13 aprile 2019

Niente di speciale.

Negli ultimi tempi ho scoperto che le emozioni sanno - tra le altre cose - essere effimere.
Oggi ci sono - forti, chiare! - e domani, anche solo per un alito di vento, non ci sono più.

Ho riflettuto sul mio essere profondamente e inspiegabilmente emozione; su quanto, quindi, potrei essere effimera anche io stessa.
Il dolore provato in un angolo, nascosto da tutto e da tutti, allora, non ha assolutamente un senso.
Non viene compreso.
Risulta invisibile, agli occhi dei più.

Come si sente quel legno che si consuma in autonomia, senza alcuna possibilità di dare luce, calore, sostentamento a qualcuno?
Io lo so. Si sente inutile. Stupido.

È tutto.

Ho deciso di allontanarmi dal mio angolino.
Di cantare, anziché carbonizzarmi in una teca di vetro.
Di non badare nemmeno io alle conseguenze che il mio battito d'ali potrebbe provocare a chilometri di distanza.
Ad anime di distanza.
A cuori di distanza.


1 marzo 2019

Disturbo Specifico di Movimento.

Ebbene.

Voglio iniziare un nuovo capitolo del blog: le autodiagnosi ad cazzum.
Lo scorso weekend è stato impegnato in uno dei corsi di formazione ai quali la mia professione mi obbliga; così, tra una slide e l'altra, mentre si parlava di dislessia, disortografia e simili, sono pacificamente giunta ad una conclusione. Io soffro di disturbo specifico di movimento.

Sì, perchè dovete sapere che io non guido.
Non nel senso che non ho la patente, no. Ho preso la patente eccome! Ero al primo anno di Università e ho passato esame teorico e pratico al primo colpo (una secchiona). Ma, ecco, le cose accadono (*espressione vaga*) e la mia patente - non so nemmeno io come - è scaduta due dicembri fa (si dice due dicembri fa? Al plurale? Bah).

Ora: io ho fatto pace con me stessa e con la mia situazione.
Nasco bambina grassa e goffa, poco incline alla misura a occhio di spazi, distanze, grandezze, pianificazioni motorie per raggiungere un obiettivo prefissato. Nella bidimensione sono un fenomeno (i miei record a Tetris ne sono testimoni), ma quando si aggiungono la terza dimensione e la cinetica, beh. Sono una frana.
Non ho mai imparato ad andare sui pattini (quelli a 4 rotelle, eh), avevo il terrore delle scale mobili e dei tapis roulant, ho fatto un incidente in bicicletta contro una macchina PARCHEGGIATA (potete ridere ma siete delle BRUTTE PERSONE). Sin da piccina faccio regolarmente incubi che vedono come protagonista me che guido un'auto e creo disastri (dai più banali incidenti stradali fino ai più truculenti: omicidi, esplosioni, tamponamenti a catena, riaperture del buco dell'ozono, compromissione degli equilibri diplomatici mondiali che nemmeno Kim Jong-un).

È una condizione che mi affligge da sempre, fa parte di me come la mia miopia mista a lieve astigmatismo. E ci ho fatto il callo. Mi sono stesa un PDP (Piano di Deambulazione Personalizzato) che prevede i seguenti mezzi compensativi: utilizzo di mezzi di trasporto pubblico, passaggi da parte di amici (nonostante mi odino di nascosto poiché sperpero il mio papabile ruolo di autista perfetta, essendo pure astemia), acquisto di abitazioni nei pressi dei luoghi lavorativi. Posso affermare di godere anche di benefit: non pago benzina, bollo, assicurazione. Non so cosa significhi fare una revisione, forare una gomma, bruciare un faro. Ho acquisito ottime abilità conversazionali quale accompagnatrice non guidante nell'abitacolo. So mimare alla perfezione la sintesi vocale di qualsiasi navigatore. Su richiesta posso anche sostituirla con una voce più calda e suadente. Posso cantare. Leggere libri ad alta voce. Recitare freddure. Anche stare zitta, per i più scontrosi.

Io mi ci sono abituata, sí. Ma la gente no.
Quando ancora la frase "veramente io non guido" non è terminata, iniziano fenomeni quali apertura esagerata e coordinata di occhi e bocca, oppure verbalizzazioni confusionarie:
- "nooo, ma perchè?"
- "ma l'autonomia è imprescindibbbile"
- "ma non ti senti in trappola?"
- "e come fai?".
- Poi ci sono gli uomini, quelli che: "Ah, se stessi con me, te la farei riprendere in mano io la macchina! Un paio di guide nel piazzale vuoto, e via andare". Simpatici.

Vedete? La verità è che bisognerebbe lasciare che ognuno fosse quello che è, permettere a ciascuno di raggiungere i propri obiettivi nel modo - pacifico e di buon senso, si intende - in cui crede. Usare tutti i compensi più adatti, spronare ciascuno a dare il meglio di sè a seconda delle sue possibilità. Lasciar perdere i vari "oltre a non essere capace, sei pure pigro, però!", i "vedrai che se provi un po', tutti i giorni, poi ci riuscirai anche tu". Soprattutto bisognerebbe evitare di svilire, di far sentire in colpa o inetti. Bisognerebbe, una volta tanto, mettere in atto il non fare, anzichè l'agire, e smetterla. Sì, smetterla.


Ad esempio, smetterla di rompere i coglioni.
Amen.


20 gennaio 2019

Riordinare. #10yearschallenge

Disclaimer: sarà lungo, se non ve ne foste accorti.

Ieri ho guardato la scrivania e le mensole a casa dei miei, e mi è venuta questa insana voglia di metterci mano.
Due ore e quattro sacchi di spazzatura dopo (due di carta e due di secco), ho sentito il bisogno di farmi una doccia.
È stato soprattutto quando ho visto la polvere e lo sporco degli anni passati scivolare giù nello scarico che mi sono sentita svuotata quasi quanto le mensole.
Piena quasi quanto i sacchi di spazzatura che straripavano.
Vedete, ho questo terribile difetto: mi sento sempre più povera rispetto al mondo.
Povera di esperienze. Povera di idee. Povera di contenuti. Povera di parole. Di gesti. Di coraggio. Di tutto.
E questo mi condiziona. Durante i confronti mi fa sentire perdente in partenza, mi blocca dal difendere me stessa perchè tanto sarebbe inutile, quella sbagliata sono io a prescindere. E - farà ben ridere ciò che sto per dire ma - sbaglio di nuovo.

Mi sono passati fra le mani dieci anni di vita (no, molti di più). E mi sono ricordata, perchè forse lo avevo dimenticato, che io ho fatto tante cose coraggiose e diverse tra loro, e nessuno me le toglierà mai dal curriculum. Nessuno. Ora si indovini: arriverà un elenco.
Sì, perchè gli elenchi sono me. O io sono loro. Ecco alcuni estratti di ieri:

1. "Grazie per tuto quello che ai fatto per me: ti voio bene". Uno dei miei pazientini dimessi.

2. Un numero di telefono nascosto: una ragazza conosciuta in seconda superiore, un'amica, che aveva deciso di scappare con il ragazzo del quale era rimasta incinta per non essere costretta ad abortire dalle suore dell'istituto in cui stava. Aveva una pelle scura, bellissima. Occhi neri, rotondi. Labbra sempre dipinte da rossetti un po' sbagliati per l'età che aveva. Spero stia bene, ora.

3. Gli appunti tradotti dall'inglese per la tesi di laurea. Lasciata a piedi con il primo progetto a giugno del 2010 dal relatore precedente (mazzata sulle gengive, sì), mi sono rimboccata le maniche e mi sono laureata con tutti gli altri a novembre dello stesso anno. Centodieci.

4. Il primo bonifico cartaceo della stanza in subaffitto presa a Milano l'ultimo anno di università. Allora non c'era la possibilità di farli online. Ricordo che avevo perso il conto delle valigie fatte e sfatte, dei magoni che mi venivano il lunedì mattina alla partenza, dei treni in ritardo, degli sfizi che non mi sono tolta per risparmiare, dei chili persi, delle pulsazioni delle mie palpebre sottoposte a stress continuo.

5. Una pagina strappata da chissà quale quaderno, ricoperta da una scrittura non mia, ma che ho riconosciuto subito. Una foto rapida, un invio su Messenger, dopo due minuti la risposta: "inconfondibilmente, unicamente, schifosamente mia (questa calligrafia)". Ma lo sapevo già, non avevo bisogno della conferma.

6. Una miniatura di Piazza dei Miracoli, un dono da parte di un mio pazientino. Un souvenir sciocco, inutile, comprato a una di quelle bancarelle turistiche, eppure per me così importante. Importante quel sapere che ero stata pensata, anche là, anche in vacanza, nonostante in terapia lui non fosse mai apparentemente contento e mi strappasse i disegni alle pareti nei momenti di rabbia. Ero nei suoi pensieri.

7. "Buon Natale da C. e N.", un bigliettino di un panda, vergato da quella calligrafia quasi da analfabeta, sicuramente in origine accompagnato a una banconota di piccolo taglio. Ti ho vista pian piano spegnerti nel letto di un hospice, durante un anno brutto in cui avrei voluto pian piano spegnermi anche io, magari al posto tuo, così. Ma di te ricorderò sempre la gioia nel trovare la polvere di meringa alla base della coppetta Algida variegata all'amarena. La tua felicità nell'affondarci dentro la paletta di plastica.

8. Fatture, locandine, appunti di corsi pagati e strapagati da me, per l'aggiornamento.

9. Fogli per la plastificatrice, pagine fotocopiate, piani di trattamento, liste, elenchi (ma va?), polaroid di amici, biglietti di auguri, braccialettini, orologi (che non metterò mai, scordatevelo), canzoni stampate, orecchie da coniglio.

10. Palle di Natale, palline antistress, rompicapo portatili, libri, cannucce, franchi svizzeri, la collezione delle 500 lire diverse, figurine di wrestling (viva la raza), penne, dvd, cd, bamboline, cellulari, fili, occhiali...vita. VITA.

Di ogni cosa ricordo l'origine, il momento, il mio stato d'animo.
Questo perché vivo tutto così intensamente da farmi ferire, lasciare solchi, modificare. Io credo che la maggior parte delle persone non intuisca il mio essere in questo modo. Penso che dall'esterno non trapeli sempre, forse ho installato un filtro come quelli di Instagram. Il tutto deve uscire con un'aura brumosa che ovatta il tutto.
Fatto sta che la gente si stupisce quando legge ciò che scrivo, quando mi sente cantare, quando mi vede irrazionalmente persa, sperduta e annichilita dalle mie stesse emozioni che a trent'anni suonati non so ancora gestire. Ma mi va bene così. Sono questo. Sono questa, per ora.

Wow. Ho scritto (pianto) tantissimo. Il post più lungo di tutto il blog.
Al 20 di gennaio forse è il caso di trovare un buon proposito per il 2019, e sarà quello di avere il coraggio di stipare le mie mensole, ancora, con qualcosa per cui fra dieci anni varrà ancora la pena di respirarsi polvere e di arrampicarsi sulla sedia.
Il proposito è quello di prendermi tutto il tempo necessario per me stessa, che da se stessi non si scappa mai.
Di darmi tregua, di valorizzarmi, di credere alle mie parole, alle mie sensazioni.
Di sorridere. Di conoscere persone, perchè io del mondo non ho mai avuto paura, guai a chi osasse affermarlo, o anche solo crederlo.

Il mio proposito sarà essere me stessa, che me stessa è bello.
È donna.
È vita.
È mondo.

Umberto Boccioni, Stati d'animo: Quelli che restano (1911)

10 dicembre 2018

Loop.

Vado in libreria; regalare libri a Natale dovrebbe essere stabilito per legge.

- Sai che con la tua card puoi acquistare questo libro con copertina rigida al prezzo del tascabile? -. La cassiera ha uno sguardo buono e una voce intelligente; forse sorride perché ha visto che, nonostante non fosse disponibile il libro che le avevo chiesto appena entrata, io ho comunque fra le braccia una pila di cinque volumi da acquistare.
- Ah - faccio io.
- Va alla grande, sai?  Lo puoi prendere a 12€ anziché a prezzo pieno -.
- Ok. Non mi interessa per ora - proseguo abbastanza decisa, illudendomi di poter arginare il suo spirito promotore.

- Senti eh: è la storia di questa ragazza - inizia indicandomi - che sta vivendo un periodo molto difficile della sua vita -. Io deglutisco a vuoto.
- ..alla ragazza viene fatto un atto di gentilezza disinteressato, da parte di un estraneo - ora avvicina le mani al suo sterno - ..e conseguentemente inizia ad analizzare la sua vita concludendo che forse il problema non sono gli altri, ma se stessa! -.

La fila dietro di me si è allungata, lo avverto.  Forse quello che sento è il rumore di una scarpa che ticchetta la sua punta sul pavimento. Batte, stizzito.
Rimbomba nelle mie tempie.
- Oh. Io forse.. -. Mi interrompe.
- Ma la morale di tutto, è che la ragazza capisce che la vita merita di essere vissuta! È un inno alla gioia di vivere! -. Conclude quasi con un inchino; ora il ticchettio della scarpa assomiglia quasi ad un applauso. Sbatto le palpebre due o tre volte.
- Dai, bello - ribatto annuendo, sentendo il mio mal di gola, il mal di testa, le poche ore di sonno accumularsi proprio lì, sotto gli occhi, a tirarmi in basso la pelle.
- Dodici euro, se pensi che ti possa interessare! - ribadisce civettuola.
- Ah ecco..io mi.. informerò. Magari poi torno. Grazie -.
Pago i miei 60 euro frenetica. Poi me ne vado, una sensazione di straniamento non indifferente. Fatico a trovare l'uscita della libreria, quasi si tratti di un labirinto.

Esco. Jingle Bells torna a trillarmi nelle orecchie. L'albero con le luci blu mi abbaglia lo sguardo. Una bambina piange perché  vuole i popcorn. Cazzo.
Fare i regali di Natale non è mai stato così spossante.

Eppure l'avevano detto, sí, che dopo i trenta....

21 novembre 2018

Colpo di coda.

No, niente.
Questo post fa parte del mio "FARE". Che uno si domanda: fare cosa? Cosa fa? Beh. Fa tante cose.

1. Fa freddo.
2. Fa niente, a me il freddo garba proprio.
3. Fa male, quando qualcuno torna e mette nell'orecchio parole dimenticate.
4. Fa incazzare, quando - porcaccialamiseria - devi finire di lavorare prima e finisci comunque dopo e pure male. Oh.
5. Fa schifo la barbabietola. Sa di erba zuccherata al sentore di acqua di bollitura del cavolfiore. Però ha un colore interessante, mi ci farò la tinta.
6. Fa strano sentire la propria voce cantare in modo potente. #nellavitamai
7. Fa piacere tornare in una casa calduccia col temporale fuori e ticchettacchettà sui lucernari.
8. Fa 4. Due più due fa quattro.
9. Fa 30. 2018 meno 1988 fa trenta. Cioè ciao.
10. Fa sospirare, tutto questo. Sospiro e penso che non ce la farò mai, dopotutto. Sono sempre la ragazzina con le gambe storte che cerca il posto esterno della fila, per escludersi un po' già da sola. Per defilarsi senza far scomodare nessuno. Per dare un'occhio al gruppo, alla massa, avere tutto sotto controllo. Per mantenere un profilo basso. Per essere notata solo dal ragazzino strambo che osserva una mosca volare e la vede posarsi sul mio banco, vicino alla mia mano. Vedrà che le mie dita tamburellano, infastidite dal tempo. Vedrà il polso attaccato alla mano, la felpa ripiegata a livello del gomito. I miei capelli un po' viola che si allungano sulle spalle. Probabilmente mi vedrà commossa per quel pensiero che improvvisamente mi passa per la mente, come una nuvola che, per prima, oscura il cielo di ottobre e non ne conosce il motivo. Mi guarderà e penserà che sono bella, nel mio modo strano e invisibile, e giusto, e prezioso. Forse un giorno troverà anche il coraggio di dirmelo. Sí, lo troverà.


11. Fa strano; farà strano, sì. Io a quel "Sei bella" non crederò davvero mai.