Riflettevo mentre camminavo sul fatto che da bambina le maniche dei maglioni che indossavo erano così lunghe che sarebbe stato impossibile fare qualsiasi cosa, ed erano quindi costantemente risvoltate. Per questo mi risulta così difficile accettare di fare la medesima procedura con i jeans, credo, al giorno d'oggi. Infattibile, davvero: mi sentivo allora talmente inadeguata da poter attribuire a quel periodo l'origine della mia fatica esistenziale.
Ad ogni modo - pensieri idioti a parte - è stato mentre pensavo ai risvoltini ai jeans che l'ho notato: il portone della chiesa in piazza era irrimediabilmente chiuso. Serrato.
È buffo - no? - che anche un luogo simbolo di accoglienza incondizionata come può esserlo una chiesa ogni tanto chiuda l'ingresso principale. Eppure è necessario, probabilmente.
Come è necessario ostacolare un po', ogni tanto, l'entrata di qualsivoglia stimolo nel proprio animo. È necessario tutelarsi. Proteggersi. Ricaricarsi.
E forse sta proprio lì, il punto del mio ricercare e poi respingere, ultimamente. Allargare le braccia per poi stringerle, conserte. Incamminarmi lungo un sentiero che irrimediabilmente non avrò la costanza di seguire sino al traguardo. Sì.
Dovrei affiggere un cartello sul mio petto:
"Non vogliatemene, sto cercando di salvarmi".
Sarebbe più facile parlare.
Meno pericoloso, vivere.