22 febbraio 2017

Non sono nuda.

Crediamo che entrare in contatto con gli altri ci autorizzi a trarre delle conclusioni più o meno palusibili riguardanti ciò che questi altri sono o pensano.

E se anche fosse? Cosa ci si potrebbe trovare di male in questo? 
Sbagliare dal  principio equivale a vedermi nuda.
No: vedermi nuda equivale a sbagliare dal principio.

Tu: ascolta. Ascoltami e basta.


21 gennaio 2017

Io ho paura.

Prima c'è stato il silenzio.
Se mi chiedessero cosa sia per me la morte, risponderei qualcosa di simile all'impossibilità di comunicazione, sia essa di qualsiasi tipo.
Quindi è chiaro che prima di tutto sia venuto il silenzio, a spaventarmi.

Il silenzio, ho imparato, relega in un cantuccio impermeabile, genera la creazione di habitat nei quali le orecchie ricevono stimoli ovattati, sia dall'esterno che dall'interno.
Si resta lì, nel tempo, convincendosi erroneamente di appartenere ad uno status quasi privilegiato, poichè apparentemente protetto. Nulla cambia, nulla increspa la superficie dell'acqua e la tempesta è lontana dal proprio orizzonte. Peccato ci si accorga troppo tardi che il livello della stessa acqua nella vasca - che non è decisamente un mare - salga lentamente sino a lambire il proprio mento, e che l'annegamento sia vicino, pericolosamente vicino.

Dopo il silenzio è arrivato il vuoto.
Quella è stata la sensazione, dopo tanta fatica, di aggrapparsi con forza al niente. Come l'erigere con sacrificio un'impalcatura di zucchero filato esposta alla pioggia, destinata a dissolversi in pochi istanti lasciando una pozzanghera dolceamara.
Ed è parso come se l'aver rotto quel silenzio fosse stato inutile, giusto un giochetto che, si sapeva, era bello poichè durava poco. 

Infine c'è stata la consapevolezza, unita ad un po' di rabbia.
Insomma: ho paura.
Sogno una quotidianità in cui non si proceda con il paraocchi e lo sguardo puntato ai numeri. Un presente in cui esista del tempo da dedicare al guardarsi in faccia e trovare il modo di condividere i desideri di tutti, senza paura delle conseguenze.
Sogno anche un mondo nel quale la morte non sia una vignetta di satira da sbattere sul primo quotidiano a tiratura internazionale, un mondo dove la gente che fino al giorno prima ha augurato l'annegamento di uomini sui barconi non finga di scandalizzarsi inutilmente.
Sogno una realtà in cui non sentirmi inutile, una voce sola in un oceano di silenzio tranquillo; vorrei trovare le forze e le modalità per realizzare tutti i progetti che mi passano per la mente, almeno quelli che ritengo buoni.

Vorrei che si ritornasse ad avere un po' più di rispetto, quello che una volta ci insegnavano a casa e a scuola e che risultava più importante della connessione WiFi e delle spunte blu sull'applicazione. 
Il rispetto per le persone, per il lavoro, per la libertà; perchè ciò che abbiamo o non abbiamo più è sempre il risultato dello sbattimento di qualcuno che ha creduto in ciò che stava facendo, ecco. Qualcuno che ha affrontato il silenzio e il vuoto.

E ha vinto.
A dispetto di tutto e tutti, sì.
Ce l'ha fatta.


9 dicembre 2016

Non volevo.

Oggi ripensavo a uno di quegli episodi che rimangono impressi nella memoria in quanto assimilabili a marchi impressi a caldo nell'emotività bambina.

Sono in gita in montagna, con la mia classe. 
Stiamo facendo una gita nei boschi e fa un freddo becco.
Si vede la neve e il sentiero, per me che non sono esattamente in forma, non è facile. Resto in coda al gruppo in compagnia del fiatone e dell'insegnante di italiano, vecchietta e malconcia pure lei.
Beh. Arriviamo a questo torrente che nonostante il freddo scorre come se nulla fosse.
Ci sono dei piccoli sassi che affiorano sulla superficie e le guide ci mostrano che dobbiamo saltellare su di loro per passare dall'altro lato.
Io mi sento subito a disagio. Non ce la farò mai, lo so.

Con questi pensieri nella mente, arriva il mio turno.
Riesco a beccare il primo sasso, poi il secondo. Al terzo passo il piede non si appoggia saldamente, scivola sulla superficie rocciosa e io, per non perdere l'equilibrio, devo infilare la gamba in acqua. Il sasso su cui ho perso la presa si inclina e si inabissa.
L'acqua del torrente è davvero gelata, ma a dire il vero non sono abituata a scandalizzarmi, così cerco di cavarmela senza far notare a nessuno che ho fatto una figuraccia. In quel momento, però, mi raggiunge la guida. Ha una brutta faccia e, a dirla tutta, non ne capisco subito il motivo perchè nessuno mi guarda mai con aria di rimprovero. Mantenere un profilo basso è il mio mantra quotidiano.

"Hai notato cosa hai fatto?" mi chiede. "Quello era l'unico passaggio che tutti gli altri potevano usare per passare sull'altra sponda! Grazie mille!".
Io non dico niente. Lo guardo dispiaciuta e desidererei tanto dirgli che non volevo. Non l'ho fatto apposta, anche se avevo previsto che sarebbe finita così. Sono imbranata, sono grassa e fatico a restare in equilibrio. Non prendo bei voti in ginnastica, non riesco a fare tanti giri del campo e non riesco a sollevare il mio corpo sulle spalliere di legno della palestra. In bicicletta ho fatto un incidente contro una macchina parcheggiata. Quando sarò grande non prenderò mai in mano una macchina, glielo giurerei seria.

La verità è che a volte non ci si rende conto di ferire gli altri in maniera tanto irreparabile. Ricordo di essere andata avanti senza più accorgermi di quanto bella fosse la neve, di quanto splendore mi circondava. 
Pensavo solo a quando sarebbe finito il percorso e a quali insormontabili ostacoli avrei incontrato dopo la curva successiva.

A volte mi ritrovo col pensiero davanti a quel torrente, di nuovo in procinto di saltellare sui sassi che affiorano e con la certezza che non riuscirò mai a toccare terra senza aver provocato danni. È strano come certi meccanismi, certi timori bambini intendo, si ripropongano nella vita adulta vestiti d'altro, eppure sembrando così famigliari. Così sempre simili a se stessi.

Non c'è mica un lieto fine per questa storia. Non per ora, almeno.
Solo la consapevolezza che per attraversare il torrente, se proprio va fatto, sarebbe meglio trovare un modo meno doloroso e più sicuro. Magari più lungo, sì. 
Ma sicuro.



4 dicembre 2016

Tutta colpa dello Zecchino.

Di quando aspettavo il 25, perchè Babbo Natale (la mia nonna) mi portava la cassetta dello Zecchino.

Mi manchi.
No, non Babbo Natale.
Mi manchi, così mi viene naturale cantare.


26 novembre 2016

Come il formaggio.

Oggi sono sei anni che mi sono laureata.
Lavorare come logopedista è un qualcosa che si inizia - se si ha fortuna - sin da subito; essere una logopedista, invece, ha bisogno di una maturazione lenta e graduale. 
Come, il vino, penso. Ma sono astemia, quindi va beh. Come il formaggio, ecco.

Essere una logopedista è qualcosa che riempie e svuota, tante volte addirittura in contemporanea. Chiunque dicesse che versamenti e prelievi si controbilancino sempre, beh, sarebbe un grande bugiardo. Ci sono periodi bui, in questo mestiere. Come nella vita.
Ci sono volte in cui varchi la soglia dello studio senza la minima energia, chiedendoti come farai, quel giorno, a ricorrere alla magia. Perchè è solo con la magia che si può essere una logopedista. Ci sono attimi in cui ti attiveresti per creare fogli su fogli di materiale, giochi, pagine plastificate, documenti a disposizione di chiunque ne necessiti e mille altre cose. Poi succedono i tempi stretti, la stanchezza, le tristezze, la sfortuna, la vita.

Ho letto di qualcuno che diceva che se hai passione per qualcosa, il tempo lo trovi.
Non è cosí. Alle volte il tempo non c'è. Ma non c'è proprio, non per finta.
8-19 tutti i giorni non lascia scampo. Il tempo te lo devi conquistare a forza di battaglie e denti stretti, lacrime che vengono trattenute negli occhi e rivoluzioni.
E le persone in difficoltà sono a volte - per fortuna non sempre - candelotti di dinamite da maneggiare con cura, che se scoppiassero incidentalmente distruggerebbero loro stessi e anche te.

Poi ci sono le soddisfazioni, chiaro; sono grandi e belle, e risplendono come una carezza il giorno di Natale. Ma non ne parlerò adesso, no. 
Ne ho già parlato troppe volte e mi sembra di dare sempre poco spazio, invece, alle fatiche. Non è tutto bello, non è tutto buono.

Sei anni fa nevicava, al mattino. Sono partita in macchina con delle scarpe troppo alte e ho aspettato tesa, in piedi, fino alle quattro del pomeriggio. Per le due settimane successive non ho avuto sensibilità alle dita dei piedi. Forse era un anticipo di ciò che mi sarebbe successo dopo, ma io lo colgo solo ora, e sto sorridendo.
La neve era per me, io lo so. Era qualcuno che mi voleva stare vicino nonostante non fosse più fisicamente con me.
Le scarpe, d'altro canto, me le ero scelte io; anche questo fa un po' ridere.

E quindi sono passati sei anni. 
Le cose non si sono fatte più semplici, perciò quello che sto scrivendo è una virtuale pacca sulla spalla per dirmi che il percorso è appena cominciato. 
Che di lottare non smetterò mai. 
Che di cose da imparare ce ne sono milioni, forse miliardi. 
Che devo rispettarmi di più, perchè anche il Titanic è affondato, una volta impattato l'iceberg. 

Per dirmi che la bicicletta l'ho voluta io, alla fine.
E mo'...eh. E mo' pedala, cretina.

A me il formaggio piace.

19 novembre 2016

Black Moon. No, black tutto.

Ecco. Questo non sarà uno dei miei Learnings e nemmeno un Elenco di 15. 
Sarà un elenco giusto per fare un elenco. Perchè a me gli elenchi piacciono molto, se non si fosse capito. Mettono le cose in fila.

1. Essere felici per gli altri è giusto e bello, fino a che non si arriva ad un limite. Poi una vorrebbe anche farsi gli affaracci suoi e via col liscio.
2. Mi chiedo quando c'è stato questo passaggio per cui prima piangevo per la biro multicolor a cui si era scaricato il verdebosco e invece adesso piango per la vita.
3. Una inizia a metà novembre a pensare ai ragali perchè per una volta vuole fottere la sua naturale tendenza a posporre e il fato le si rivolta contro.
4. Le maschere peel off. Sento di essere chimicamente legata al loro ideatore. Se mi stai leggendo, beh. Contattami.
5. Certe volte capita che stai immersa nella merda fino alla radice dei capelli e, tanto per non farti mancare niente, vai a fare un giro per campi e ti tuffi in una montagna di letame. Credo sia per testare la propria personale resistenza.
6. Pizzoccheri, taleggio, pizza alla diavola, tortelli e castagne. 
7. Non passerà. Non con il solo tempo.
8. Può darsi che se una non si è tolta uno sfizio, poi sia un casino allucinante resisterci.
9. Se me lo dite in tanti che canto bene, forse mi convinco che qualcosa di bello c'è, e faccio un corso di canto. No, non è vero. Ahah.
10. Secondo me la colpa è della zingara che si è dimenticata di farmi vedere che è da anni che ho pescato la Luna Nera. 'Sta vacca.



11. La voglia di buttare dal balcone il telefono. A me dispiace tanto, ma uno di questi giorni lo spengo e sparisco.
12. Se dovessi mai sparire non cercatemi.
13. Per fortuna iniziano ad esserci quelle cose carine tipo le luminarie, il freddo, la neve, i lustrini, i nastri, i campanellini, i disegni olografici, Santa Lucia e tutto sembra meno schifoso. Nah. Oggi non ci credo manco io.
14. Voglio uno di quei maglioncioni superpesanti in stile natalizio che fanno venire in mente la pippaggine dei pranzi coi parenti mitigata solo dalla bontà della crema al mascarpone finale sul pandoro.
15. E mica finirò col numero quindici, che davvero lo dovevo chiamare "Elenco di quindici", 'sto post? Ma porcaccia la miseria. Io e il Disturbo Ossessivo Compulsivo.

29 ottobre 2016

Tesori.

Io non so cosa voglia dire essere genitori, però so di sicuro che per essere bravi ad esserlo, occorre conoscere i propri figli nelle loro essenze più pure.

Nella mia vita è qualcosa che ha a che fare con tanti aspetti.
Volermi bene, per esempio, anche se l'ultima volta che l'ho abbracciata - e maldestramente, anche - è stata quando è morta la prozia, 4 anni fa.
Apprezzarmi anche quando la sera al telefono, incazzata come sono con il mondo, le rispondo a monosillabi e se mi dice "ti voglio bene" (sempre lei, per prima), ribatto svogliata "anche io", sforzandomi di aggiungere le successive tre parole come eco alle sue, per non farla rimanere male.
È esserci anche se nel tragitto Crema - Cremona o viceversa in macchina io non spiaccichi parola eppure lui riesca a capire se son stanca, arrabbiata o triste e non mi dica nulla in aggiunta al solito "mangiamo una caramella alla menta?", perchè sa che star zitta è il mio modo di guarire.
È decidere di coccolarmi con gli sguardi anzichè con le braccia, perchè sa che odio le persone che mi toccano, mi baciano sulle guance, mi cingono le spalle o mi accarezzano, perchè sono cose che solo i bambini e l'Amore possono fare.

Non condannano, mamma e papà, il senso di inutilità che mi fa annaspare dopo un'uscita con le persone "normali", cosa che capita nella vita di tutti, prima o poi.
Intendo quelle che si baciano sulle guance, appunto, e discutono dei viaggi, dei libri, dell'attualità, del tempo balordo, delle foto belle, mentre io sono impegnata ad osservare le dita del cameriere che scorrono sui bordi dei piatti e mi chiedo come faccia a portarne quattro in equilibrio senza farli cadere. 
Le persone che snocciolano aneddoti come se non ci fosse un domani mentre io mi ripeto nella testa che devo tenere la schiena dritta e le spalle distanziate e perdo inevitabilmente il filo del discorso. 
Di solito sono le stesse che sono infastidite dai miei silenzi, le mie ancore di salvezza alla sopravvivenza. 

La verità è che passare la vita sperando mi capiscano è un sacco faticoso.
E io faccio tanti tentativi per cercare di non deludere le aspettative.
Per esempio, mi sono obbligata a crescere e ora ho un paio di stivali alti, metto vestiti con le gonne e ho un lavoro di responsabilità. 
Dentro, però - dentro, dico - sono ancora quella che si stupisce dell'approvazione degli altri tanto quanto dell'aria novembrina che taglia le guance al mattino presto. Quella che crede nel Natale magico. 
Quella che i sassolini colorati nell'orto della nonna erano pietre preziose. 
Ecco, i sassolini che, se li raccoglievo con la paletta e una volta filtrati col setaccio, finivano nel secchiello di plastica, non nel portafoglio.

Perchè era lì - lì, sì! -. 
Era lì che andavano i veri tesori.