11 agosto 2013

Strati.

A furia di costruirmi attorno strati, sto diventando una cipolla.


PS: però io non puzzo. E non faccio nemmeno piangere.

9 agosto 2013

Se scrivo TETTE mi censurano?

OK. Non prendiamoci in giro.
Mi hai guardato le tette, amico.
No, no: NO. Non credere che il tuo sguardo successivo all'averti beccato in stile "sto guardando verso l'infinito e oltre, riflettendo su quello che mi si sta dicendo come se fosse l'ultima domanda di Chi vuol essere milionario", mi abbia fregata. No. Mi sono accorta benissimo che mi stavi guardando le tette.
Che per altro (voglio specificare) erano coperte. Mica che si pensasse che vado in giro con le minne fuori.

Ora. Perché diventa fonte di riflessione questa cosa?
Ve lo spiegherò subito. Mi sono chiesta quale potrebbe essere la reazione di una ragazza a cui vengono guardate le tette (quante volte sto scrivendo tette, dannazione??!). E, razionalmente, il mio cervello mi ha suggerito due opzioni logiche:
1. La ragazza ne è compiaciuta e ci gioca sopra;
2. La ragazza si infuria e prende a parole e/o a pugni il marpione.
Ecco. Io non rientro in nessuna di queste due categorie. Io mi imbarazzo in una maniera assurda.

Perciò, successivamente alla..all'osservazione, diciamo, dentro di me facevo pensieri del tipo:
"oddio..forse dovrei smettere di tenere le braccia conserte",
"oddio..se tolgo adesso le braccia potrebbe far pensare che ci sto pensando",
"che reggiseno ho messo su stasera che sembrano due palloni da basket?",
"forse se smetto di respirare.."
"okkei..sto attenta a ciò che viene detto, sorrido, annuisco..che domanda mi hanno appena fatto??!".

Bene. Quindi. 
Cari esseri umani interessati alle mie tette, vi prego: smettetela.
Vi assicuro che non sono poi sto gran che, una volta liberate dalle gabbie. Non mangiano, non si lamentano, non sono interessanti. Stanno lì. Vegetano. E, ogni tanto, mi piacerebbe regalarle a qualcun'altro.
Tipo quando corro (cioè quasi mai), quando mi voglio guardare la punta dei piedi, quando faccio la verticale (ahahah, questa è buona), quando compro le camicie, quando dormo a pancia in giù (cioè sempre) e quando mi cadono le briciole nello scollo della maglietta (che farsi vedere a rovistare là dentro fa sempre l'effetto "ma che è, la borsa di Mary Poppins?").

Vi prego: abbiate pietà delle povere ragazze con la taglia al di sopra della terza.
La verità è che ci sentiamo emarginate.
Dovreste volerci bene solo per questo. 
Non fissateci la scollatura: adottateci (mioddio, si dice "adottateci"??).
Io, per esempio, sarei meno fastidiosa di un cucciolo di foca.
Giuro.

6 agosto 2013

Che cool..o che cul?

Ditemi: quali sono le vostre chicchierate-tipo al telefono delle 9 di mattina mentre siete in ferie?
Lo so. Chiunque di voi starà strabuzzando gli occhi pensando "le uniche conversazioni delle 9 di mattina in ferie sono quelle con il mio cuscino, cocca".
Ma io sono alternativa. A me le biglie si aprono alle 8 del mattino e alle 9 ricevo telefonate.
Che cool! O che cul, dipende.
Fattostà che è stato tipo:

- Pronto? -. Questa sono io, con Desperate Hosewives che saltellava per il segnale del digitale.
- Come si chiamava quello che portava i morti nella Divina Commedia? -.
- Cosa? -. Probabilmente pensavo di non aver capito bene. E invece sì.
- Ho fatto un sogno -. 
Dentro me è risuonato tipo "I HAD A DREAM", ma lui non era Martin Luther King. Dannazione.
- Dai, quello che portava le anime..chi era? Con Dante, Virgilio! -.
- Ehhhm -. Caron dimonio, occhi di bragia, pensavo. Ma tacevo.
- Va beh. Comunque. Ho fatto un sogno. Il mio pupazzo di peluche mi portava nel viaggio -.
Un pennuto, vi preciso. Un pennuto di velluto (questa rima mi è venuta così, sappiatelo, e ne vado fiera).
- Ti portava..-. Io ero ormai entrata in modalità ripetizione. Modalità "ecolalica" si chiama, ma tanto non succede mai che l'interlocutore capisca che sta dicendo stronzate, o almeno non capita con i miei interlocutori.
- Sìsì. Mi diceva che era andato in pensione -.
- In pensione.. -.
- Sì, ma che era tornato per me -.
- Per te.. -.
- Per me un ultimo giorno di lavoro si poteva fare! -.
- Si poteva fare..-.
- Mi ascolti? -.
- Ti as..sìsì, ti ascolto.. -.
You....what??!

E mentre mi si snocciolava questo delirio onirico, dentro di me riflettevo. Pensavo..avete presente quando aprono il cranio e si vede il cervello di Saw, l'enigmista? (io no, non l'ho visto, ma pensavo a quello lo stesso). 
Mi dicevo: ma se lo facesse lui (magico interlocutore delle 9 di mattina)..sai quanta merda bisognerebbe togliere dagli interstizi sinaptici? Ma proprio tanta.
Sarebbe il caso di consigliargliela, dite? Magari, levandola, quello che resterebbe sarebbe comunque una telefonata alle 9 di mattina (illudiamoci: magari alle 9,30), però il dialogo sarebbe tipo:
- Mmm..pohhnto? -.
- Mm..hutto bene? -.
- Shi..shì -.
- Mmm..ntiamo dopo -.
- Shi..shaaao -.

Che dico: è nella norma, no? 
Chiedo troppo?

5 agosto 2013

I don't give a...

"Mi perderai a fare così, lo sai?"

Se non sei la mia chiave di casa, o il portafoglio, non è che m'importa molto....lo sai?

Me li ha fatti sorbire tutti i suoi film, tanto vale che li sfrutti per qualcosa...

4 agosto 2013

Scadenza

In quella foto, risalente alle elementari, Nan aveva le sopracciglia folte e lo sguardo da bimba imbronciata.
Pensava fosse proprio quest’ultimo che lo aveva fatto innamorare, insieme alle lentiggini.

Erano passati quindici anni da allora, e lei aveva fatto tanta strada.
Si era laureata (in qualcosa che lui non aveva ben compreso), si era sposata con uno dei ragazzi dell’oratorio con cui era cresciuta, si era trasferita (fortunatamente per soli tre mesi) negli Stati Uniti dopo la cerimonia e aveva coltivato le sue passioni più grandi: corsa, fotografia e arrampicate.

Sembrava felice. Il giorno del matrimonio l’aveva spiata dal bar posto in fronte al sagrato della chiesa. Era una dea, non una donna di venticinque anni. Era una dea che qualcuno aveva posato lì sul cemento, per far capire a tutti che il paradiso esisteva. Non era tanto il vestito vaporoso – tulle bianco ovunque –, né le spalle e le braccia abbronzate che avrebbero fatto invidia a qualsiasi essere umano. Non erano i lunghi capelli scuri acconciati nella crocchia, non il collo che disegnava una linea morbida verso il seno. Era il suo sguardo: suggeriva carattere, forza, fortuna. Chiunque ne sarebbe rimasto estasiato.
Con un bicchiere d’acqua fredda davanti a sé, al tavolino del bar, lui si era innamorato di Nan una seconda volta.

Circa sei mesi dopo era arrivato l’invito per la cena di classe, stampato su carta bianca dove era stata aggiunta alla bell’e meglio quella vecchia foto. Intuiva da chi potesse essere sorta l’idea; la solita rompiballe ficcanaso – lo era stata sin dall’asilo – che conosceva gli affari di tutto il paese. “Sarà come tornare ai vecchi tempi”, diceva l’invito. “Un modo come un altro per aggiornarci. Nessuno ha il diritto di mancare!”.
Lui ci aveva pensato molto, ma alla fine aveva deciso di presentarsi alla serata.

L’ultima volta che aveva avuto a che fare con Nan era stato dopo il matrimonio. Le aveva lasciato un biglietto firmato, appoggiato al tavolo degli sposi durante il pranzo (al quale non era stato invitato, chiaramente). L’aveva osservata  mentre lo leggeva, per poi guardarsi attorno smarrita con quel solito sguardo imbronciato. Le aveva scritto, semplicemente: “Io sarò sempre qua, lo sai”.
Aveva rispettato la promessa per tutti quei mesi, tranne durante il soggiorno in America. Erano stati giorni difficili: aveva potuto mantenere i contatti solo attraverso i social network e le fotografie da lei postate, tramite amicizie in comune. Ma alla fine Nan era tornata, più bella che mai.

Si era arreso da tempo. Nan non lo avrebbe mai amato.
Del resto, quello che lui poteva offrirle era soltanto terra. Campi coltivati, cascine, animali da allevamento. Era ben lontano dal possedere lo charme o le conoscenze del marito che lei si era scelta. Lui era per la pratica, non per la teoria. Il suo lavoro lo sapeva fare bene, gestiva le attività in maniera oculata, ma sempre di agricoltura e letame si trattava. L’odore di merda – come soleva dire il nonno tanto tempo prima – non lo poteva togliere nemmeno il più potente profumo di lillà. Attecchiva, si spargeva subdolo, per poi pungere le narici alla prima occasione.
Non era fatto per stare con Nan. Questo non escludeva il fatto che lui comunque l’amasse.
L’avrebbe amata per sempre.
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La sera della cena di classe il tempo era mite.
Lui, jeans neri e camicia a quadri con le maniche arrotolate, si appoggiò ad un muretto a lato del parcheggio. Aveva già visto entrare alcuni ex compagni, ma aveva cercato di non dare nell’occhio. Stava aspettando Nan; se avesse avuto un colpo di fortuna, sarebbe riuscito ad intercettarla prima dell’ingresso nel locale e avrebbe scambiato qualche parola con lei.
Proprio in quell’istante vide la sua auto. Il grigio metallizzato si rifletté nei suoi occhi gelidi, provocandogli una palpitazione rapida che cercò di soffocare deglutendo a vuoto.
Si avvicinò piano al veicolo, dando a Nan il tempo di accorgersi della sua presenza.
Lei uscì con lo sguardo puntato verso il suo. Indossava un abito lungo e nero, con maniche a tre quarti e la linea semplice, volta a sottolineare il corpo snello ed atletico.
Appoggiò la mano sulla portiera, e lui si mise a fissare la fede sull’anulare.

-          Sei venuto… - commentò lei.
-          Ho sbagliato? -.
-          Puoi fare ciò che vuoi. Solo mi pare strano -. Vide in lei una finta freddezza che non aveva mai notato, come se patisse un male ovattato e profondo.
-          Perché strano? Ti ho detto che ci sarei sempre stato -.
-          Appunto. Non è andata così, mi sembra -.
Lui sorrise appena, ma continuò a guardare Nan con uno strano disagio addosso.
-          Sono sempre stato con te. Sempre -.
-          No. Mi hai lasciata sola, anche quando pensavo che avresti fatto qualcosa per riprendermi. Mi hai lasciata andare. Al matrimonio.. -.
-          Non mi hai invitato! – la interruppe.
-          Scuse. Dovevi venire e portarmi via da lì. Non l’hai fatto -.
-          Avrei rovinato il tuo… -.
-          Scuse, scuse, scuse! Non hai fatto niente. Non sono abbastanza importante. Non ne vale la pena. Va bene così -.
-          Dimmi cosa devo fare -. Allargò le braccia.
-          Adesso? Nulla. Hai avuto un paio di occasioni per fare. Avevi una data… -.
-          Una data? – le chiese lui non capendo. Lei annuì.
-          Una data di scadenza - gli disse, dirigendosi verso il ristorante. Poi si voltò ancora verso di lui, il solito sguardo imbronciato rivolto ad un punto impreciso fra lei e l’infinito.
-          Sei scaduto – aggiunse.


E se ne andò.

3 agosto 2013

Schifosamente.

Ho voglia di piangere.
Sapete quando gli occhi solleticano, e le lacrime escono piano e bruciano da morire?
Me le immagino a cascata. Ho pure il rimmel. Secco, vabbè.
Sparita un'altra volta.
Cazzo di coraggio ha?
Sparita UN'ALTRA VOLTA.
No. E' che mi sono rotta i coglioni di essere presa per il culo.
Detto diecimila volte, tipo.

Ma lui non ascolta. Lui non sa ascoltare.
Lui non ricorda. Cervello come formaggio bucato.
E cosa pretendo? Cosa pretendevo?
Si sveglia e chiama. Si sveglia e scrive come a dire:
"Non sei libera".
E invece lo sono. E me ne vado.
Nemmeno capace di chiedere aiuto. Che maturità sarebbe?
Io lo odio.

Scrivo vomitando fuori.
Storie che non c'entrano.
False. Passato. Sanguisughe.
IlBorneoèinfestatodallesanguisughe.
Cosa c'entra?
Io dovrei essere felice. Schifosamente felice.
Mi accorgo che prendere e andare non è mai stato così vicino.
Paura.

2 agosto 2013

Mica tutti c'han dentro ACCA-GI

Sono appena entrata nell'ottica "sono iniziate le ferie". O forse non ancora,a dire il vero.
La realtà è che sono contenta di avere due intere settimane lontane da esserini al di sotto del metro e quaranta.
Ho in testa una lista infinita di cose che dovrei fare in questi quindici giorni e so (già ora) che non ne farò nemmeno mezza. Perché? Perché le ferie sono qualcosa con un inizio e soprattutto con una fine, il mezzo è indefinito.

Indefinito come certi sguardi. Come essere trattate di merda, rimanerci di merda e trattare conseguentemente di merda la persona che ti ha trattata di merda facendola restare di merda. 
Come certe telefonate che si fanno non perché si abbia qualcosa da dire. Come le promesse che odi sentire perché sai che non verranno mantenute, ma le ascolti. Perché sei lì.
Come inviti a cena da persone assolutamente improbabili, per esempio. Caramelle ripiene che compri perché non ci sono le toffee alla frutta e poi ti penti perché mica sono buone uguali. 
E l'elenco potrebbe andare avanti. Ma mi fermo.

Come mi sento ora? Chissenefrega? Io di certo no.

Vorrei avere la capacità di riuscire bene nelle foto. Tipo le tizie che assumono qualsiasi posa e sembrano uscite da uno spot di shampoo per capelli. Pulite dentro, strafighe fuori. Pure se stanno sul water a fare le loro cose.
Dico questa cosa delle foto non perché io sia maniaca eh. Però l'estete è periodo di foto, no? E io mi trovo venuta decentemente solo con sto burqa verde (che in realtà mi piace solo perché mi piace il verde...ma va beh). 

Che pazienza. 

Poi c'è la storia del mercurio (Hg). Quel solito pezzettino di mercurio che mi ritrovo dentro da quando son diventata perito chimico (che ancora manco la logopedia era stata presa in considerazione), che sballonzola e mi fa pericolosamente sbandare a destra e sinistra. Meraviglioso da vedere ma pesante da portarsi appresso tutto il tempo. Che pare essere pure meteoropatico (più che altro subirà gli effetti della temperatura, diciamocelo). 'Sta storia me la serbavo per me, poi quando l'ho confidata a qualcuno, quel qualcuno è andato a riferire del mio pezzo di Hg a un'estranea per fare colpo. Perciò (oltre ad aver escluso l'essere in questione dalla mia vita), ora posso raccontare del mio mercurio a chiunque. Non è più un segreto.

Alla fine fa figo. Che uno ti chiede: "Ma tu dentro di te...cosa senti?". 
E gli rispondi "Mercurio. Mercurio che sballonzola". 
Fa figo, dai. Tipo Iron Man col palladio. 
Mica tutti c'han dentro il mercurio.
Tsè.