16 novembre 2025

Il sostituto

 “Non ti preoccupare Filo, tornerò presto”, sussurrò l’uomo accarezzando il felino dietro l’orecchio sinistro, il suo punto preferito. L’animale iniziò immediatamente ad emettere delle fusa lente e armoniose, suono che gli strinse la gola e acuì leggermente i suoi sensi di colpa.

Il lavoro che gli era capitato sottomano, però, gli serviva per campare. Antonio avrebbe sostituito il vecchio bidello della scuola locale, ricoverato in ospedale dopo una brutta caduta dalle scale. “Sembra che la frattura abbia purtroppo portato alla luce un problema di salute sottostante ben più grave”, gli aveva rivelato il Dirigente durante il colloquio. “Non sappiamo se e quando il povero Ennio sarà in grado di tornare ad occuparsi della scuola”.  

Per Antonio, rimasto a casa per mesi dopo la dismissione della raffineria in cui aveva lavorato per vent’anni, quella era un’occasione imperdibile. Le giornate passate senza occupazione gli erano sembrate infinite e non gli serviva certo uno psicologo - che non avrebbe peraltro potuto permettersi - per capire che era caduto in una lieve depressione. L’unica luce in mezzo a tutto quel buio era stato Filo, il suo gatto domestico. Era stato l’unico appiglio, il solo motivo che lo aveva spinto ad alzarsi la mattina ed uscire di casa per procurare quantomeno le scatolette alla trota che tanto gli piacevano.

Filo era con lui da quasi dodici anni, e apparteneva originariamente a sua figlia. Quando tuttavia la ragazza si era trasferita a Milano per frequentare l’università, non aveva avuto modo di portare il gatto con sé. “Lo tratterai bene, vero?”, gli aveva domandato supplicandolo. Inizialmente restio, Antonio si era poi lasciato conquistare da quella bestiolina morbida e calda, che animava le sue serate talvolta con piccoli dispetti e agguati da dietro il divano, talvolta con lunghissime sessioni di coccole e dormite sulle sue gambe.

“Tornerò presto” ripeté, stringendolo per pochi istanti. “Andrà tutto bene”.

 

Filo lo accolse in casa poco dopo le 17:30. Iniziò a strusciarsi sulle sue caviglie e a “parlargli”, proprio com’era abituato a fare. Sua figlia sosteneva che fosse una prerogativa dei gatti rossi e che per inibire questa caratteristica sarebbe bastato ignorarlo e non rispondergli per qualche tempo. La verità era che ad Antonio la cosa non dispiaceva. Certo: non era simpatico trovarlo accanto al letto alle tre di notte, impegnato in lunghe conversazioni lamentose per richiedere qualche croccantino; ma se non lo avesse fatto col gatto, con chi avrebbe dovuto chiacchierare? Quella casa era vuota da troppo tempo e le sue relazioni sociali erano praticamente inesistenti.

“Eccomi. Hai visto che ho rispettato la promessa?” gli chiese.

L’animale in risposta si gettò sul pavimento a pancia in su e si allungò fin quasi a raddoppiare la sua lunghezza. L’uomo infilò i polpastrelli nel pelo morbidissimo e tiepido dell’addome e lo coccolò un poco. Poi andò in cucina per riempire la ciotola ormai vuota con qualche croccantino.

Sospirò. Era davvero andato tutto bene, in fondo, e sorrise.

 

 

Ai primi di dicembre la scuola comunicò all’uomo che il suo impego sarebbe diventato definitivo. “Il tuo ruolo non è più quello di sostituto, Antonio. Considerati da oggi il collaboratore scolastico ufficiale della nostra scuola”.

Quando chiamò sua figlia e la aggiornò delle novità, la ragazza gli parve sinceramente felice. Credeva che anche lei si fosse resa conto, nonostante la distanza che li separava, dello stato umorale in cui era piombato soprattutto durante i mesi estivi di quell’anno. “Te lo meriti papà”, disse. “Verrò presto a trovarti e festeggeremo: io, te e Filo”. Quasi come se l’avesse sentita chiamarlo, il gatto emise un debole miagolio di approvazione dal davanzale della finestra sul quale stava accucciato.

Le cose proseguirono lineari per un paio di mesi, fino a quando un tardo pomeriggio di febbraio, al consueto rientro dal lavoro, Antonio notò che il miagolio di Filo quel giorno appariva strano. Sembrava quasi meccanico, un segnale non squillante come al solito ma ovattato e “sporco”. Gli tornarono alla mente quei vecchi pupazzi che ospitavano nell’ovatta interna le scatolette nere bucherellate con l’alloggiamento per le batterie e i cui contatti spesso si rovinavano col passare del tempo, rendendo il messaggio in uscita a tratti raccapricciante. “Forse si tratta di qualche disturbo respiratorio”, si disse. “Filo inizia ad avere una certa età, è possibile che si tratti di asma felina o che i polmoni non lavorino più così bene. Devo tenere monitorata la cosa”.

Il giorno dopo, tuttavia, le cose non cambiarono e, in aggiunta, Antonio trovò la ciotola ancora colma della pappa alla trota che aveva versato al suo interno prima di uscire. La svuotò nell’umido e tentò con le crocchette. Ma, anche quelle Filo le annusò di sfuggita, ne addentò due o tre e poi si allontanò annoiato. Il giorno dopo, di nuovo, la pappa era stata appena sfiorata. Entrando, infatti, era stato aggredito da un terribile odore, come se stesse attraversando la zona ombrosa e umida di un bosco. “È odore di marcio”, gli dissero i suoi pensieri; concluse che di certo non poteva permettersi di lasciare la pappa esposta per tutte le ore in cui si trovava al lavoro. Uscì di corsa a sbarazzarsi del sacchetto pieno di cibo avanzato e telefonò al veterinario.

Tuttavia, rispose solo la voce meccanica di un messaggio preregistrato: “Si informano i gentili clienti che la clinica resterà chiusa per due settimane a causa di lavori di manutenzione e di ammodernamento. Ci scusiamo per il disagio. Per le situazioni di emergenza consigliamo di contattare il numero verde sempre attivo all’800…”. Riattaccò, sbuffando.

“Che cosa sta succedendo Filo?”, chiese Antonio all’animale, quasi avesse facoltà di rispondergli davvero. Il micio miagolò con quella sua nuova voce smorzata e alzò il musetto spalancando gli occhi gialli. Lo sguardo però non era rivolto al padrone, bensì ad altro. “Che cosa guardi?” chiese l’uomo, voltandosi verso la parete dietro di lui. Non l’avrebbe mai verbalizzato ad alta voce, ma la domanda gli risuonava in testa era “Che cosa vedi?”. Deglutì a vuoto, sentendosi sciocco ad essere impaurito nella sua stessa casa. “Probabilmente Filo sta davvero invecchiando, proprio come me…”; il pensiero lo rappacificò un poco e un velo di malinconia bagnò il suo sguardo.

L’animale, che stava ancora osservando qualcosa dietro alle sue spalle, senza nessun preavviso fece un piccolo balzo su se stesso e se ne andò dalla stanza.

 

 

Circa dieci giorni dopo, Antonio inserì la chiave nella serratura col pensiero già rivolto alla telefonata che di lì a breve avrebbe fatto finalmente alla Clinica veterinaria. Le condizioni di Filo, infatti, non erano migliorate, sebbene fossero rimaste stazionarie. Era deciso ad approfondire la situazione per capire se si dovesse arrendere ad un lento declino del suo compagno di vita, o se si potesse al contrario fare qualcosa per aiutarlo.

Arricciò le narici sentendo di nuovo quel tanfo mefitico provenire dall’appartamento; durante la settimana aveva provato a svuotare e pulire tutto lo scomparto sotto al lavandino, ma non aveva risolto nulla. Una sera aveva addirittura preso in braccio Filo e lo aveva annusato, per capire se potesse essere lui l’origine di quell’odore. Nemmeno lì, per fortuna, c’era la risposta.

Attraversò a larghe falcate il corridoio, stranito dell’assenza dell’animale al suo rientro; “Filo, tutto ok?”, chiese. Prese a dirigersi verso il salotto, ma nel farlo inciampò nell’angolo dell’appendiabiti e una giacca appesa crollò a terra. Dalla tasca fuoriuscì una pallina antistress – un regalo di sua figlia – che rotolò per diversi metri fino a scomparire dietro la cassapanca.

Antonio si inginocchiò e illuminò l'angolo buio con la torcia del telefono per recuperare l'oggetto. “Oddio, che puzza c’è qui…” sussurrò, prima di restare impietrito. I suoi occhi, infatti, stavano analizzando l’oggetto che la luce fredda del flash aveva svelato. Da lì, accucciato com’era, quell’ammasso informe sembrava qualcosa di molle, denso e ricoperto di peli.

Dopo aver infilato un paio di guanti in lattice che utilizzava per le pulizie con la candeggina, Antonio tirò fuori l'oggetto. Non era chiaramente la pallina antistress. Era un corpicino, ormai leggermente decomposto, di un animale; ciò che portò il suo cuore ad accelerare sempre di più, tuttavia, era che non si trattava di un topo o di qualcosa di simile, no. Il piccolo cranio, schiacciato, sembrava infatti lesionato soltanto nella parte posteriore. Quando Antonio lo voltò, due familiari occhi gialli spalancati lo fissarono, muti. Mollò il cadavere di Filo, che ricadde a terra in un silenzio agghiacciante.

“Ma, allora…”, sussurrò, voltandosi lentamente.

“Antonio, Antonio…”, sentì uscire dalla bocca felina, con la strana voce che negli ultimi giorni aveva imparato a conoscere bene. Il cuore dell’uomo non resse a tutto quel terrore e l’ultima cosa che riuscì ad avvertire fu un dolore improvviso al petto. Il sostituto di Filo lo osservò morire da pochi metri di distanza, passando la lingua sulle vibrisse.

 

 

“E quindi ti trovi bene a lavoro?”, gli chiese la ragazza sorridendo.

“Sì, non c’è nulla di cui potrei lamentarmi, davvero”, rispose lui con un’espressione impassibile. “Mangia, che si fredda”, aggiunse.

Annalisa assentì. Infilò la forchetta nella pasta e la portò alla bocca. Poi aggrottò la fronte.

“Mh. C’è qualcosa di diverso nella ricetta? Cos’hai messo nel sugo?”.

“No, davvero le solite cose, tesoro”, rispose Antonio, del tutto pacifico.

Lui la osservò, e alla ragazza parve di scorgere un guizzo soddisfatto nel suo sguardo. Non anomalo, forse, ma diverso dal solito. Sembrava, soprattutto, non avesse più preoccupazioni al mondo.

“Papà sta invecchiando”, disse fra sé, cercando di reprimere un nodo alla gola. Distolse lo sguardo dal padre e riprese a mangiare. La pasta, pensò, aveva un retrogusto vagamente metallico.

19 novembre 2022

Come nei minimondi di Mighty Max

Mentre io e la sua mamma parlavamo di come fosse andata la seduta logopedica, L. ha iniziato a girovagare per la stanza cercando disastri da fare perché la nostra attenzione si calamitasse nuovamente su di lui. Entrambe lo seguivamo con la coda dell'occhio assicurandoci semplicemente che non si cacciasse nei guai.

Non appena si è avvicinato all'archivio dove tengo le cartelle di tutti i pazienti con inseriti dati sensibili, tuttavia, mi sono avvicinata a lui e cercando di restare dolce gli ho spiegato che quel cassettone appena spalancato doveva essere richiuso immediatamente perché conteneva cose che non potevano essere disordinate come i mattoncini Lego.

L., 5 anni, si è arrabbiato e ha sbattuto il cassetto, per poi andarsene dalla stanza senza nemmeno rivolgermi la parola e senza salutare, nonostante si fosse divertito tanto nei 45 minuti precedenti.

Pensavo solo che il modo in cui incassiamo i "no", dice tanto di quanta instabilità e incertezza ci contraddistinguano. C'è chi è disposto ad attendere il momento giusto e le spiegazioni, chi è flessibile e paziente. C'è chi invece è rigido, coi piedi piantati in fosse a forma d'impronta come nei minimondi di MightyMax.

Ma non è cattiveria, è semplicemente insicurezza.
Un'insicurezza immensa.




11 novembre 2022

Provarci.

Correndo da lavoro in stazione controllo lo stato del treno che devo prendere. 23 minuti di ritardo. Smetto di correre. Capisco che avendo 9 minuti di tempo per non perdere la coincidenza, mi dovrò armare di pazienza e arrivare a destinazione un'ora dopo.

A meno che - sussurra la mia mente brillante - a meno che anche la coincidenza sia in ritardo, e allora avresti un incastro fortunato degno di nota. Sorridendo controllo l'app. La coincidenza è stata soppressa. Mi fermo sul posto, il telefono nella mano, lo zainetto stipato, gli stivaletti piantati sui sanpietrini.

Ci fosse una cosa, UNA SOLA, che vada dritta come voglio io. No. Fermo i pensieri che mi bloccano il problem solving. Arrivo in stazione. Vado sul binario. Un uomo si avvicina allungandomi il cellulare: "Scusa, devo cancellare questo numero, non lo voglio più". "Ma non è salvato", ribatto, "È solo nella memoria del registro chiamate". Mi guarda come se gli stessi spiegando il funzionamento di uno spettrometro di massa. Anche io mi sento non salvata e sicuramente non salva, penso, così decido di aiutarlo. "Fa niente. Aspetti". Seleziono, premo il bidone e l'esistenza di quel numero non salvato sparisce. "Fatto già?", domanda l'uomo. Annuisco. Se ne va.

Ricomincio a pensare a ciò che posso fare. Nel frattempo mi scrivono mille pazienti che hanno scelto proprio questa giornata, proprio questa fascia oraria, proprio questo momento preciso, per condividere con me richieste o problemi di ogni sorta. Le chiedo di contattare entro sera la coordinatrice delle insegnanti. Quando posso chiamarla per chiederle una cosa? Mi daresti il prossimo appuntamento? Per caso la mia bambina ha lasciato il giubbino da voi in sala d'attesa?

Ignora. Ignora. Ignora. Ignora.

L'altoparlante rimbomba nella stazione. Sta arrivando un altro treno. Segue una tratta diversa rispetto alla mia ma so che in un modo o nell'altro potrei riuscire a raggiungere la mia destinazione anche da lì. Inforco il sottopasso e salgo di volata, mentre acquisto dall'app un biglietto non più acquistabile perché è passato l'orario. Ne prendo uno di un orario successivo mentre mi preparo a dover litigare col capotreno pignolo perché oggi sta andando tutto male. No: sta andando tutto malissimo. Invece faccio le mie tre fermate senza intoppi. Scendo. Guardo il tabellone. La mia coincidenza sta arrivando, ripartirà fra venti minuti.

Ce l'ho fatta. Mi siedo, sono l'unica con una ffp2 indossata. Passa un ragazzino dell'università, anche lui porta una ffp2. Mi guarda. "È libero?", chiede. Annuisco. Ce l'ho fatta. Arriveró con soli 20 minuti di ritardo rispetto al programma iniziale.

Non è che non capisca la morale, la capisco eccome. Le cose trovano sempre modi arzigogolati per andare, nella mia vita. È solo che sono malata di una stanchezza infinita. Non avrei bisogno di dormire, avrei bisogno di sparire. Come quel numero non salvato. O non salvo, non ricordo più.

Mi lascio cullare dal ritmo del treno, assecondandone i movimenti. Sprofondo nel giubbotto messo a mo' di scialle con la musica nelle orecchie, conscia di non poter sbagliare: la mia fermata è il capolinea. Non è successo niente. Va tutto bene. La giornata è finita, non può che migliorare, mi convinco.

All'improvviso, però, un ronzio dal telefono.
"Allora, l'ha sentita la coordinatrice?".

Una cornice dalla tela imbarcata.


6 ottobre 2022

Ottobre

"Si sono dimenticate di me?", chiede lei con gli occhi acquosi e spalancati, la bocca a formare una O gigantesca.
"Ma no, assolutamente no", le rispondo. Lei però fissa un punto che definirei quello dei pensieri paurosi. Non mi ascolta. Non esisto. Non ci sono. 

"Ehi", le dico. Le afferro le mani, le appoggio sul tavolo e sulle schede che stiamo compilando, sotto le mie. Finalmente riesce a vedermi. 
"Nessuno si può dimenticare di te. E poi ho il numero della nonna scritto proprio qui. La chiamo e la faccio tornare correndo se quando usciamo dalla stanza non è in sala d'attesa, d'accordo?". Allora sorride.
"Di corsa", dice infine. 

Ora, alle 20:41 di un giovedì molto lungo, vorrei semplicemente smettere di pensare a quegli occhi. A quel terrore nascosto lì dentro. A quanto l'ho riconosciuto, e compreso, e temuto. Abbiamo tutti una paura folle di finire nel dimenticatoio di qualcuno, abbiamo così bisogno di essere pensati, ricordati, rievocati. 

Sono giorni così difficili questi di ottobre, quelli in cui la nebbia inizia a salire dal fondo dei campi, si appresta a travestire tutto di contorni indistinti e lattiginosi. Così irreali da sembrare finti.

9 giugno 2022

8 giugno.

Da qualche tempo il livello d'ansia è aumentato. Mi sveglio alle 4 del mattino, ho nausea tutto il giorno, sento le budella contorcermisi nel ventre, quando mi lavo i denti è una lotta contro il rimettere la colazione, alla sera mi pulsa un occhio. Ieri sera e stamattina alle 4 mi pulsava anche il labbro inferiore, forse per tutto ciò che non dice o non fa, ho pensato. Sarebbe quasi da riderci sopra.

Mamma è quella persona che il 2 giugno mi scrive per dire di fare la brava e fare gli auguri alla nonna che sa che odio. Non chiama mio fratello per fare lo stesso, perché sa che lui la manderebbe a fare in culo mentre io sono quella più comprensiva. Lo sono talmente tanto che quando al telefono lei si mette a piangere dicendomi che le spiace pensarmi qui da sola, ricaccio giù la rispostaccia che mi sale alle labbra e non le dico che se è preoccupata può alzare il culo e venire qui, che non sto in Congo, sto solo a 40 km di distanza. Che rivoglio il mio completo verde del letto che lei sta usando senza aver chiesto il permesso. Che come al solito sto facendo ogni cosa da sola: cambio casa, vita, persone, luoghi e in più mi reggo in piedi. Cazzo, come mi ha insegnato lei a fare le cose da sola e senza lamentarmi, non lo insegna davvero nessuno.

E gli auguri li faccio a chi cazzo voglio io, e di sicuro non a mia nonna. Non quest'anno, non io che mi sono accorta che a 33 anni ho finito la voglia di adattarmi a tutto e a tutti. Scivolano, le cose scivolano e io non le trattengo più. Se se ne vogliono andare, allora che lo facciano. A volte basta non rispondere. A volte basta non mettere in dubbio la veridicità dei gesti; perché no, non è cattiveria: è idiozia. Ho finito di partecipare ai processi alle mie intenzioni.

Sono sempre stata troppo trasparente, una rana cristallo. Mi è sempre importato troppo. Sono stata sempre troppo seconda a qualsiasi cosa. "Sono sempre stata piena d'amore, piena da scoppiare."



4 giugno 2022

Sabato mattina

Mi piace arrivare prima il sabato mattina con la sala d'attesa libera, le stanze vuote e la radio in sottofondo. Sorseggiare lenta il caffè. E pensarti lì, tutto serio, la fronte aggrottata. Due mezzelune scure sotto gli occhi e il viso un po' tirato, stanco. Lì, a dire a te stesso che sei tutto fuorché carino, conciato così. 

Pensare che invece sei bellissimo, uno dei pensieri più luminosi di questo sabato finto. Un sabato di cartapesta, tirato dai fili, come un burattino.




10 maggio 2022

Polaroid #1

La strategia è pensare al profumo del bucato appena steso che si intravede dietro la tenda tirata e mossa dal vento, il vetro spalancato perché fa caldo, e sentire un brivido strano lungo la schiena, un brivido che sussurra che l'estate sta arrivando, ma non ancora.

Arriverà, ma non ancora.

Malcolm T. Liepke


13 aprile 2022

Prospettive.


Forse è come per questo disegno qui, per me, la vita, e io riesco solo a vedere l'omino che precipita col palloncino in mano sebbene ruotando l'immagine e osservandola capovolta ne mostrerebbe uno che fa semplicemente canestro nel bidone con la confezione dello yogurt con cui ha fatto merenda.

Sono la tragedia nella quotidianità. Il melodramma sempre, persino davanti all'evidenza del contrario. Chapeau. Sipario.

9 aprile 2022

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Voltarmi, distratta,

e sorpresa:

mai, così,


mai 


ha saputo splendere 

l'abisso.











25 marzo 2022

Maionese.

Ho fatto la maionese stasera, e l'ho fatta per due ragioni. 

La prima è che ne avevo una voglia smisurata, eppure mi sono dimenticata , sabato scorso, di comprarla al supermercato. Mi pareva insopportabile l'idea di non poter farcire il mio panino con la maionese.

La seconda è che tu mi piaci da impazzire. Lo dico - e te l'ho scritto - riferendomi al senso letterale dell'espressione. Quando penso a quanto mi piaci, ecco, mi sembra di impazzire. Impazzisco talmente tanto da condividere con te cose che non direi a nessuno, come appunto il fatto che mi piaci da impazzire. 

Dovevo in qualche modo riempire il silenzio con cui mi hai risposto, quello non certo dovuto al fatto che tu non abbia nulla da rispondere, non certo dovuto al fatto che io non ti procuri lo stesso effetto. Un silenzio dovuto al fatto che non c'è nient'altro da dire, perché ciò che affermo è vero. E tu lo capisci. Dovevo in qualche modo riempire il silenzio dei tuoi occhi che mi guardavano dall'altra parte dello schermo con qualcosa che rischiasse di impazzire, come me, ma che non lo facesse. Che se ne restasse buona buona lì.

Così ho mischiato tuorlo e olio di semi come se non ci fosse un domani, perché a volte anche se le cose ce le meritiamo noi e non qualcun'altro, beh: non le otteniamo comunque. Fine della storia. Così va la vita.

Per questo, appunto, per tutto questo ho fatto la maionese stasera. E poi ho bevuto uno spritz. E adesso non c'è nessun modo differente in cui vorrei dire quello che sto dicendo. 

È una fortuna che io abbia un panino da farcire, è una fortuna che la maionese non sia impazzita, è una fortuna avere te, da qualche parte nel mondo.

Buon appetito.

17 marzo 2022

Viola

Mercoledì sera, ore 20:00.

La prima paziente del mercoledì è tosta. Lo è sempre, anche quando è di buon umore. Lo è quando tenta di strapparmi via la visiera e la mascherina, quando lancia i personaggi della casetta contro il muro, quando si tappa orecchie e occhi per non doversi interfacciare con me, quando mi graffia le mani se tento di mettermi in contatto visivo con lei. 

Stamattina abbiamo soffiato in un bicchiere di plastica riempito d'acqua, sapone e tempera viola. Abbiamo creato vulcani di bolle che andavano a colorare i fogli messi sotto, a mo' di tovaglietta. Mi guardava negli occhi, lo faceva senza che nemmeno glielo chiedessi, ed era felice. È stata tosta lo stesso, ma era felice.

Ora, dodici ore dopo, appena rientrata a casa, quello che mi resta di questo mercoledì sono i polpastrelli colorati. Sapone e gel igienizzante non hanno saputo risolvere la cosa in nessun modo per tutto l'arco della giornata. Mi guardo le dita e sospiro, pensando alla stanchezza. Pensando a quei colori.

Sono stanca di una stanchezza che nemmeno l'acquaragia saprebbe lavar via. Aspetto che arrivi in fretta ciò che deve, con la stessa aria guardinga di un cucciolo d'animale che non sappia quale pericolo troverà una volta girato l'angolo.

Sola. Così.





25 novembre 2021

La vita a volte è una merda, altre volte no.

25/11/2017


Bambina: Tu ce li hai bambini?

Io: No.

Bambina: E non li vuoi?

Io: È difficile, sai, dare una risposta cosí.

B: Come? Perchè?

Io: Ci sono tante cose da pensare bene.

B: Beh. Se li vuoi lo dici e li vai a prendere.

Io: Ahah, sí. Va bene, ci penserò.

B: Comunque sono fortunata.

Io: Perchè?

B: Perché ho te. Mi fai fare cose belle. Mi piace avere te come lododiditta.

Io: Eh?

B: La mia lododiditta.


Chiaro. Tutto.

💚

14 novembre 2021

14 novembre 2019. Sono passati due anni eppure sembra ieri.

A volte anche nella vita dei bambini succedono cose sbagliate, improvvise, destabilizzanti. Cose che, ad esempio, riguardano la morte di qualcuno di importante. Per questo, all'ingresso, la mamma mi prepara ad un bambino che sarà - a detta sua - esplosivo. È il modo in cui metabolizza le cose da sempre, dopotutto.

Lui entra in stanza e si siede. Prende il quaderno e noto per la prima volta queste mani dalle dita così lunghe che sembrano rami in inverno. Dita così incapaci di fare che neppure quelle leggerissime pagine riescono a girare. "Non ci riesco", dice. Lo aiuto.

Mi chiede poi di stampare una storiella e, mentre la commentiamo, lancia una biro alle sue spalle guardandomi, provocatorio. Dopo un po' gli chiedo se può raccogliermela, perché ho bisogno di scrivere. "Ma certo", risponde. 

La prende, mi guarda, e la scaglia con una forza incredibile contro il vetro alle mie spalle. Mi passa a pochi centimetri dalla faccia e mi sembra che mi lasci un solco, ma dentro. 

Non reagisco in nessun modo. Lui mi circumnaviga, la raccoglie di nuovo e me la porge gentilmente.

Sceglie infine di giocare con i mezzi di trasporto. Di solito succedono disastri e incidenti incredibili. Oggi, invece, la betoniera è il capo dei lavori e tutti i veicoli lavorano insieme, uniti.

Lo guardo ancora, e in un battito di ciglia mi chiedo come sia possibile spiegare ad un bambino che la vita è fatta così, come quelle sue dita a forma di rami in inverno. Talvolta gentili e armoniose, talvolta crudeli e violente, talvolta ancora incapaci e frustranti.

"Andiamo dalla mamma adesso?", mi domanda poi.

Ed è a questa richiesta così semplice e naturale che concludo che quella che non sa spiegarsi la vita sono io, dopotutto. Quella che ancora cerca un equilibrio in ciò che mai l'avrà. Quella che si stupisce dei boati che il silenzio produce.

Io, con le mani aperte, dal palmo a cuore.



10 novembre 2021

Codardia.

Ci sono a volte dei ricordi che tornano alla mente come dei flash e ci si rende conto che sono sempre stati conservati, solo che non ci si pensava da talmente tanto tempo che sembravano non esistere più.

Tutto questo per dire che ieri mattina verso le sei mi sono ricordata della sensazione di protezione che provavo quando da piccola mi rincantucciavo nell'angolo della mia stanza tra il letto a sponde di mio fratello e il mobile di legno chiaro in cui tenevo libri e giochi da tavolo. Poco più in là la finestra col balconcino, a sinistra le sbarre a cui aggrapparsi e il mondo lontanissimo.

Non ce l'ho più un rifugio in cui rincantucciarmi. Sono sempre orgogliosa e fiera del mio voler restare in disparte, ma la verità è che non ne ho nemmeno mezzo di angolo in cui ripararmi. È così quando si cresce, no? Gli angoli diventano altro: persone, luoghi di vacanza, bar, librerie, cinema, segreti.

A volte diventano addirittura sentimenti e ci si rende conto solo dopo, quando è troppo tardi, di non provarli davvero. Che quell'amore e quell'affetto altro non sono se non tasselli del proprio personale scudo di difesa. Il proprio angolo nascosto dalla vita.

Qualcosa che ha a che fare con l'essere codardi, a ben vedere. Codardi, sí, e pieni di cocci che si staccano, cadono a terra e fanno fottutamente rumore.


8 novembre 2021

Privarsi dell'anima comporterebbe una lauta ricompensa.

Versione web richiesta: 


Sei tornato quasi rinvigorito, dissetato, senza una minima consapevolezza di ciò che quei giorni hanno significato per me.

La colpa, di nuovo, non esiste. Mi hai insegnato a farla cadere dalle spalle come uno zaino troppo pesante da trasportare e quindi da abbandonare a terra senza troppe smancerie. La colpa non esiste, dicevo: non è né tua né mia.

Non sai, semplicemente, cosa implichi gestire l'assenza di qualcuno senza poter minimamente conoscere la sua localizzazione, il suo stato di salute, la sua integrità fisica. Non sai quanto terribile sia ignorare se quell'individuo condivida ancora la sua esistenza con te, sulla Terra. Cosa rappresenti il soppesare le ultime parole dette - spesso a vanvera - le azioni fatte e soprattutto quelle non fatte. 

Sono cambiata di nuovo, in un clic. Quali sono le cose davvero importanti, ora? Cosa sono disposta a perdere e cosa no? Cosa desidero in modo davvero simile ad assaggiare quelle increspature sulle tue labbra?

Da cosa devo partire? Da cosa devo ripartire, di nuovo?

C'è così tanto silenzio che mi sembra di morire.

 

2 novembre 2021

Del pescare.


Io che di tempo ne ho impiegato tanto, con la pesca, da piccina, so che un bravo pescatore è silenzioso, attento, paziente. Guarda con diffidenza ogni refolo di vento e sa contare sulla sua lenza sottile, per riempirsi lo stomaco la sera.

È rispettoso, il pescatore vero, e quando sa di non avere il diritto di prendere ributta il pesce troppo piccolo in acqua, senza manipolarlo troppo con le mani per non procurargli dolore inutilmente. Sopporta spine, creste, ami nella pelle, pioggia battente, odore stagnante. Sa aspettare e non prende mai le giornate sfortunate come accanimenti, ma come tappe necessarie lungo un sentiero scosceso. 

Per questo, credo, quando ti penso la mia mente si popola di immagini di pesci. I pescatori siamo io e te, in un'alternanza magica che sa di predatore che si scopre preda - ricordi? Lo dice anche la tua coscia  -. Le esche sono parole, opere ed omissioni, ma la colpa non si dà, perché è un termine che a te non piace e di cui io ho imparato a sorridere. Il pescato è sempre abbondante e sazia di una pienezza rara e tanto bella, quasi da doverne lacrimare. 

E non so. Non so come meritarmi tutto questo. So solo che ho imparato a capire che tu mi.

Che io ti.

27 ottobre 2021

L'importanza sta nelle piccole cose.

Oggi questo bambino mi si avvicina a passo felpato. È strano, perché di solito devo pregarlo in cinese, inginocchiata sui ceci, per fargli fare le cose con calma, inibendo la sua naturale tendenza a tirare fuori ogni gioco dalle scansie. 

Mette la mano a coppa a lato della bocca, per amplificare il suono del suo sussurro: "SSST!", mi intima. "Non dirlo alla mamma eh, perché non avevo il permesso, ma tieni, è tua. Così fai merenda".

E io non lo so. 

Non so se commuovermi per il gesto in sé o perché abbia ritenuto possibile che io mi sfamassi in questo modo, quando invece la mia rappresentazione di merenda accettabile mi vede come un facocero a digiuno da un mese davanti al cenone di Natale.

Ad ogni modo sono sempre dei mostriciattoli tenerelli.

È un foglio A4, non un A3. Ho delle mani piccine, voglio precisarlo.


18 ottobre 2021

"Senza un perché"

(Questo post andrebbe visualizzato in versione web, altrimenti temo sembrerebbero solo parole senza senso - non così tanto diversamente dal solito, dopotutto).

"Senza un perché":


Ps: La versione originale è della meravigliosa Nada, maestra di come saper essere credibile non solo mettendoci la voce, ma anche la faccia. Qui:


14 ottobre 2021

Non lo so.

È per via del fatto che ormai i giorni buoni scarseggiano, diventano come un'eccezione immersa in una marea di giorni non buoni. È per via del fatto che ci sono relazioni che durano, che crescono fiere anche senza toccarsi, vedersi, sentirsi, e altre che dopo qualche tempo non sanno più trovare cose da scambiarsi. Perché ogni relazione è uno scambio, un baratto. Ti do un mio pezzo se mi dai quel tuo pezzo che io non ho ancora, perché lo desidero tanto. Ma non si prende senza sacrificare qualcosa. È così, ed è nell'ordine naturale delle cose.

[E, quindi, perché stai così, se tutto questo è normale?]

Vedi, quando uno passa la vita a limarsi gli spigoli, finisce che da quadrato diventa tondo. Quando si è tondi e non si ha qualcosa a cui aggrapparsi, ogni refolo di vento diventa leva. Motivo per scappare, dicono i più. Si scappa, si rotola, si scappa continuamente. Diventa quasi la modalità elettiva per andare avanti. Rotolare via e ricominciare.

[Credi che smetterai mai?]

Non lo so.



7 ottobre 2021

Portoni.

Questo pomeriggio il portone della chiesa in piazza era chiuso. Di solito passo di mattina, durante la messa, quando è aperto, ma non oggi.

Riflettevo mentre camminavo sul fatto che da bambina le maniche dei maglioni che indossavo erano così lunghe che sarebbe stato impossibile fare qualsiasi cosa, ed erano quindi costantemente risvoltate. Per questo mi risulta così difficile accettare di fare la medesima procedura con i jeans, credo, al giorno d'oggi. Infattibile, davvero: mi sentivo allora talmente inadeguata da poter attribuire a quel periodo l'origine della mia fatica esistenziale.
Ad ogni modo - pensieri idioti a parte - è stato mentre pensavo ai risvoltini ai jeans che l'ho notato: il portone della chiesa in piazza era irrimediabilmente chiuso. Serrato.

È buffo - no? - che anche un luogo simbolo di accoglienza incondizionata come può esserlo una chiesa ogni tanto chiuda l'ingresso principale. Eppure è necessario, probabilmente.
Come è necessario ostacolare un po', ogni tanto, l'entrata di qualsivoglia stimolo nel proprio animo. È necessario tutelarsi. Proteggersi. Ricaricarsi.

E forse sta proprio lì, il punto del mio ricercare e poi respingere, ultimamente. Allargare le braccia per poi stringerle, conserte. Incamminarmi lungo un sentiero che irrimediabilmente non avrò la costanza di seguire sino al traguardo. Sì.
Dovrei affiggere un cartello sul mio petto:

"Non vogliatemene, sto cercando di salvarmi".
Sarebbe più facile parlare. 
Meno pericoloso, vivere.