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7 ottobre 2021

Portoni.

Questo pomeriggio il portone della chiesa in piazza era chiuso. Di solito passo di mattina, durante la messa, quando è aperto, ma non oggi.

Riflettevo mentre camminavo sul fatto che da bambina le maniche dei maglioni che indossavo erano così lunghe che sarebbe stato impossibile fare qualsiasi cosa, ed erano quindi costantemente risvoltate. Per questo mi risulta così difficile accettare di fare la medesima procedura con i jeans, credo, al giorno d'oggi. Infattibile, davvero: mi sentivo allora talmente inadeguata da poter attribuire a quel periodo l'origine della mia fatica esistenziale.
Ad ogni modo - pensieri idioti a parte - è stato mentre pensavo ai risvoltini ai jeans che l'ho notato: il portone della chiesa in piazza era irrimediabilmente chiuso. Serrato.

È buffo - no? - che anche un luogo simbolo di accoglienza incondizionata come può esserlo una chiesa ogni tanto chiuda l'ingresso principale. Eppure è necessario, probabilmente.
Come è necessario ostacolare un po', ogni tanto, l'entrata di qualsivoglia stimolo nel proprio animo. È necessario tutelarsi. Proteggersi. Ricaricarsi.

E forse sta proprio lì, il punto del mio ricercare e poi respingere, ultimamente. Allargare le braccia per poi stringerle, conserte. Incamminarmi lungo un sentiero che irrimediabilmente non avrò la costanza di seguire sino al traguardo. Sì.
Dovrei affiggere un cartello sul mio petto:

"Non vogliatemene, sto cercando di salvarmi".
Sarebbe più facile parlare. 
Meno pericoloso, vivere.

9 settembre 2021

Nascondino.

Ero calma mentre parlavo con V., il mio psicologo, stamattina. Ero appoggiata allo schienale della sedia e avevo le gambe incrociate, cosa per cui mi avrebbe ripresa, se solo lo avesse intuito. Ma lo schermo mi inquadra dal petto in su, di solito.

Mi ha sentita raccontare tante cose, poi ad un certo punto ha chiesto se avessi mai giocato a nascondino, da piccola, perché a volte è come quando batti la mano su "tana libera tutti". Ci sono posti sicuri, posti ai quali sappiamo di appartenere; tane, appunto.

Possederne uno (o più di uno) non è scontato. C'è chi non si sente a casa in nessun posto. Mai. 
Quindi sapere che c'è un luogo dove siamo liberi di tornare e che ci permetterà di sentirci bene è una fortuna. Sapere che ci sono le nostre persone, lì, è una fortuna. Poterci riparare, salvare, riposare, fermare lì, è una fortuna.

Indipendentemente dal fatto che V. mette le cose sempre in un modo in cui non si può non essere concordi con lui, stavolta (come se le altre volte non finisse mai così) ho anche pianto molto. È un po' come aver girato pagina e cambiato capitolo, e mi fa strano. 
Eppure quella tana lì non è stata coperta affatto dalla cellulosa, perché è uscita dal libro e mi si è posizionata dentro.

E fa bene.
Fa bene saperlo.
Sentirlo.