3 luglio 2016

Io speriamo che me ne vado.

Ecco. C'è questo aspetto del mio lavoro che riguarda l'equilibrio.
Quello che nella vita, fisicamente intendo, mi manca proprio. Sono in grado di sbilanciarmi stando su due piedi e in Pianura Padana, roba da cadere sbattendo il sedere senza manco accorgermi di come sono arrivata a baciare l'asfalto.
Eppure, appunto, il mio lavoro mi costringe ad una sorta di equilibrio pacato, quello che asseconda la corrente e si lascia lambire stando a vedere dove i flutti porteranno i detriti. È un meccanismo di salvaguardia importantissimo, perchè se mi permettessi uno sbandamento, il naufragio sarebbe all'ordine del giorno.

Avere a che fare con le persone, soprattutto quelle in difficoltà, è infatti un gioco sospeso su un filo a mezz'aria, dove l'instabilità è imprevedibile poichè i funamboli sono almeno due. A volte, parlando io necessariamente di bambini, anche tre o quattro. E mica è facile capire quale piroetta abbiano in mente. Sotto al filo, poi, non c'è la rete su cui cadere in caso di errore, no. C'è il vuoto.

E, accanto a questo equilibrio necessario, c'è l'importanza delle parole. Beh, sì, questa è deformazione professionale. È inevitabile.
Oltre ai funamboli, anche le parole hanno infatti il potere di far dondolare il filo, addirittura in maniera pericolosa. Una parola sbagliata può tranciare la fune di netto, sfilacciarla irreparabilmente o farla sussultare in un improvviso guizzo. Tutto sta nell'attutire l'impatto, sia quello delle nostre azioni sull'intero sistema, sia quello degli agiti altrui sul nostro stato. 

E, come sempre, mi rendo conto che ciò che risulta fattibile nella mia professione, non lo è praticamente mai nella mia vita. Parlavo di una barchetta nel mare in tempesta, tempo fa. È ancora là, quella barchetta, in mezzo alle onde. 
Si è arricchita di nuove vele, di un vasto equipaggio, forse persino di un possente albero maestro. Ecco, l'imbarcazione sembra rimanere però sprovvista di qualcosa di fondamentale: le scialuppe di salvataggio.
Da lì non si può scappare, va affrontato tutto stando in piedi sul pontile, lacerandosi le mani a furia di tendere le funi, mentre l'acqua salata butta schizzi che bruciano i palmi. E forse è giusto così: non fuggire, ma affrontare gli ostacoli a testa alta, anche quando si vorrebbe avere un mucchio di sabbia nel quale nascondere la testa fino al collo.

Stare lì, mentre le parole piovono tempestose a poppa, mentre casa non è più casa perchè sembra aver perso la sua identità, mentre ciò che era certo diventa dubbio, mentre la spiaggia è così lontana e tutto ondeggia caotico. 
Mentre in fondo, l'equilibrio cambia i propri connotati. E diventa il tentativo di non sbattere le teste e i nasi, volgendoli verso un obiettivo comune. 
Che voglio credere che ci sia, nonostante gli stia dando pagaiate da tempo, per spingerlo in profondità e non farlo venir fuori manco per sbaglio.

Voglio credere che ci sia.
Io voglio credere.

2 giugno 2016

La Marti pescivendola.

Oggi ho fatto le treccine dopo essermi lavata i capelli; ci dormirò su, così domani quando le scioglierò avrò un ondulato naturale ottenuto senza calore, cosa essenziale per i miei capelli con le quadruple punte.
Poi ho cercato un film da guardare per stasera.
Quindi ho visto dei video su Youtube di beauty-tubers e cazzare-tubers che mi fanno sempre venire voglie strane. Del tipo che domani vado a comprarmi delle scarpe simil Espadrillas perchè nelle mie All Stars tarocche dei cinesi ho fatto un buco; non guidando cammino troppo e devo avere una camminata sbagliata, dato che rompo tutte le scarpe che compro. E non andarci, dai cinesi, cazzo!, mi dico. Per una volta non fare la tirchia e spendi un po' di più che della tua salute e della postura non ne puoi mica fare a meno, santa pace!
Dopo ho dipinto con gli acquerelli, alla fine ci sto provando da un po' e anche se la carta non è quella giusta e pensavo avrei combinato disastri, invece no. Ecco, mi piace e mi fa passare il tempo. Sto costruendo uno zoo di animali dipinti e Raffa è la migliore. Almeno fino ad ora. 



Al termine di tutto questo ho pensato che avrei potuto togliere lo smalto dalle unghie e rimetterlo anche se non è così brutto, giusto per far passare il tempo, solo che sapevo che sarebbe stato solo per far passare il tempo e la cosa mi ha trovata restia e perplessa. E ho concluso che odio i giorni di festa in cui sono a casa e le mie ansie e i pensieri prendono il sopravvento, è meglio fare 14 terapie al giorno con mezz'ora di pausa pranzo e dover pisciare in fretta quando uno dei pazienti arriva un minuto dopo l'orario esatto e ti dici "Ahh, era da tre bimbi che me la tenevo, la vescica stava per esplodere!". E sei contenta così.

Ecco: penso che dovrei fare la pescivendola. La Marti pescivendola potrebbe trattare a pesci in faccia la gente  (ha i pesci per farlo, va da sè) e - se necessario - potrebbe pigliare a salmoni in faccia anche se stessa quando mai si atteggiasse a "quella figa" che non ha mai problemi, che è super sicura e che non ha bisogno di essere gelosa perchè se dovesse mai succedere qualcosa reagirebbe con tali fermezza e decisione che Xena Principessa Guerriera je fa 'n baffo. La Marti pescivendola puzzerebbe e non avrebbe fidanzati fighi con la parlantina sciolta e la prestanza fisica e la cultura e gli interessi e la vena artistica e quelcertononsochè di cui preoccuparsi perchè si è folli e ci si preoccupa per cose inesistenti e idiote. La Marti pescivendola starebbe con uno scorfano, si sa. E sarebbe più tranquilla, lo so.

Io devo cambiare lavoro, questo è il punto.
E le vacanze fanno male.

7 maggio 2016

Learnings #12

1. Io sono importante.
2. Non sono abituata a lamentarmi. Non lo faccio perchè penso di essere fortunata, e perchè credo che le cose brutte succedano a volte a me perchè sono in grado di superarle.
3. La gente non è abituata a sentire qualcuno che non si lamenta, così a volte dice che io sono strana perchè a me va bene tutto. 
4. A me non va bene tutto, ma di lamentarmi non sono capace. Quindi non lo faccio. Ed è una scelta precisa e consapevole.
5. Dormire è fondamentale.
6. Guardare tutorial su youtube fa credere alle persone di essere plausibilmente competenti in arti e mestieri. Il che è inesatto.
7. Vorrei provare a dipingere con gli acquerelli perchè ho visto dei tutorial su youtube.
8. Scrivere per me è importante. È importante, io non me lo devo dimenticare.
9. Le coroncine di fiori in testa e i pantaloni hippie sono fighi.
10. Non avrei mai pensato in vita mia di dire che i fiori o qualcosa di floreale fossero fighi.
11. Quando amo, io amo tanto.
12. Ho comprato una crema solare protezione bambini e un cappello bianco; ci ho messo quasi 28 anni, ma l'ho capito che contro il sole non sono imbattibile.
13. Non so quasi niente.
14. Io vado avanti, sempre.
15. L'estate mi fa paura.
16. Molte cose mi fanno paura, tipo i pipistrelli, guidare, le persone cattive e l'idea di perdere qualcuno che amo senza capire il perchè.
17. Vorrei sedermi sulle rive di un laghetto di montagna con un panino con la mortadella in mano e pucciare i piedi nell'acqua mentre mastico.
18. Oltre al sole, c'è anche un'altra cosa che non posso sconfiggere: il tempo.
19. Le scelte che ho preso e prendo, piccole o grandi che siano, fanno di me ciò che sono e del presente la mia vita.
20. Io sono importante.


30 aprile 2016

Pillole di logo (33)

Da quando ha iniziato il suo percorso terapeutico gli obiettivi logopedici raggiunti sono stati pochi. Tuttavia, quelli personali, comportamentali, umani - mi dico - sono stati immensi.
Non lo vedo sorridere come fa ultimamente da mai. E se il mio contributo rispetto a questo progresso si situasse attorno allo 0,001% penso che sarebbe comunque un qualcosa di cui potermi ritenere soddisfatta.

Resta il fatto che lui è un bambino capace di distrarsi in una stanza vuota e bianca, magari osservando il pulviscolo atmosferico raggiunto da un fugace raggio di sole. Che, peraltro, in questa giornata che sa di autunno non c'è manco per sbaglio.
Stiamo lavorando su lettura e comprensione di frasi brevi brevi. Ma molto brevi, se non si fosse inteso. In pratica lui deve leggere e, una volta compreso il concetto, lo deve rappresentare con un disegno. 
Lui diventerà un fumettista da grande. Io lo penso davvero.

Arranca sulle parole che gli ho scritto in stampato maiuscolo.
- "CI..no..CHI E DO..SSSS CUUU SA..A..LA..MAMMA!" - dice.
- Bravo! "Chiedo scusa alla mamma". Dai, prova a disegnare nel rettangolo sotto -.
Vedo che si ferma a pensare, e forse si perde nel suo rimuginare infinito.
- Allora!! Oggi ci stiamo perdendo in un bicchiere d'acquaaaa! - gli dico scuotendo la mia bottiglietta di plastica vicino all'orecchio. Lui si mette a ridere, poi prende la matita e si mette a tracciare il disegno.

Inizio a compilare la cartella di oggi e poi rialzo gli occhi. Quando lo faccio, sbuffo con disappunto.
- Ma dovevi disegnare "Chiedo scusa alla mamma"! Cosa sarebbe questo bambino con la testa pasticciata? Se stai disegnando non ti devi distrarre e fare gli scarabocchi..era un bel disegno, giusto! Mi spieghi? - dico con durezza, mentre afferro la gomma.
Lui osserva il foglio mogio mogio.
- E va bene, scusami. Era un bimbo che voleva prendere i biscotti in alto, ma ha fatto cadere la scatola e gli è finita in testa e è tutto sporco, vedi? E allora vuole chiedere scusa alla mamma perchè non si fa..non si fa vedi? E va bene, e va bene scusa..dammi la gomma -.
E sono io ora che mi sento sporca. Non in testa ma dentro. Dentro. 
E mi viene voglia di piangere.

- No, sai? È una storia meravigliosa, quella che hai inventato. È bellissima e giusta. Non c'è mica bisogno della gomma, stai facendo bene. Continua, per piacere - dico a bassa voce, piena di vergogna. Aggiunge una mamma a braccia conserte e continua come se non gli avessi fatto nessun torto, perchè i bambini sono così. Puri.
O forse perchè sanno che gli adulti sono stupidi.
- È così perchè è arrabbiata - mi dice drammatizzando la scena, tutto divertito.

Bene, penso. È proprio successo, e io non me ne sono accorta.
Devo essere diventata grande, tutto d'un colpo.

È tanto triste.


18 aprile 2016

La fiera di San Pietro.

Ricordo una sera di quando ero piccola in cui desideravo a tutti i costi andare alla fiera in città.
Solo che in quel periodo - quando ancora la Tamoil non era diventata il mostro da rinchiudere e il mio papà ci lavorava ancora - c'erano sempre manutenzioni da fare nella raffineria, e lui tornava sempre ad orari improbabili.
La mamma mi disse che non poteva assicurarmi che papà sarebbe tornato in tempo per poter fare un giro sulle giostre.

Così mi misi sulla poltrona davanti alla tele, nella mia vecchia casa, e affondai la faccia nel tessuto del bracciolo. Non vedevo niente, solo nero.
E - non so per quale assurda ragione - mi convinsi che se avessi pensato a papà che in quell'istante usciva dalla raffineria, si dirigeva in macchina, accendeva il motore eccetera..beh: lui sarebbe tornato in tempo. O meglio: sapevo che l'avrei visto comparire nell'esatto istante in cui lo avrei immaginato abbassare la maniglia della porta di casa.
Ricordo di essere stata meticolosa, quella volta. Vidi le strade, calcolai i tempi di percorrenza, i semafori che l'avrebbero visto imprecare, la cenere della sua Marlboro che sarebbe caduta dal finestrino abbassato di due dita esatte.

Non so dire come, ma la magia funzionò.
Ebbi il tempo di immaginarlo salire le scale e bussare poichè la mamma aveva chiuso a chiave l'ingresso. Poi lui entrò davvero in casa. Alzai la testa dal bracciolo e mi sentii così felice e potente che per quell'istante mi dissi che davvero bastava credere a qualcosa, per farla succedere. Fu una serata meravigliosa, e tutto sapeva di estate che stava per iniziare, pantaloncini corti e caramelle.

Ci sono dei momenti, ora, in cui mi sembra di aver esaurito tutta la mia magia. Affondo la faccia nel cuscino, di notte, ma quello che ottengo è una sensazione di soffocamento. Forse è soltanto che non so che cosa immaginarmi; forse è che il futuro pare una massa globosa e astratta, che quello che voglio non è più così netto e definito, che ciò che resta della raffineria è ipoacusia, articolazioni andate e un deposito vuoto, che alla fiera non vado più da anni, le giostre le odio e la folla mi mette ansia. Forse è che dovrei ancora desiderare cose piccole, semplici, sempliciotte.

Qualcosa del tipo: andiamo a prendere i trasferelli e riempiamo le pagine dell'agenda? Nel frattempo succhiamo un lecca lecca alla cocacola, che se stiamo attenti e non ci facciamo prendere dalla foga, la cicca nascosta sotto rimane integra da masticare. Chi ce la fa vince il primo giro sull'altalena. 
Con l'altalena si può arrivare vicino al cielo, e - se qualcuno ci spinge poi - ancora più in alto, fino a toccare le nuvole, le stelle. In men che non si dica si può annusare lo spazio infinito, per tornare infine indietro ma diversi, sì, diversi da ora. 

Più belli, più puliti.

Più pieni.
Aldo Angelo Cortina _ Fiera di paese
È morto quando io sono nata. Peccato.

3 aprile 2016

Posti.

Ho tutta l'intenzione di segnarmi tutti i posti in cui vorrei andare.
Così, giusto perchè poi non mi si dica che non ho ambizioni o che non esprimo i miei desideri. Che poi non sono così estremi. Saranno quasi tutte destinazioni italiane o comunque vicine all'Italia. Il che mi fa anche pensare che sono un po' una sempliciotta. Ma va bene così. 
Magari lo faccio anche per riaprire questo post un giorno e depennare i numeretti (viva gli elenchi). E anche perchè a parlarne un po', le vacanze sembrano quasi più vicine e possibili.

1. Le Cinque Terre. In particolare voglio vedere per forza questo paesaggio proprio da questo punto di vista:

2. Firenze. Io non ho mai visto Firenze.

3. Il lago di Endine. Mi piace.

4. Marsiglia. Sarà che mi fa venire in mente il sapone, ma mi dà l'idea di un posto pulito.

5. Il Castello di Sammezzano, Reggello. Collegabile al punto 2, dato che si trova in provincia di Firenze. Ha questa stanza. No, dico:

6. Vari altri laghi (come idea il lago mi piace, se non si fosse capito). Ad esempio il lago di Misurina e quello di Braies.




7. La Foresta Nera. Ha un bel nome. E è un verdebosco.

8. Siviglia. Fa rima con Marsiglia, e quindi mi piace. Boh. Mi pare una ragione sufficiente.

Per ora basta, dai. Se no mi viene la depressione. Ciao.

26 marzo 2016

Il giardino di cemento.

È paradossalmente un libro che mi è piaciuto più recensire piuttosto che leggere, anche se devo ancora capire bene perché.
É una storia che ha a che fare con tutto ciò che scorre o meglio che si lascia scorrere; ah: e col cemento. Ma anche con qualcosa di morboso e sbagliato, anche se fatto (sarà poi possibile?) per ragioni apparentemente ragionevoli.



Ci sono Julie, Jack, Sue e Tom. Sono quattro fratelli e vivono in una casa enorme con i genitori. Il padre è un pignolo e burbero individuo che non tollera battute di alcun tipo relative al giardino (forse l'unica creatura che davvero sente sua) che cura con pazienza e precisione estreme. I ragazzi non pensano che lui li abbia mai amati veramente, o forse lo faceva in un tempo lontano.
Non lo fa, comunque, da quando un problema al cuore lo costringe al riposo quasi totale, e lui al giardino non può più badare. Le erbacce e gli insetti prendono il sopravvento su piante e fiori, così un giorno decide che sia meglio stendere una gigantesca colata di cemento e nascondere il suo eclatante fallimento.
Sarà proprio quella mattina assolata, mentre il sudore gli cola ai lati del viso, che infine verrà stroncato da un infarto definitivo, davanti agli occhi di Jack che lo sta aiutando.

Se già erano sorti dubbi sulla particolarità delle dinamiche famigliari in questa casa, sarà proprio a questo punto che ci si renderà conto che qualcosa non quadra. La morte del papà segnerà infatti un lento declino nella vita di tutti, complice l'estate in arrivo e quindi l'assenza di impegni e routines scolastiche.
Perchè è proprio ciò che avverrà fino alla conclusione della storia: si lascerà tutto scorrere. Così come deve andare.

Questo succede in primis alla mamma. Sembra che da sola non possa riuscire a portare avanti la famiglia. Si ammala infatti di un male che sa di desolazione e stanchezza infinite, e le medicine che continuamente assume non sembrano per nulla aiutarla. Morirà poco dopo nel suo letto, forse nel sonno - ipotizzano i bambini -, e a questo punto una soluzione la si dovrà trovare. Julie e Jack (i grandi del gruppo) analizzano la possibilità di essere separati ed inviati ad un orfanotrofio, ma forse si tratta ancora di bambini impauriti, o forse gli insegnamenti del padre hanno alla fine sortito effetto. Perchè la decisione che prendono è al tempo stesso semplice e morbosamente macchinosa.
Non c'è cosa brutta che una bella colata di cemento possa occultare, questo devono pensare; la madre finirà in un baule in cantina, murata in un parallelepipedo di legno ed immersa nella stessa sostanza che, in tempi non sospetti, l'aveva vista tanto contraria ai progetti del marito.
E si sa: quando si condivide un segreto di questo tipo, le cose non possono poi migliorare o volgersi in positivo. Ci si aspetta solo il peggio. Che arriverà, nonostante lo faccia con la lentezza dei giorni estivi e l'irrequietezza dell'adolescenza in cui tutti i fratelli - eccezion fatta forse per Tom - si dirigono precipitosamente.

Sì, perchè Jack - il personaggio di cui conosciamo il punto di vista nella storia - entrerà in pieno nella fase della conoscenza del proprio corpo, delle pulsioni sessuali, della ribellione nei confronti delle regole che la sorella maggiore gli impone non avendo il ruolo per farlo, del rifiuto dell'igiene personale, della violenza.
Sue si rintanerà in se stessa, nella sua stanza, nei libri che legge di continuo, nel diario segreto che sempre rivolge alla mamma morta, quasi fosse l'unico destinatario che possa comprendere i suoi drammi quotidiani.
Tom, abbandonato troppo presto da una madre chioccia ed essendo fragile e incerto sulle gambe, subirà una crisi di identità. Picchiato e preso in giro dai compagni a scuola, pretenderà prima di vestirsi ed atteggiarsi come una ragazza - "perchè le ragazze non vengono toccate" -  e poi di trasformarsi in un lattante, con tanto di culla e succhiotto.
Infine c'è Julie, la più grande. Julie che diventa ogni giorno più bella e vanitosa, che prende il sole in bikini su quel mare di cemento che è il loro giardino e spende i risparmi (quelli che la mamma prima della morte ha disposto che venissero versati mensilmente sul suo conto) in vestiti e scarpe. E ha un ragazzo, Derek. Un infallibile giocatore di biliardo che non impiegherà molto a mettere in fila e poi in buca le palle (in molti sensi) di questa famiglia.

Beh. A dire il vero un altro personaggio c'è. La casa.
Sì, perchè anche nel suo caso gli eventi appaiono scorrere come l'acqua impetuosa di un torrente in discesa, inarrestabili. Si trova intanto in un quartiere degradato, attorniato da grattacieli in rovina dove i ragazzacci della zona sono soliti appiccare incendi e sfogare la loro violenza sui detriti. I quattro bambini, poi, riescono solo saltuariamente a curarsi della casa. È enorme e infinitamente più noiosa rispetto alla loro nuova vita estiva dove non ci sono tempi, obblighi, regole o morale. Come dar loro torto?

Questo sfocia però in un mare di sporcizia che si accumula in cucina, in nugoli di mosche e insetti che ronzano attorno ai resti di cibo e, soprattutto, in un odore dolciastro, sempre più forte mentre i giorni passano. Quell'odore, scopriranno quasi subito, non ha niente a che fare con l'incuria in cui hanno abbandonato la casa.
Riguarda invece il loro piccolo segreto. Il baule in cantina, infatti, si è imbarcato sotto il peso del cemento in rottura e da una lunga crepa si intravede ciò che i ragazzi credevano sepolto per sempre.
Derek scoprirà tutto e, se in prima istanza risulterà essere complice della famiglia, quando Julie lo rifiuterà per sempre si vendicherà nel modo più ovvio.

È proprio la scena finale l'emblema di questa storia. I quattro ragazzi chiusi in una camera, proprio come succedeva una volta mentre i genitori litigavano; i corpi stretti, a contatto (nonostante adesso le pulsioni, le forme e i desideri siano diversi e, come già detto, morbosi), una vicinanza che sa di normalità e protezione.
E il mondo resterà fuori a scorrere come ha sempre fatto in balia di meccanismi lontani dalle loro teste bambine, che bambine non sono più ma non importa. Non sembrano adulti in quel momento Julie, Jack e Sue - figuriamoci Tom nel lettino di quando era piccolo -, non dopo il segreto che hanno condiviso, non dopo quell'estate. Non in quella stanza.
In mezzo alle parole sussurrate che sanno di perdono, condivisione, scuse e riavvicinamento, i lampeggianti blu fuori dalla finestra sembreranno solo una sfumatura del cielo dopo una giornata cattiva, una lunga giornata, che però alla sera mostra il bello di sè. E fa sorridere.