25 marzo 2017

Tipo Fallout Shelter

Spesso il mio lavoro ha a che fare con la pulizia.
Pulisco suoni, parole, frasi e contenuti; li scrosto dai fraintendimenti, dalla rabbia di non riuscire a farsi comprendere, dalla frustrazione di sapere che chi sta davanti non coglierà un messaggio.
Passo uno straccio su quelli che potrei definire concetti impolverati: parole che da sole prendono una direzione non voluta, imprecisa o totalmente errata.
Passo la cera, ancora, su uno scritto o su una lettura poco efficaci, in modo che le sviste - se dovessero capitare - scivolino lontane e non imbruttiscano qualcosa di bello e prezioso e importante.

Ma pulisco anche mani, quando le vedo afferrare pennarelli, nere fino ai gomiti a causa dell'incuria di chi dovrebbe custodire e invece ignora vigliacco.
Pulisco mutande e gabinetti, perchè la paura a volte fa brutti scherzi e il mondo riesce ad assomigliare a un labirinto gigantesco, dove l'uscita non arriva mai.
Pulisco nasi che non soffiano e bocche arrossate che faticano a respirare.
Pulisco occhi che lacrimano per il freddo o per la tristezza.
E pulisco il mio cuore, quello che spesso piange e non lo dà a vedere.
Perchè è questo che mi accade: io non lo faccio vedere mai, quanto ci sto male.

Credo sia qualcosa che ha a che fare con l'orgoglio e con la profonda convinzione che non solo io ce la posso fare da sola (che sarebbe sano e giusto), ma che fare da sola sia in qualche modo virtuoso.
Non mi lamento e giustifico sempre, e mia madre - che sempre più spesso mi appare ragionevole e la cosa mi preoccupa non poco - pensa che sia ora che io la smetta.
E lo penso anche io, anche se pensare una cosa e quindi agire di conseguenza non vanno sempre poi così d'accordo.
Come me e mia madre, d'altro canto.

Vorrei passare un po' di tempo in un bunker antiatomico.
Tipo Fallout Shelter, ecco; ma senza necessità di ripopolamento.
No, non è vero. Vorrei sentire che, invece di appoggiare tentativi indipendentisti, qualcuno dicesse che no, cazzo. No.
Che le cose si fanno insieme, che occorre abbattere questa combriccola di Stati indipendenti e fondare un'Unione.
Che è così che si fanno le cose belle. Le cose giuste. Le cose più serene.

Va beh, buon weekend.


19 marzo 2017

Nulla resta.

Un cerotto,
un'asola senza bottone,
sperduto in un tombino - rotolato
come il tempo del pomeriggio -
e una bambina
a cercare mattonelle
che facessero un rumore
cadendo nel secchiello.
-
Un'isola felice:
la nonna, l'ombra
di una quercia nata
da una ghianda delle Colonie Padane
raccolta in mezzo ad altalene
e protetta da fuseaux troppo stretti.
L'aria sulla faccia, l'odore
della fabbrica di glicerina dove
anni dopo
avrebbe cambiato idea
sul suo futuro.
-
Sola:
un biglietto sul comodino,
l'altro sarà già partito
- politico non so -,
e di certo stropicciato.
Guarda come si alza
con le ginocchia fracassate;
guarda, perchè nulla resta mai a lungo
di lei
tranne gocce rosse (ora marroni).
-
Rosse,
ora marroni.


22 febbraio 2017

Non sono nuda.

Crediamo che entrare in contatto con gli altri ci autorizzi a trarre delle conclusioni più o meno palusibili riguardanti ciò che questi altri sono o pensano.

E se anche fosse? Cosa ci si potrebbe trovare di male in questo? 
Sbagliare dal  principio equivale a vedermi nuda.
No: vedermi nuda equivale a sbagliare dal principio.

Tu: ascolta. Ascoltami e basta.


21 gennaio 2017

Io ho paura.

Prima c'è stato il silenzio.
Se mi chiedessero cosa sia per me la morte, risponderei qualcosa di simile all'impossibilità di comunicazione, sia essa di qualsiasi tipo.
Quindi è chiaro che prima di tutto sia venuto il silenzio, a spaventarmi.

Il silenzio, ho imparato, relega in un cantuccio impermeabile, genera la creazione di habitat nei quali le orecchie ricevono stimoli ovattati, sia dall'esterno che dall'interno.
Si resta lì, nel tempo, convincendosi erroneamente di appartenere ad uno status quasi privilegiato, poichè apparentemente protetto. Nulla cambia, nulla increspa la superficie dell'acqua e la tempesta è lontana dal proprio orizzonte. Peccato ci si accorga troppo tardi che il livello della stessa acqua nella vasca - che non è decisamente un mare - salga lentamente sino a lambire il proprio mento, e che l'annegamento sia vicino, pericolosamente vicino.

Dopo il silenzio è arrivato il vuoto.
Quella è stata la sensazione, dopo tanta fatica, di aggrapparsi con forza al niente. Come l'erigere con sacrificio un'impalcatura di zucchero filato esposta alla pioggia, destinata a dissolversi in pochi istanti lasciando una pozzanghera dolceamara.
Ed è parso come se l'aver rotto quel silenzio fosse stato inutile, giusto un giochetto che, si sapeva, era bello poichè durava poco. 

Infine c'è stata la consapevolezza, unita ad un po' di rabbia.
Insomma: ho paura.
Sogno una quotidianità in cui non si proceda con il paraocchi e lo sguardo puntato ai numeri. Un presente in cui esista del tempo da dedicare al guardarsi in faccia e trovare il modo di condividere i desideri di tutti, senza paura delle conseguenze.
Sogno anche un mondo nel quale la morte non sia una vignetta di satira da sbattere sul primo quotidiano a tiratura internazionale, un mondo dove la gente che fino al giorno prima ha augurato l'annegamento di uomini sui barconi non finga di scandalizzarsi inutilmente.
Sogno una realtà in cui non sentirmi inutile, una voce sola in un oceano di silenzio tranquillo; vorrei trovare le forze e le modalità per realizzare tutti i progetti che mi passano per la mente, almeno quelli che ritengo buoni.

Vorrei che si ritornasse ad avere un po' più di rispetto, quello che una volta ci insegnavano a casa e a scuola e che risultava più importante della connessione WiFi e delle spunte blu sull'applicazione. 
Il rispetto per le persone, per il lavoro, per la libertà; perchè ciò che abbiamo o non abbiamo più è sempre il risultato dello sbattimento di qualcuno che ha creduto in ciò che stava facendo, ecco. Qualcuno che ha affrontato il silenzio e il vuoto.

E ha vinto.
A dispetto di tutto e tutti, sì.
Ce l'ha fatta.


9 dicembre 2016

Non volevo.

Oggi ripensavo a uno di quegli episodi che rimangono impressi nella memoria in quanto assimilabili a marchi impressi a caldo nell'emotività bambina.

Sono in gita in montagna, con la mia classe. 
Stiamo facendo una gita nei boschi e fa un freddo becco.
Si vede la neve e il sentiero, per me che non sono esattamente in forma, non è facile. Resto in coda al gruppo in compagnia del fiatone e dell'insegnante di italiano, vecchietta e malconcia pure lei.
Beh. Arriviamo a questo torrente che nonostante il freddo scorre come se nulla fosse.
Ci sono dei piccoli sassi che affiorano sulla superficie e le guide ci mostrano che dobbiamo saltellare su di loro per passare dall'altro lato.
Io mi sento subito a disagio. Non ce la farò mai, lo so.

Con questi pensieri nella mente, arriva il mio turno.
Riesco a beccare il primo sasso, poi il secondo. Al terzo passo il piede non si appoggia saldamente, scivola sulla superficie rocciosa e io, per non perdere l'equilibrio, devo infilare la gamba in acqua. Il sasso su cui ho perso la presa si inclina e si inabissa.
L'acqua del torrente è davvero gelata, ma a dire il vero non sono abituata a scandalizzarmi, così cerco di cavarmela senza far notare a nessuno che ho fatto una figuraccia. In quel momento, però, mi raggiunge la guida. Ha una brutta faccia e, a dirla tutta, non ne capisco subito il motivo perchè nessuno mi guarda mai con aria di rimprovero. Mantenere un profilo basso è il mio mantra quotidiano.

"Hai notato cosa hai fatto?" mi chiede. "Quello era l'unico passaggio che tutti gli altri potevano usare per passare sull'altra sponda! Grazie mille!".
Io non dico niente. Lo guardo dispiaciuta e desidererei tanto dirgli che non volevo. Non l'ho fatto apposta, anche se avevo previsto che sarebbe finita così. Sono imbranata, sono grassa e fatico a restare in equilibrio. Non prendo bei voti in ginnastica, non riesco a fare tanti giri del campo e non riesco a sollevare il mio corpo sulle spalliere di legno della palestra. In bicicletta ho fatto un incidente contro una macchina parcheggiata. Quando sarò grande non prenderò mai in mano una macchina, glielo giurerei seria.

La verità è che a volte non ci si rende conto di ferire gli altri in maniera tanto irreparabile. Ricordo di essere andata avanti senza più accorgermi di quanto bella fosse la neve, di quanto splendore mi circondava. 
Pensavo solo a quando sarebbe finito il percorso e a quali insormontabili ostacoli avrei incontrato dopo la curva successiva.

A volte mi ritrovo col pensiero davanti a quel torrente, di nuovo in procinto di saltellare sui sassi che affiorano e con la certezza che non riuscirò mai a toccare terra senza aver provocato danni. È strano come certi meccanismi, certi timori bambini intendo, si ripropongano nella vita adulta vestiti d'altro, eppure sembrando così famigliari. Così sempre simili a se stessi.

Non c'è mica un lieto fine per questa storia. Non per ora, almeno.
Solo la consapevolezza che per attraversare il torrente, se proprio va fatto, sarebbe meglio trovare un modo meno doloroso e più sicuro. Magari più lungo, sì. 
Ma sicuro.