indici dietro cui nascondersi.

Saremo semplicemente, fortunatamente e innegabilmente noi, ma senza avverbio alcuno.
Dichiaratamente insensati, una caccia selvaggia di ranocchie salterine in cui alla fine il cacciatore si scopre preda.
Preda da sempre.

Preda per sempre.


13 novembre 2018

Camere oscure.

Attendo sempre la sera per ritrovare momenti in cui "silenzio" vuole davvero dire assenza di rumore. Solo prima di dormire, infatti, esistono attimi in cui, tentando di acchiappare un pensiero nella mia testa, proprio non ci riesco. Lì, so, anche il desiderio più complesso e irrealizzabile diventa possibile. Non servono parole per etichettarlo o per spiegarlo, solo lampi di luce per partorirlo e osservarlo.
Quello che mi resta addosso, lì nell'ombra, é una bruma di irrealtà. Una coperta per la notte, uno scudo tiepido sotto il quale ripararmi in attesa del giorno successivo.

Vorrei saper estendere quei momenti a mio piacimento. Ritrovarli la sera, sul marciapiede, gli auricolari nelle orecchie e il mondo fuori ovattato. Ridefinirli mentre sorseggio il caffè macchiato, un solo pallino di zucchero, al mattino. Farli rimbalzare nella testa al posto delle paure, delle preoccupazioni, delle ansie, degli obiettivi metodicamente stesi a mò di elenco della spesa proprio lì, dietro le rughe di espressione sulla fronte. Se solo sapessi quale bottone premere, quale percorso imboccare per manipolarli, quale formula magica pronunciare tra i denti.

Forse la chiave di tutto sta nella notte. Al buio i minuti si dilatano e diventano controllabili, quasi flessibili. Una fisarmonica il cui mantice è regolato dal flusso dei respiri.
Mi servirebbe una camera oscura portatile. Un luogo protetto dove anzichè appendere fotografie in fase di sviluppo, io possa appendere pensieri; quelli non ancora adatti per essere formulati alla luce del sole, non adatti - addirittura - per essere pensati.

E allora sì che riuscirei a far pace con me stessa. Riuscirei a darmi tregua, a trovare soluzioni, a non consumarmi sotto il peso dei problemi del mondo di cui mi faccio carico sempre.
Riuscirei addirittura a trovare altro tempo, a moltiplicarlo nelle mie mani.

Riuscirei ad essere serena.
A lasciarmi andare, forse.

A lasciare andare tutto il resto.


1 settembre 2018

Rane.


Credo che occorra ripartire da qui, cioè dalle rane.
È un po' per via del fatto che ho definito questo posto uno stagno, e anche perché quello mi sento, spesso: una rana.
Una rana, sí, un esserino verde che altro non sa fare se non saltare avanti, lasciandosi alle spalle il passato.

Voglio avvisare me stessa del fatto che settembre è arrivato, alla fine. Il nono mese è ormai giunto e, sottolineando l'ironica somiglianza con una gravidanza (ma no, non sono incinta), posso dichiarare a tutto il mondo (o circa) di quanto io me la stia facendo sotto.

Perché settembre è il mese degli inizi. Delle fini. Dei punti di rottura. Delle rotture, sì, di coglioni. Delle novità. Delle farfalle nella pancia. Dei salti nel vuoto. Dei "Martina: che caspita stai combinando?". Dei sorrisi strani. Dell'amore. Delle prime notti senza zanzare. Delle maglie più pesanti. Dei compromessi. Dei desideri.

E io, che ancora fatico a credere di non dover più preparare lo zaino con astuccio e diario, mi invento ogni volta meccanismi arzigogolati perché settembre significhi per me la stessa cosa di quando ero bambina: l'inizio di una nuova me.
Perciò, ogni anno, la Marti ranocchia fa un salto (quello solo, sa fare) da me. Mi chiede se sono pronta a saltare anche io dal precipizio. Mi informa che potrei spiaccicarmi al suolo, che potrei ferirmi, che il posto da raggiungere non è detto sia migliore del precedente.
Ma mi ricorda anche e nonostante tutto, che sono sempre sopravvissuta.
Che me la sono sempre cavata.
Che posso contare su me stessa.
Così salto. Sempre. Di nuovo.

Buon settembre, Marti.
Buon tutto, col cuore.
Buon salto.



11 febbraio 2018

Darth Vader non esiste più.

La vita altro non è che un susseguirsi di rappresentazioni. Immagini che suscitano sensazioni. Sentimenti.
Graffi sulla pelle che se ne vanno dopo una manciata di giorni. Odori che avverti in un preciso momento e che poi svaniscono.
Labbra. Volti. Capelli vecchi. Musiche. Modi di dire. Condivisioni.
Il tutto affastellato, sovrapposto, sovraesposto. Bassorilievi nell'anima che creano spessore, che riempiono, che illudono di essere contenuto.
Notifiche. Simboli. Luci nel buio. Chiamate. Centinaia di vorrei. Indifferenza. Rasoiate sussurrate nei sogni durante la notte.

Crederci, abbandonare. Punti di domanda. Ranocchie. Oche. Cavalli che mangiano carote.
Una vecchia fattoria di animali stronzi. Sionne.
Risposte. Silenzi. Fotografie. 10 parole io, 10 tu. Che diventano venti, cinquanta, cento, mille.
Senza significato. Piene di significato. Un  condimento di secondi, minuti, ore.
Tempo. Sprecato, speso, finito, vuoto, colmo, arrabbiato.

Non esistere. Voler non esistere.
Realtà che quando si stringe diventa aria. Fumo. Niente.

Bianco e nero. Bianco o nero.
Case di carta, di paglia, di legno, di mattoni.
E il lupo dietro l'angolo, che soffia.
Abbracciare il mostro.

Vento. Lenzuola. Pulito.
Luce.
Sole.
Sole.

Sola.


25 marzo 2017

Tipo Fallout Shelter

Spesso il mio lavoro ha a che fare con la pulizia.
Pulisco suoni, parole, frasi e contenuti; li scrosto dai fraintendimenti, dalla rabbia di non riuscire a farsi comprendere, dalla frustrazione di sapere che chi sta davanti non coglierà un messaggio.
Passo uno straccio su quelli che potrei definire concetti impolverati: parole che da sole prendono una direzione non voluta, imprecisa o totalmente errata.
Passo la cera, ancora, su uno scritto o su una lettura poco efficaci, in modo che le sviste - se dovessero capitare - scivolino lontane e non imbruttiscano qualcosa di bello e prezioso e importante.

Ma pulisco anche mani, quando le vedo afferrare pennarelli, nere fino ai gomiti a causa dell'incuria di chi dovrebbe custodire e invece ignora vigliacco.
Pulisco mutande e gabinetti, perchè la paura a volte fa brutti scherzi e il mondo riesce ad assomigliare a un labirinto gigantesco, dove l'uscita non arriva mai.
Pulisco nasi che non soffiano e bocche arrossate che faticano a respirare.
Pulisco occhi che lacrimano per il freddo o per la tristezza.
E pulisco il mio cuore, quello che spesso piange e non lo dà a vedere.
Perchè è questo che mi accade: io non lo faccio vedere mai, quanto ci sto male.

Credo sia qualcosa che ha a che fare con l'orgoglio e con la profonda convinzione che non solo io ce la posso fare da sola (che sarebbe sano e giusto), ma che fare da sola sia in qualche modo virtuoso.
Non mi lamento e giustifico sempre, e mia madre - che sempre più spesso mi appare ragionevole e la cosa mi preoccupa non poco - pensa che sia ora che io la smetta.
E lo penso anche io, anche se pensare una cosa e quindi agire di conseguenza non vanno sempre poi così d'accordo.
Come me e mia madre, d'altro canto.

Vorrei passare un po' di tempo in un bunker antiatomico.
Tipo Fallout Shelter, ecco; ma senza necessità di ripopolamento.
No, non è vero. Vorrei sentire che, invece di appoggiare tentativi indipendentisti, qualcuno dicesse che no, cazzo. No.
Che le cose si fanno insieme, che occorre abbattere questa combriccola di Stati indipendenti e fondare un'Unione.
Che è così che si fanno le cose belle. Le cose giuste. Le cose più serene.

Va beh, buon weekend.


19 marzo 2017

Nulla resta.

Un cerotto,
un'asola senza bottone,
sperduto in un tombino - rotolato
come il tempo del pomeriggio -
e una bambina
a cercare mattonelle
che facessero un rumore
cadendo nel secchiello.
-
Un'isola felice:
la nonna, l'ombra
di una quercia nata
da una ghianda delle Colonie Padane
raccolta in mezzo ad altalene
e protetta da fuseaux troppo stretti.
L'aria sulla faccia, l'odore
della fabbrica di glicerina dove
anni dopo
avrebbe cambiato idea
sul suo futuro.
-
Sola:
un biglietto sul comodino,
l'altro sarà già partito
- politico non so -,
e di certo stropicciato.
Guarda come si alza
con le ginocchia fracassate;
guarda, perchè nulla resta mai a lungo
di lei
tranne gocce rosse (ora marroni).
-
Rosse,
ora marroni.


7 maggio 2016

Learnings #12

1. Io sono importante.
2. Non sono abituata a lamentarmi. Non lo faccio perchè penso di essere fortunata, e perchè credo che le cose brutte succedano a volte a me perchè sono in grado di superarle.
3. La gente non è abituata a sentire qualcuno che non si lamenta, così a volte dice che io sono strana perchè a me va bene tutto. 
4. A me non va bene tutto, ma di lamentarmi non sono capace. Quindi non lo faccio. Ed è una scelta precisa e consapevole.
5. Dormire è fondamentale.
6. Guardare tutorial su youtube fa credere alle persone di essere plausibilmente competenti in arti e mestieri. Il che è inesatto.
7. Vorrei provare a dipingere con gli acquerelli perchè ho visto dei tutorial su youtube.
8. Scrivere per me è importante. È importante, io non me lo devo dimenticare.
9. Le coroncine di fiori in testa e i pantaloni hippie sono fighi.
10. Non avrei mai pensato in vita mia di dire che i fiori o qualcosa di floreale fossero fighi.
11. Quando amo, io amo tanto.
12. Ho comprato una crema solare protezione bambini e un cappello bianco; ci ho messo quasi 28 anni, ma l'ho capito che contro il sole non sono imbattibile.
13. Non so quasi niente.
14. Io vado avanti, sempre.
15. L'estate mi fa paura.
16. Molte cose mi fanno paura, tipo i pipistrelli, guidare, le persone cattive e l'idea di perdere qualcuno che amo senza capire il perchè.
17. Vorrei sedermi sulle rive di un laghetto di montagna con un panino con la mortadella in mano e pucciare i piedi nell'acqua mentre mastico.
18. Oltre al sole, c'è anche un'altra cosa che non posso sconfiggere: il tempo.
19. Le scelte che ho preso e prendo, piccole o grandi che siano, fanno di me ciò che sono e del presente la mia vita.
20. Io sono importante.


26 gennaio 2016

Medie.

L'altra notte ho sognato che era di nuovo il primo giorno di scuola media. La preparazione dello zaino sembrava non finire mai, io non ricordavo se le lezioni iniziassero alle 14 o alle 14.30 e mia madre non sembrava affatto intenzionata a darmi uno strappo nel caso in cui proprio non riuscissi ad arrivare in tempo.
Alle medie vere, nella realtà intendo, avevo una bellissima bicicletta bianca e rossa che usavo nei giorni primaverili per andare a scuola. Ero una ragazzina strana, però non stupida. Ero brava a scuola ma non venivo presa in giro; è qualcosa che ha sempre caratterizzato la mia vita. Era come se le persone pensassero che era meglio non sfottermi. Così, per qualche assurda ragione. O forse perchè non ho mai mancato di rispetto a nessuno.

Beh c'erano questi due ragazzini più grandi, quando ero alle medie. E a loro piaceva tanto rubare la mia bicicletta e quella di un'amica per andare in paese a comprarsi la focaccia per l'intervallo. Odiavo quel momento, quello in cui ci attendevano al cancello della scuola, si mettevano davanti alla ruota e ci costringevano a lasciar loro le bici. Odiavo loro, a dirla tutta.
Ricordo che quell'anno, alla festa della scuola, avevo ritrovato la mia bici col manubrio tutto storto, buttata così, a caso, nell'erba del cortile. E ricordo di esserci rimasta male. Sembrava, allora, qualcosa che io non avrei mai avuto il potere di cambiare, come potesse durare in eterno, quale perenne tortura di chi non ha abbastanza voce per dire "no". Come se non potessi fottermene anche io, una volta tanto, pigiare forte i pedali e asfaltare i loro testicoli, la pancia, il collo, e proseguire avanti.

Non so che fine abbiano fatto, quei due imbecilli. Non mi importa molto.
Quello che conta è che le cose si ripetono, e ormai a 27 anni dovrei essermene fatta una ragione. E invece no.

Vedo questa foto dai colori arcobaleno, e quella faccia da rasatura fresca anche se la barba non deve essere tanta. Vedo l'espressione volutamente tormentata e vedo l'assenza dei segni che ho imparato a conoscere e ad amare in silenzio. Non ci sono perchè allora non c'erano, e quel ragazzo non è l'uomo che conosco e le ferite, le esperienze, la vita ancora non ha fatto troppi giri su quella faccia. 
E dentro - la sento - c'è la stessa inerzia, precisa, con cui mi ricordo scendere dal sellino e consegnare la bici bianca e rossa trattenendola un altro po' per il manubrio. C'è la stessa modalità di lasciare andare le cose come vanno, che mica c'è da condannarlo come atteggiamento, non è affatto sbagliato. Ma è doloroso. È subdolo, è qualcosa che si infiltra e si fa sentire, persistente. È freddo, è inverno buio.

E io non lo so. Non lo so cosa c'entri la mia bicicletta bianca e rossa con l'Amore, santa pace. So solo che sarebbe meglio raccoglierla dall'erba e raddrizzarle il manubrio, perchè con quel catorcio io di strada ne voglio ancora fare un bel po'.
Oh, sì. Un bel bel po'.

22 dicembre 2015

Luci e luci.

Ho scoperto che ci sono luci e luci, che uno ci creda o no.
Ci sono le luci delle macchine, che quando c'è nebbia è meglio starci attenti, soprattutto quando si attraversa lo stradone.
Ci sono le luci del posto di lavoro, che se dal corridoio alla mattina presto le si vede accese si sa che ci sarà il primo caffè condiviso, a scaldare dentro.
Ci sono le luci di Natale, che chi le critica o non le sopporta deve essere proprio cresciuto, e non si sa se sia un bene.
Ci sono le luci che si riflettono lontane sull'acqua del mare, che ci si sente in vacanza e si è felici.
Ci sono le luci che si accendono sullo schermo e si risponde col sorriso che si allarga, sentendo vicino chi è lontano.
Ci sono le luci negli occhi dei bambini, e quelle sono speciali perchè tolgono anni e polvere dal cuore e donano speranza e voglia di cambiare.
Ci sono le prime luci del mattino, ne parlano in tanti, e a volte servono per prendere decisioni sulle quali si stava ruminando da tempo senza uscita.
Ci sono le luci dei sogni che si avverano, quelle che partono da un palco e raggiungono le orecchie, e le mani che stringono i fianchi sono calde e conosciute e tutto sa di vento.

Ma poi, alla fine, ci sono anche altre Luci.
Sono quelle che ciascuno si sceglie e che illuminano la vita, quelle che non si spengono mai ma brillano per sempre. E suonano, sì. Suonano una musica dolce e forte e tiepida e accogliente e nutriente. Sono Luci che parlano quando le parole degli altri non danno alcun conforto. Sono Luci che guidano e compiono magie. 
La magia più bella, per esempio, è la felicità. 
E mica serve altro.

Buon Natale.

12 settembre 2015

Vinci o Pennetta? Io lo so.

Ecco, vedete. C'è questa cosa che penso, ultimamente.
Che quando una persona mi spinge a superare i miei limiti, mi tiene testa e fa sì che io metta in discussione le mie inutili paranoie esistenziali e la mia innata e controproducente sociofobia, allora vale la pena investirci tempo, energie, sogni.

Quando negli occhi di una persona vedo passione per quello che fa, lacrime ed emozioni e nessuna tendenza a nascondere tutto questo, allora vuol dire che in lei c'è Bellezza. Vuol dire che non occorre ergere palizzate o indossare scudi, o impilare mattoni, o corazzarsi di spine.

Quando le esperienze si colorano d'argento che brilla, quando poi diventano tante, tutte allineate e ricche nella memoria, quando diventano bei ricordi, allora il tutto assume la forma di un album. Uno di quelli spessi, con tante pagine che ancora non sono state sfogliate.

E allora stasera. Stasera che - lo so - la poltrona sarà piazzata davanti alla televisione, i pugni ogni tanto piantati nei braccioli e le imprecazioni sussurrate tra i denti. Stasera che - tanto sono entrambe italiane, che storia! - tutti si staranno facendo questa benedetta domanda: Vinci o Pennetta?
Beh, io lo so. È chiaro: Vinci. 
Vinci, tu. Tu. 
Sempre.

27 gennaio 2015

Con due "ci".

È per via del fatto che quando una arriva al tetto, poi ha due alternative: o si butta giù o urla con quanto fiato ha in gola.
Non starà a guardare gli ipocriti che si fingono vittime essendo nel frattempo parte integrante - e pure subdola - del problema. Non baderà molto all'arrotondamento degli spigoli ma farà avvertire tutta la loro durezza. Non farà riferimento al fatto che le incombenze per essere tali necessiterebbero di approvazione da parte dell'individuo che le subisce, lungi lui dall'essere mulo da soma.

Non saranno questi i dettagli importanti.
Il fondamento starà invece nel disincanto, nella facilità con cui quest'una sul tetto ci sia arrivata, e non si sorprenda neppure di vedere metri e metri sotto di lei, senza nemmeno avvertire un poco di vertigine.
Il fondamento starà nell'amarezza, quella sensazione di affanno per non si sa più quale corsa, verso quale meta, con quali gambe, lo stomaco e lo spirito gonfi di cosa.
Ritratti gli artigli e abbassata la coda ad assenso, resterà soltanto una sagoma da riconoscere in fretta.
Un felino. Quello sul tetto sarà un felino, sì.

Una micia, con precisione. Una di quelle con due "ci".
Occorrerà badar bene ad avvicinarlesi con del fuoco, poichè lo scoppio sarebbe immediato e inevitabile.
Risparmiategliele, alla micia con due "ci", le scenate patetiche. I grandi, quelli veri, lo sono perchè si sentono piccoli, non perchè ergono palizzate di superiorità. Lo impara ogni giorno, entrando nell'auletta blu ed uscendovi con grandi saggi e trattati provenienti da esserini al di sotto del metro e cinquanta.
Non usate ironia, lei la padroneggia assai meglio, a tal punto da servirsene da scudo per sopravvivere negli anni, che ormai sono quattro. Non crediate che quelle siano crepe, son cicatrici.
Quelle da micia che combatte per non cedere alla paura, e mica del buio.

Che - sappiatelo - la micia, proprio lei, con occhi magici lo sa: il buio vero, quello dei mostri cattivi e delle streghe occhi di giada, non è quello della notte che spunta la luna e non si scorgono più ombre, no.

Il buio di cui aver paura è quello che viene da dentro, con rabbia e angoscia.
È il buio di cuore malato, vuoto, nero.
Solo.

3 gennaio 2015

Elenco di quindici #5

Il genio della lampada mi si è palesato. Sì, se ve lo steste chiedendo ("steste", ma che è??!), questo è il prodotto degli eccessi di zuccheri e trigliceridi festivi. Una totale follia visionaria.
Il grande omone blu, ad ogni modo, mi avrebbe chiesto di stilare un elenco dei 15 desideri che esprimerei se per caso le nostre strade si incrociassero nel roboante mondo reale (sempre se ve lo steste chiedendo, sì: il mio umore oggi si aggira all'incirca tre metri sotto terra, grazie per l'interesse).

1. Vorrei che i miei chili di troppo si trasformassero in chili di banconote, possibilmente da 500 €. Quanti sono dieci chili circa di banconote da 500 €? Me lo sapete dire?

2. Vorrei avere sempre una risposta da dare, non importa se giusta o sbagliata: l'importante sarebbe evitare il silenzio inutile.

3. Vorrei che la Signora Sfortuna (per gli amici "Sfiga" o "Jella") prevedesse a breve una dipartita verso altri lidi; non occorre nemmeno che mandi la cartolina, tanto non m'offendo.

4. Vorrei che le persone a cui tengo fossero sempre libere.

5. Vorrei che le persone buone avessero sempre il coraggio di affrontare i giganti cattivi e la prontezza di spirito per difendersene nella maniera più giusta.

6. Vorrei ricordarmi i miei sogni.

7. Vorrei saper nuotare e guidare.

8. Vorrei sentirmi adeguata nonostante tutto ciò che non riesco a fare e nonostante l'etichetta "2" sulla fronte.

9. Vorrei più meritocrazia e più punizione per chi non merita rispetto.

10. Vorrei più sincerità e meno facciate di convenienza.

11. Vorrei sentire dal solito qualcuno a caso: "Hai ragione, l'immagine profilo di Whatsapp si può modificare anche su un LG senza bisogno di fare il testone e imprecare in aramaico antico". *Smak*

12. Vorrei avere più spesso l'occasione di scordarmi del tempo che passa.

13. Vorrei avere più spesso l'occasione di sentirmi al posto giusto nel momento giusto.

14. Vorrei che chi amo avesse a disposizione altri 15 desideri tutti per sè.

15. Vorrei che chi amo fosse sereno.

Grazie Genio.


Fine.

1 gennaio 2015

Mica tutti han dentro.. #2

Mi ritrovo a pensare al mercurio (quello di cui avevo parlato qui secoli fa).
La mia zavorra, quella che si fa sentire ora più ora meno, quella sfera magica che è tale perchè è meraviglia liquida e metallica da osservare, ma il cui peso specifico è alto, ergo pesante da trasportare.

Il mio mercurio è vita, se ci rifletto. Bella, brutta, metà e metà; a volte la vita - appunto - scorre senza che tu te ne accorga, altre volte arranca come ruota dentata arrugginita in un meccanismo complesso. Ma fa parte di noi. Ci camminiamo, ci respiriamo, ci dormiamo insieme: la vita è qualcosa che non solo ci sta alle calcagna, ma impregna ogni nostra singola cellula. Ci colma.

In questo momento, ecco, il mio pezzo di mercurio - la mia vita - risulta frammentata in tante piccole unità, sferette del diametro di pochi millimetri. Queste si muovono in me ad una velocità pazzesca, quasi vorticando. Non capisco nulla. Vado avanti perchè le gambe reggono, e vorrei che qualcuno si offrisse in qualche modo di attirare magneticamente il mercurio, renderlo meno instabile. Non ho certezze, solo pezzi di vita che mi passano sotto il naso facendomi sentire diverse fragranze. E  ho idee, nuove possibilità, attimi tiepidi che scaldano il cuore, gocce di ghiaccio a gelarmi, silenzi in cui mi sento inutile, spiegazioni snocciolate a lacrime, voglia di futuro che mi fa...

Paura. Ho paura.


14 ottobre 2014

E per ora ce l'ho.

Succede così. Che uno sente parecchie volte una canzone e le dà un significato, un senso - ecco -, poi tutto d'un tratto le cose cambiano.

Per esempio una tizia qualsiasi cammina costeggiando il Centro di Formazione Professionale e pensa "che due balle, ancora pochi passi e devo spegnere il lettore", perchè è praticamente arrivata a destinazione. Poi nelle cuffie passa quella precisa frase cantata - una frase sentita decine di volte, perchè non è stato il fato a metterla nella lista della riproduzione automatica, eheheheh no - e qualcosa BOM. Scatta. Cambia.
E quella tipa dice..va beh io, sono io - e che mi devo nascondere? -..ricomincio.

E io dico "ma pensa te, ma te pensa: che roba diversa quest'oggi mi è passata per la testa". Che è un pensiero dolce, no? Da favola che uno legge quando è bambino perchè solo da bambini certe favole hanno una loro credibilità.

L'avevo sempre preso come un concetto in negativo. Una mancanza. 
Qualcosa che si vorrebbe avere ma che non si ha. E quindi rosica, babbea.
Invece stamattina, davanti al CFP, ho avuto questa immagine. Una specie di bauletto, uno di quelli in cui potrebbe anche esserci una ballerina su un piedistallo girevole (non fatemi usare la parola carillon, mi ha sempre nauseata). Un bauletto, quindi, in cui riporre qualcosa di prezioso, che non è qualcosa che manca, che non si ha, di cui essere invidiosi, no. È un qualcosa che non appartiene alla nostra persona ma che si ha la fortuna di avere vicino - ogni tanto capita, anche se non si sa per quanto, ma va bene lo stesso -. Qualcosa che va riposto in un bauletto sonoro quando è stanco perchè non si sciupi, che va cullato sul cuore per rallentare i suoi battiti da grillo salterino, che va maneggiato con cura per non modificarne i suoni.

Mi è venuto da sorridere, anche se una volta entrata nell'ascensore ho dovuto spegnere la canzone. Mi è sembrato bello sentire quanto preziosa sia diventata quella frase, ora, per me. Significati nuovi, nuovi percorsi, nuovi orizzonti, nuovi confini, vento nuovo. E ordine. Ordine e gioia.


"Tu hai l'anima che io vorrei avere".
E per ora ce l'ho. Punto.