7 maggio 2016

Learnings #12

1. Io sono importante.
2. Non sono abituata a lamentarmi. Non lo faccio perchè penso di essere fortunata, e perchè credo che le cose brutte succedano a volte a me perchè sono in grado di superarle.
3. La gente non è abituata a sentire qualcuno che non si lamenta, così a volte dice che io sono strana perchè a me va bene tutto. 
4. A me non va bene tutto, ma di lamentarmi non sono capace. Quindi non lo faccio. Ed è una scelta precisa e consapevole.
5. Dormire è fondamentale.
6. Guardare tutorial su youtube fa credere alle persone di essere plausibilmente competenti in arti e mestieri. Il che è inesatto.
7. Vorrei provare a dipingere con gli acquerelli perchè ho visto dei tutorial su youtube.
8. Scrivere per me è importante. È importante, io non me lo devo dimenticare.
9. Le coroncine di fiori in testa e i pantaloni hippie sono fighi.
10. Non avrei mai pensato in vita mia di dire che i fiori o qualcosa di floreale fossero fighi.
11. Quando amo, io amo tanto.
12. Ho comprato una crema solare protezione bambini e un cappello bianco; ci ho messo quasi 28 anni, ma l'ho capito che contro il sole non sono imbattibile.
13. Non so quasi niente.
14. Io vado avanti, sempre.
15. L'estate mi fa paura.
16. Molte cose mi fanno paura, tipo i pipistrelli, guidare, le persone cattive e l'idea di perdere qualcuno che amo senza capire il perchè.
17. Vorrei sedermi sulle rive di un laghetto di montagna con un panino con la mortadella in mano e pucciare i piedi nell'acqua mentre mastico.
18. Oltre al sole, c'è anche un'altra cosa che non posso sconfiggere: il tempo.
19. Le scelte che ho preso e prendo, piccole o grandi che siano, fanno di me ciò che sono e del presente la mia vita.
20. Io sono importante.


30 aprile 2016

Pillole di logo (33)

Da quando ha iniziato il suo percorso terapeutico gli obiettivi logopedici raggiunti sono stati pochi. Tuttavia, quelli personali, comportamentali, umani - mi dico - sono stati immensi.
Non lo vedo sorridere come fa ultimamente da mai. E se il mio contributo rispetto a questo progresso si situasse attorno allo 0,001% penso che sarebbe comunque un qualcosa di cui potermi ritenere soddisfatta.

Resta il fatto che lui è un bambino capace di distrarsi in una stanza vuota e bianca, magari osservando il pulviscolo atmosferico raggiunto da un fugace raggio di sole. Che, peraltro, in questa giornata che sa di autunno non c'è manco per sbaglio.
Stiamo lavorando su lettura e comprensione di frasi brevi brevi. Ma molto brevi, se non si fosse inteso. In pratica lui deve leggere e, una volta compreso il concetto, lo deve rappresentare con un disegno. 
Lui diventerà un fumettista da grande. Io lo penso davvero.

Arranca sulle parole che gli ho scritto in stampato maiuscolo.
- "CI..no..CHI E DO..SSSS CUUU SA..A..LA..MAMMA!" - dice.
- Bravo! "Chiedo scusa alla mamma". Dai, prova a disegnare nel rettangolo sotto -.
Vedo che si ferma a pensare, e forse si perde nel suo rimuginare infinito.
- Allora!! Oggi ci stiamo perdendo in un bicchiere d'acquaaaa! - gli dico scuotendo la mia bottiglietta di plastica vicino all'orecchio. Lui si mette a ridere, poi prende la matita e si mette a tracciare il disegno.

Inizio a compilare la cartella di oggi e poi rialzo gli occhi. Quando lo faccio, sbuffo con disappunto.
- Ma dovevi disegnare "Chiedo scusa alla mamma"! Cosa sarebbe questo bambino con la testa pasticciata? Se stai disegnando non ti devi distrarre e fare gli scarabocchi..era un bel disegno, giusto! Mi spieghi? - dico con durezza, mentre afferro la gomma.
Lui osserva il foglio mogio mogio.
- E va bene, scusami. Era un bimbo che voleva prendere i biscotti in alto, ma ha fatto cadere la scatola e gli è finita in testa e è tutto sporco, vedi? E allora vuole chiedere scusa alla mamma perchè non si fa..non si fa vedi? E va bene, e va bene scusa..dammi la gomma -.
E sono io ora che mi sento sporca. Non in testa ma dentro. Dentro. 
E mi viene voglia di piangere.

- No, sai? È una storia meravigliosa, quella che hai inventato. È bellissima e giusta. Non c'è mica bisogno della gomma, stai facendo bene. Continua, per piacere - dico a bassa voce, piena di vergogna. Aggiunge una mamma a braccia conserte e continua come se non gli avessi fatto nessun torto, perchè i bambini sono così. Puri.
O forse perchè sanno che gli adulti sono stupidi.
- È così perchè è arrabbiata - mi dice drammatizzando la scena, tutto divertito.

Bene, penso. È proprio successo, e io non me ne sono accorta.
Devo essere diventata grande, tutto d'un colpo.

È tanto triste.


18 aprile 2016

La fiera di San Pietro.

Ricordo una sera di quando ero piccola in cui desideravo a tutti i costi andare alla fiera in città.
Solo che in quel periodo - quando ancora la Tamoil non era diventata il mostro da rinchiudere e il mio papà ci lavorava ancora - c'erano sempre manutenzioni da fare nella raffineria, e lui tornava sempre ad orari improbabili.
La mamma mi disse che non poteva assicurarmi che papà sarebbe tornato in tempo per poter fare un giro sulle giostre.

Così mi misi sulla poltrona davanti alla tele, nella mia vecchia casa, e affondai la faccia nel tessuto del bracciolo. Non vedevo niente, solo nero.
E - non so per quale assurda ragione - mi convinsi che se avessi pensato a papà che in quell'istante usciva dalla raffineria, si dirigeva in macchina, accendeva il motore eccetera..beh: lui sarebbe tornato in tempo. O meglio: sapevo che l'avrei visto comparire nell'esatto istante in cui lo avrei immaginato abbassare la maniglia della porta di casa.
Ricordo di essere stata meticolosa, quella volta. Vidi le strade, calcolai i tempi di percorrenza, i semafori che l'avrebbero visto imprecare, la cenere della sua Marlboro che sarebbe caduta dal finestrino abbassato di due dita esatte.

Non so dire come, ma la magia funzionò.
Ebbi il tempo di immaginarlo salire le scale e bussare poichè la mamma aveva chiuso a chiave l'ingresso. Poi lui entrò davvero in casa. Alzai la testa dal bracciolo e mi sentii così felice e potente che per quell'istante mi dissi che davvero bastava credere a qualcosa, per farla succedere. Fu una serata meravigliosa, e tutto sapeva di estate che stava per iniziare, pantaloncini corti e caramelle.

Ci sono dei momenti, ora, in cui mi sembra di aver esaurito tutta la mia magia. Affondo la faccia nel cuscino, di notte, ma quello che ottengo è una sensazione di soffocamento. Forse è soltanto che non so che cosa immaginarmi; forse è che il futuro pare una massa globosa e astratta, che quello che voglio non è più così netto e definito, che ciò che resta della raffineria è ipoacusia, articolazioni andate e un deposito vuoto, che alla fiera non vado più da anni, le giostre le odio e la folla mi mette ansia. Forse è che dovrei ancora desiderare cose piccole, semplici, sempliciotte.

Qualcosa del tipo: andiamo a prendere i trasferelli e riempiamo le pagine dell'agenda? Nel frattempo succhiamo un lecca lecca alla cocacola, che se stiamo attenti e non ci facciamo prendere dalla foga, la cicca nascosta sotto rimane integra da masticare. Chi ce la fa vince il primo giro sull'altalena. 
Con l'altalena si può arrivare vicino al cielo, e - se qualcuno ci spinge poi - ancora più in alto, fino a toccare le nuvole, le stelle. In men che non si dica si può annusare lo spazio infinito, per tornare infine indietro ma diversi, sì, diversi da ora. 

Più belli, più puliti.

Più pieni.
Aldo Angelo Cortina _ Fiera di paese
È morto quando io sono nata. Peccato.

3 aprile 2016

Posti.

Ho tutta l'intenzione di segnarmi tutti i posti in cui vorrei andare.
Così, giusto perchè poi non mi si dica che non ho ambizioni o che non esprimo i miei desideri. Che poi non sono così estremi. Saranno quasi tutte destinazioni italiane o comunque vicine all'Italia. Il che mi fa anche pensare che sono un po' una sempliciotta. Ma va bene così. 
Magari lo faccio anche per riaprire questo post un giorno e depennare i numeretti (viva gli elenchi). E anche perchè a parlarne un po', le vacanze sembrano quasi più vicine e possibili.

1. Le Cinque Terre. In particolare voglio vedere per forza questo paesaggio proprio da questo punto di vista:

2. Firenze. Io non ho mai visto Firenze.

3. Il lago di Endine. Mi piace.

4. Marsiglia. Sarà che mi fa venire in mente il sapone, ma mi dà l'idea di un posto pulito.

5. Il Castello di Sammezzano, Reggello. Collegabile al punto 2, dato che si trova in provincia di Firenze. Ha questa stanza. No, dico:

6. Vari altri laghi (come idea il lago mi piace, se non si fosse capito). Ad esempio il lago di Misurina e quello di Braies.




7. La Foresta Nera. Ha un bel nome. E è un verdebosco.

8. Siviglia. Fa rima con Marsiglia, e quindi mi piace. Boh. Mi pare una ragione sufficiente.

Per ora basta, dai. Se no mi viene la depressione. Ciao.

26 marzo 2016

Il giardino di cemento.

È paradossalmente un libro che mi è piaciuto più recensire piuttosto che leggere, anche se devo ancora capire bene perché.
É una storia che ha a che fare con tutto ciò che scorre o meglio che si lascia scorrere; ah: e col cemento. Ma anche con qualcosa di morboso e sbagliato, anche se fatto (sarà poi possibile?) per ragioni apparentemente ragionevoli.



Ci sono Julie, Jack, Sue e Tom. Sono quattro fratelli e vivono in una casa enorme con i genitori. Il padre è un pignolo e burbero individuo che non tollera battute di alcun tipo relative al giardino (forse l'unica creatura che davvero sente sua) che cura con pazienza e precisione estreme. I ragazzi non pensano che lui li abbia mai amati veramente, o forse lo faceva in un tempo lontano.
Non lo fa, comunque, da quando un problema al cuore lo costringe al riposo quasi totale, e lui al giardino non può più badare. Le erbacce e gli insetti prendono il sopravvento su piante e fiori, così un giorno decide che sia meglio stendere una gigantesca colata di cemento e nascondere il suo eclatante fallimento.
Sarà proprio quella mattina assolata, mentre il sudore gli cola ai lati del viso, che infine verrà stroncato da un infarto definitivo, davanti agli occhi di Jack che lo sta aiutando.

Se già erano sorti dubbi sulla particolarità delle dinamiche famigliari in questa casa, sarà proprio a questo punto che ci si renderà conto che qualcosa non quadra. La morte del papà segnerà infatti un lento declino nella vita di tutti, complice l'estate in arrivo e quindi l'assenza di impegni e routines scolastiche.
Perchè è proprio ciò che avverrà fino alla conclusione della storia: si lascerà tutto scorrere. Così come deve andare.

Questo succede in primis alla mamma. Sembra che da sola non possa riuscire a portare avanti la famiglia. Si ammala infatti di un male che sa di desolazione e stanchezza infinite, e le medicine che continuamente assume non sembrano per nulla aiutarla. Morirà poco dopo nel suo letto, forse nel sonno - ipotizzano i bambini -, e a questo punto una soluzione la si dovrà trovare. Julie e Jack (i grandi del gruppo) analizzano la possibilità di essere separati ed inviati ad un orfanotrofio, ma forse si tratta ancora di bambini impauriti, o forse gli insegnamenti del padre hanno alla fine sortito effetto. Perchè la decisione che prendono è al tempo stesso semplice e morbosamente macchinosa.
Non c'è cosa brutta che una bella colata di cemento possa occultare, questo devono pensare; la madre finirà in un baule in cantina, murata in un parallelepipedo di legno ed immersa nella stessa sostanza che, in tempi non sospetti, l'aveva vista tanto contraria ai progetti del marito.
E si sa: quando si condivide un segreto di questo tipo, le cose non possono poi migliorare o volgersi in positivo. Ci si aspetta solo il peggio. Che arriverà, nonostante lo faccia con la lentezza dei giorni estivi e l'irrequietezza dell'adolescenza in cui tutti i fratelli - eccezion fatta forse per Tom - si dirigono precipitosamente.

Sì, perchè Jack - il personaggio di cui conosciamo il punto di vista nella storia - entrerà in pieno nella fase della conoscenza del proprio corpo, delle pulsioni sessuali, della ribellione nei confronti delle regole che la sorella maggiore gli impone non avendo il ruolo per farlo, del rifiuto dell'igiene personale, della violenza.
Sue si rintanerà in se stessa, nella sua stanza, nei libri che legge di continuo, nel diario segreto che sempre rivolge alla mamma morta, quasi fosse l'unico destinatario che possa comprendere i suoi drammi quotidiani.
Tom, abbandonato troppo presto da una madre chioccia ed essendo fragile e incerto sulle gambe, subirà una crisi di identità. Picchiato e preso in giro dai compagni a scuola, pretenderà prima di vestirsi ed atteggiarsi come una ragazza - "perchè le ragazze non vengono toccate" -  e poi di trasformarsi in un lattante, con tanto di culla e succhiotto.
Infine c'è Julie, la più grande. Julie che diventa ogni giorno più bella e vanitosa, che prende il sole in bikini su quel mare di cemento che è il loro giardino e spende i risparmi (quelli che la mamma prima della morte ha disposto che venissero versati mensilmente sul suo conto) in vestiti e scarpe. E ha un ragazzo, Derek. Un infallibile giocatore di biliardo che non impiegherà molto a mettere in fila e poi in buca le palle (in molti sensi) di questa famiglia.

Beh. A dire il vero un altro personaggio c'è. La casa.
Sì, perchè anche nel suo caso gli eventi appaiono scorrere come l'acqua impetuosa di un torrente in discesa, inarrestabili. Si trova intanto in un quartiere degradato, attorniato da grattacieli in rovina dove i ragazzacci della zona sono soliti appiccare incendi e sfogare la loro violenza sui detriti. I quattro bambini, poi, riescono solo saltuariamente a curarsi della casa. È enorme e infinitamente più noiosa rispetto alla loro nuova vita estiva dove non ci sono tempi, obblighi, regole o morale. Come dar loro torto?

Questo sfocia però in un mare di sporcizia che si accumula in cucina, in nugoli di mosche e insetti che ronzano attorno ai resti di cibo e, soprattutto, in un odore dolciastro, sempre più forte mentre i giorni passano. Quell'odore, scopriranno quasi subito, non ha niente a che fare con l'incuria in cui hanno abbandonato la casa.
Riguarda invece il loro piccolo segreto. Il baule in cantina, infatti, si è imbarcato sotto il peso del cemento in rottura e da una lunga crepa si intravede ciò che i ragazzi credevano sepolto per sempre.
Derek scoprirà tutto e, se in prima istanza risulterà essere complice della famiglia, quando Julie lo rifiuterà per sempre si vendicherà nel modo più ovvio.

È proprio la scena finale l'emblema di questa storia. I quattro ragazzi chiusi in una camera, proprio come succedeva una volta mentre i genitori litigavano; i corpi stretti, a contatto (nonostante adesso le pulsioni, le forme e i desideri siano diversi e, come già detto, morbosi), una vicinanza che sa di normalità e protezione.
E il mondo resterà fuori a scorrere come ha sempre fatto in balia di meccanismi lontani dalle loro teste bambine, che bambine non sono più ma non importa. Non sembrano adulti in quel momento Julie, Jack e Sue - figuriamoci Tom nel lettino di quando era piccolo -, non dopo il segreto che hanno condiviso, non dopo quell'estate. Non in quella stanza.
In mezzo alle parole sussurrate che sanno di perdono, condivisione, scuse e riavvicinamento, i lampeggianti blu fuori dalla finestra sembreranno solo una sfumatura del cielo dopo una giornata cattiva, una lunga giornata, che però alla sera mostra il bello di sè. E fa sorridere.

19 marzo 2016

Mr Gwyn.

Io sono convinta che alla fine Jasper Gwyn ce la faccia. Credo che davvero riesca ad oltrepassare in qualche modo quel confine cartaceo - in fondo è un essere speciale - per "portare a casa" il lettore. Le pagine non sono troppe ma ognuno potrebbe avere la propria, con un po' di fortuna. Il proprio libro. Forse è così.



Jasper Gwyn è uno scrittore che, ad un certo punto della sua vita, decide di non voler più scrivere. Non deve però passare molto tempo perchè scopra - da persona precisa e pignola qual è - che l'atto dello scrivere è qualcosa che gli manca terribilmente. Ha a che fare con il riordino di pensieri e la stesura di idee conseguentemente ordinate, e lui non ne può fare a meno, dice.
Qui accade il primo di tanti atti poetici che caratterizzano questa storia e la scrittura di Baricco in generale: Gwyn decide di voler fare il copista. Copiare persone. Non nel senso di ritratti dipinti, no. Ritratti scritti.
Lui sostiene infatti che eseguire un ritratto coincida con il "riportare a casa" quella persona. Farle compiere una peregrinazione.


Qui è lecito pensare che a Gwyn sia saltata una rotella. Alcuni lo verbalizzano anche, chiedendosi cosa potrebbe inventarsi a quel punto. Non è semplice spiegarlo in poche e semplici parole, ma ci proverò.
Dunque: si parte dall'assunto che chiunque richieda un ritratto veritiero di se stesso (sia esso tramite un quadro, una seduta di analisi o un prodotto scritto) deve possedere una certa apertura. Una volontà mettersi in gioco che non è propria di nessuno, se stiamo bene a riflettere. Chi si mettebbe a nudo davvero con uno sconosciuto e poi lo pagherebbe per aver scandagliato i fondali del suo animo? Beh.
Mr Gwyn i suoi clienti li mette davvero a nudo, in senso letterale, e per lungo tempo. Li conduce in un luogo strano ma organizzato sin nel minimo dettaglio, e li osserva finché non nota quello che lui definisce "uno spostamento laterale"; allora, proprio in quell'istante, riesce ad intravedere quello che sarà il ritratto.

Non crediate si tratti di una descrizione fisica, no. Il ritratto per Gwyn è un pezzo di storia, un frammento di un libro che non si è mai letto. Ha a che fare con l'idea, l'immagine che ognuno possiede di se stesso. E se si può ipotizzare di poter essere un aereo ad alta quota, una scala della metropolitana o una mela nel cesto della frutta sul tavolo, allora ci si potrebbe spingere oltre e capire di poter essere il brusio lontano in quella scena, una sfumatura di colore, un odore che entra repentino dallo spiraglio aperto della finestra. Si potrebbe essere un capitolo di quel libro, anzichè soltanto una sua scena; forse - addirittura - si potrebbe pensare di poter essere tutto libro. Un libro mai scritto, di cui Jasper Gwyn stende qualche pagina giusto per farlo intuire al destinatario. Un po' come per dirgli: "Questo è il tuo sentiero". E il fatto di riportare a casa si svela terribilmente sensato.

"Tout commence par une interruption". Questo Paul Valéry che fa capolino prima dell'inizio del libro anticipa uno dei concetti che viene espresso fortemente durante la narrazione. Secondo me ha anche a che fare col tempo. Quando si tratta di Baricco, infatti, il tempo ha una sua durata particolare: è come se fosse volutamente interrotto nel suo scorrere naturale. Non so bene esprimere quest'idea che mi son fatta, ma me lo raffiguro dilatato, incredibilmente allungato ma con un suo ritmo, denso di significati e di gradi di consapevolezza. Tutto comincia da un'interruzione, ed è così. I ritratti di Gwyn nascono da un momento di empasse terribile. Lui dice di essersi accorto un giorno "che non gli importava più di nulla, e che tutto lo feriva a morte".

E, se c'è qualcosa che il libro non ci restituisce in questo mare di profili (o almeno non lo fa con me), è un ritratto chiaro di Mr Gwyn. C'è sempre qualcosa di sfuggente, di poco tratteggiato e sfumato. C'è questa sua tendenza al silenzio, alla sparizione, all'altro. E doveva essere così, perchè un buon ritrattista mostra gli altri e mai se stesso.
Un buon ritrattista è una lobby d'albergo. Non lavora nella lobby, ma è quella lobby.
Questa è l'unica cosa che possiamo sapere con certezza di Jasper Gwyn, e ce la dobbiamo tenere stretta, perchè altro non avremo.

Post Scriptum che non dovrebbe stare in una simil recensione ma che invece ci starà perchè io non sono una persona seria: qualcosa, una virgola del mio ritratto, nel libro c'è. Non mi sono stupita - per questioni di numeri ricorrenti a cui solo Jim Carrey in "Number 23" e una pazza furiosa (sempre io) darebbero ascolto - che si trovi a pagina 70.
Fottutissimo Baricco. Possono continuare ad affermare sino alla tua morte che tu sia sopravvalutato, scontato e noioso.

Per me sei un genio.


14 marzo 2016

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte.

Non è per niente strambo che inizi questa nuova "cosa" proprio da questa storia.
Perchè è strana. Christopher Boone in primis è strano (almeno agli occhi degli altri). Eppure nei suoi dire e fare c'è molta più sensatezza di quanto si possa immaginare.
Questo libro è la dimostrazione che la purezza può portare in alto, fino alle stelle.



Si parte da un delitto che avviene alle 00:07 - d'altro canto è il titolo che lo anticipa -. Il cane della signora Shears viene brutalmente ucciso con un forcone. Un atto assurdo e apparentemente immotivato che agli occhi di Christopher (15 anni, 3 mesi, 2 giorni), ragazzino Asperger amante dei numeri primi e dello spazio, si presenta come perfetta occasione per vestire i panni del detective e scoprire l'identità del colpevole.
Sarà un'indagine complicata sotto molti punti di vista - soprattutto per gli effetti collaterali che causerà - e che mostrerà la sua particolarità proprio nella natura che la caratterizza.
Sì, perchè si tratta di una narrazione che si vestirà soltanto di giallo, ma che in realtà si sporcherà di tanti altri colori. E il mix che ne uscirà sarà una tonalità cangiante, a suo modo unica; una di quelle che, a seconda della luce e degli occhi che la osservano, si mostrerà camaleontica e sempre diversa.

L'(auto)analisi di Christopher, fredda e impietosa poichè brutalmente sincera, mostra infatti l'esistenza faticosa di una persona che non riesce a decifrare le intenzioni degli altri, che non coglie il significato delle loro parole spesso ricche di metafore ed espressioni idiomatiche, che rifugge il contatto fisico. Un atto violento come un omicidio viene analizzato razionalmente, una tirata di capelli sfocia in una risposta tanto impulsiva da causare una commozione cerebrale all'aggressore; il giallo e il marrone hanno il potere di influenzare l'andamento di tutta una giornata, e il migliore sogno che si possa fare è quello di un'umanità sterminata da un'epidemia che lasci in vita solo le persone speciali. Quelle, per intenderci, che non hanno bisogno di contatto oculare e che solitamente passano ore nel tentativo di comprendere cosa voglia dire :-) oppure :-( o ancora :-S.

Il rasoio di Occam. L'assioma fa giusto capolino a metà della narrazione, eppure - a ben guardarlo - sembra costituire il fulcro attorno al quale tutta la vicenda si snoda: "non bisogna presumere che esistano più cose del necessario". Verrebbe da pensare, credetemi, che la testa di Christopher funzioni proprio in questo modo, scremando tutto l'irrazionale e l'inverificabile. Solo che la vita non è proprio come la matematica e non possono esistere "risposte chiare e dirette". Una decisione può causare decine di conseguenze differenti, che a loro volta sfociano in infiniti epiloghi possibili. E tutto questo non è un bene, perchè a pensarci vengono le vertigini e la nausea anche a me, figuriamoci a Christopher.

E, come necessario, a fianco di tutto questo ci viene sbattuta in faccia la realtà, il dramma di una coppia scoppiata che deve fare i conti con una disabilità piovra, che ha steso i suoi tentacoli intaccando il nucleo e la periferia di una relazione malata. E chi è per l'appunto "più malato", alla fine? L'essere umano o Christopher? L'amore o il raziocinio?
Ma, ahimè, anche queste sono stramaledette domande inutili, figlie dell'istinto.
Perchè alla fine - l'avreste dubitato? - sarà lui a vincere, mica gli altri. Sarà Christopher a inseguire disperatamente un "Sogno da Realizzare" e a realizzarlo. Saranno lui e i suoi tentativi di capire le emozioni, lui e i suoi gemiti di paura, lui e il coraggio di prendere ed andare, anche se questo lo farà roteare terrorizzato come una trottola impazzita.
Sarà lui perchè la fatica deve sempre essere premiata e perchè lui SA di poter fare qualsiasi cosa.

Lo sa, anche se si ritrova unico alieno in un mondo di umani che lo guardano e gli parlano in lingue sconosciute. Lo sa, anche se è consapevole che la sua casa vicina alla costellazione di Orione non sarà mai raggiungibile; che si dovrà accontentare di Swindon (Wiltshire, Inghilterra) poichè Betelgeuse, Bellatrix e Alnilam e Rigel e le altre 17 stelle di cui non conosce il nome, beh, sono fottutamente troppo lontane.

Il libro lo leggerei, insieme a tutti gli altri, anche per questo motivo: per ricordarci che gli alieni esistono.
Ah, sì, esistono.